Carlo Marsonet è Ricercatore Tenure Track in Storia del pensiero politico presso l’Università Pegaso.
Leggere Blaise Pascal (1623-1662) è una continua sorpresa. I suoi Pensieri rimangono un’opera insuperata, una miniera piena di insegnamenti. Come del resto lo è probabilmente il suo genio, che spazia tra i campi del sapere come oggi sarebbe impossibile immaginare. Scienziato, filosofo e con un certo interesse per questioni religiose (almeno da un certo momento in avanti), Pascal vive in un’epoca segnata dalla rivoluzione scientifica. Keplero, Galileo, Bacone e Cartesio muoiono tutti tra il 1630 e il 1650 e il giovane prodigio non può che confrontarsi con le innovazioni apportate dai suoi contemporanei. Fu tra l’altro l’inventore della prima macchina calcolatrice, a soli 18 anni. Due anni prima aveva scritto un Trattato delle coniche che qualcuno riconduceva, per importanza, ad Archimede. Di tale opera restano solo frammenti grazie a Leibniz. Tra il 1651 e il 1654 Pascal conosce due “conversioni”, che ne avrebbero segnato in maniera indelebile la vita e il pensiero. Proprio al 1654, ricorda Dario Antiseri in Pascal. Miseria e grandezza dell’uomo (Mimesis), «Pascal decise di lasciare il mondo». Ebbe infatti un’illuminazione religiosa, nella notte del 23 novembre di quell’anno, da cui scaturì il celebre Memoriale.
Dopo il periodo mondano precedente, il pensatore francese divenne il Pascal dei Pensieri. Il che non lo condusse a ripudiare il razionalismo, bensì a dargli una forma più umana, cioè limitata. Per Pascal non può esistere alcuna autorità terrena dotata di assolutezza. Tutto, nel mondo umano, è caratterizzato da precarietà e contingenza. Come lo è la sostanza umana, appunto. Un pensiero, questo, riassunto in un bel passo dell’opera uscita in prima edizione nel 1670: «Rendiamoci dunque conto delle nostre possibilità: noi siamo qualcosa, ma non siamo tutto; quel tanto di essere che possediamo ci toglie la conoscenza dei primi principi che nascono dal nulla, e quel poco di essere che possediamo ci nasconde la vista dell’infinito». L’uomo è attratto costantemente dalla tentazione di trovare un fondamento stabile e sicuro alla propria esistenza. Tuttavia, ogni tentativo che egli fa è destinato al fallimento. La ragione di cui si serve è sì un prezioso strumento – «tutta la dignità dell’uomo consiste nel pensiero», osserva infatti il filosofo – ma si rivela anch’esso fragile e incapace di rivelargli quel che cerca. La grandezza dell’uomo colta da Pascal, ricorda Antiseri, è riconoscere con umiltà i propri costitutivi limiti: «conoscere di essere miserabile è (…) un segno di miseria, ma, in pari tempo, un segno di grandezza».
Questa presa d’atto porta in una precisa direzione. Pascal critica aspramente la sicumera dei deisti, perché questi ritengono di poter dimostrare razionalmente l’esistenza di un’entità superiore. Parimenti, errano gli atei, secondo i quali Dio non esiste, e così giungono alla disperazione. La fede è per il pensatore una scommessa da cui tutto si ha da guadagnare e nulla da perdere: se Dio esiste, ciò che si vince è la felicità eterna; se si perde, l’uomo rimane comunque con la propria miseria. Perché leggere Pascal? Perché ci mette di fronte, con brutalità e senza infingimenti, alla nostra condizione, da un lato, e ci invita, d’altronde, a evitare i dogmatici del razionalismo. «L’uomo non è angelo né bestia, e disgrazia vuole che chi vuole fare l’angelo fa la bestia», ricorda Pascal e con lui il liberale e cattolico filosofo umbro.
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