Matteo Antonio Napolitano (1989), dottore di ricerca, insegna, come docente a contratto, Storia contemporanea nelle Facoltà di Sociologia e Lettere dell’Università degli Studi Niccolò Cusano di Roma. È inoltre docente di Storia e istituzioni dell’Asia nella Facoltà di Scienze Politiche del medesimo Ateneo, dove è anche lecturer di Storia dell’integrazione europea. È coordinatore del comitato di redazione delle Riviste «Europea» e «Annali della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice». Tra le sue pubblicazioni: Verso l’Europa unita. Il percorso politico-istituzionale di Giulio Bergmann (Aracne, 2020); La Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice nei suoi quarant’anni di storia (1981-2021) (Bardi Edizioni, 2022); Il Gruppo Liberale e Democratico al Parlamento europeo. Un profilo politico (1976-1985) (Rubbettino, 2023). 

Recensione a: A. Shimazaki, Il peso dei segreti, trad. it. di C. Poli, Feltrinelli, Milano 20212, pp. 395, € 12,00.

– Nonna, perché gli americani hanno lanciato due bombe atomiche sul Giappone?

– Perché in quel momento ne avevano solo due, disse con franchezza (p. 13).

A parlare con tale glacialità, venata di un cinismo fatalista, è l’ormai anziana Yukiko, sopravvissuta all’ordigno di Nagasaki e custode di un pesante fardello personale: la mattina del 9 agosto 1945, non una semplice mattinata estiva, aveva avvelenato suo padre con il cianuro (non si tratta di spoiler: l’omicidio viene svelato già nella quarta di copertina del libro), la stessa “arma” che doveva servirle in caso di cattura da parte dei nemici per cadere senza macchia, praticando gyokusai, l’estremo sacrificio. Questo fotogramma, preso tra i tanti presenti nel libro di Aki Shimazaki, racconta in pochi frammenti i termini della cesura portata dalla “bomba” – forse, pur dopo molti anni, impossibile da amare senza preoccupazione, nonostante il dottor Stranamore –, il prima e il dopo che comportò nella macrostoria e nelle tante, piccole e inconsapevoli storie personali toccate senza colpa.

Sono diverse, in realtà, le finite eternità chiamate a interfacciarsi nel corso della narrazione, organizzata in cinque diversi romanzi – pubblicati in francese nell’arco di sei anni (1999-2005) – tenuti insieme dal fil rouge di rapporti interpersonali intimi e duraturi, catturati nel travaglio del tempo, nella contraddizione tra il costante bisogno di maturazione e il senso di non finito che li accompagna, segno indelebile e alto prezzo della nostra comune condizione di essere uomini, del «sangue forte delle presenze e dei sentimenti», ricorderebbe Gesualdo Bufalino.

Yukiko è la prima a comparire, con il suo ponderoso e già svelato segreto, e da lei – con il romanzo Tsubaki (camelia) – inizia una lunga discesa generazionale, avanti e indietro negli anni. A comparire, oltre ai caratteri comprimari – rispettivamente nei rimanenti quattro volumi, intitolati Hamaguri (vongola giapponese), Tsubame (rondine), Wasurenagusa (pianta da fiore “nontiscordardimé”) e Hotaru (lucciola) –, saranno poi Yukio, sua madre Mariko, Kenji Takahashi e Tsubaki, figlia di Yukio, alla quale l’autrice affida il ruolo di redentrice morale dell’intero racconto, facendole dimostrare di aver appreso – alla fine del lungo ciclo narrativo – la “lezione della storia” raccontata dall’anziana nonna, Mariko.

In termini generali, il tratto che sostiene e rende solida la pentalogia Il peso dei segreti risiede nel fitto intreccio, fondamentale, oscuro e per molti versi drammatico, tra la vita che scorre e le “macerie”, nel loro lacerante insieme: esse sono infatti fisiche, a causa dei massicci bombardamenti subiti dal Giappone; correlate allo spirito della nazione, si parla in questo caso del destino dei coreani, delle atomiche, del tragico terremoto del Kantō; e ancora interiori, ovvero quelle date soprattutto dallo scollamento tra valori tradizionali e impatto violento della modernità. La scrittrice, nata in Giappone ma stabilmente in Canada da oltre un quarantennio, lascia avvertire tra le sue pagine la polvere sollevata dagli strati rimasti sommersi dopo il 1945 e tutto il valore di una memoria letteraria costruita sulla distruzione della conflagrazione, nutrita dal passato e al contempo florida di elementi naturali, di erotismo, di silenzi, di raffinati e scarni profili psicologici.

Tra l’impressione dell’odore di pioggia sull’Hanami e di fiori lasciati in balia di un vento delicato a disegnare imprevedibili traiettorie nel cielo grigio chiaro visibile tra le crepe, le parole chirurgiche di Aki Shimazaki rendono viva nell’immaginario del fruitore la visione in ologramma di un Giappone contemporaneamente fragile e dalle spalle larghe, la stessa percepibile ad esempio nel Mishima passionale de La scuola della carne. I caratteri di Taeko e Senkichi sembrano camminare, con una loro autonomia, anche tra le righe dei segreti. Taeko era una donna emancipata, matura, bellissima e struggente di malinconia. Sembrava lo spirito di una nazione fiera, la stessa che, dopo una resa carica di sofferenze, cerca la sua rivalsa. Senkichi era invece un balordo, uno dei bassifondi, un piegato dalla vita. Avevano un solo punto di incontro: la notte, con i suoi peccati e la sua forza livellatrice. Non esiste status che regga, la notte – quale sinonimo di “sommersione” – è sanguinaria quando non si cercano compromessi. I due si incontravano senza badare a loro stessi, la carne era appunto il verbo, prima di ogni perplessità, prima di imparare o di essere costretti a vivere. Lui scostante e volgare, lei un perno. Lei dubbiosa, lui presuntuoso e, presto, vile traditore, una povera anima distratta che alla fine, comunque, sopravvivrà alle proprie miserie.

Come con Musica, ancora di Mishima, oppure di pari passo con la Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf – chiaro riferimento stilistico di Aki Shimazaki –, il tratteggiare essenziale ma profondo della scrittrice nippo-canadese tende a contrarre lo spazio-tempo, riportando la mente a uno stadio emozionale primitivo, dove l’inconsolabile, l’imprendibile, si fonde con la perdita di consapevolezza, di qualsiasi idea all’apparenza certa. La lettura, in tutti questi casi, rimanda infatti a un guardare verso l’inammissibile della propria interiorità e il senso che ne deriva è di mistero irrisolto… forse irrisolvibile nella sua pienezza. E allora, per questo e tra i tanti che affollano gli scaffali delle librerie, i Taeko e Senkichi, la Yumigawa Reiko di Musica, i Mariko, Yukio, Kenji Takahashi e Yukiko del peso dei segreti, Klaus e Lucas della città di K., o ancora l’Octave de Malivert de l’Armance di Stendhal possono convivere, camminare insieme e continuare, con le loro domande senza risposta, ognuno con la propria soggettiva vicenda – inserita nella “grande Storia”, che sia il Giappone del dopoguerra, una fantomatica Europa orientale o la Francia pre-orleanista di Carlo X –, ad affascinare i lettori di ogni tempo.

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