Recensione a Stefano Piazzese, Dire l’ignoto. Saggio su Hölderlin, Απαλός, Solarino (SR) 2025, pp. 153.
Il tentativo, il bisogno, la forza di dire l’ignoto è la chiave che sin dal titolo Stefano Piazzese adotta per leggere Hölderlin, per decifrare e percorrere il labirinto che l’opera di questo poeta e filosofo è e continua a diventare quando la sua parola consente e combacia con la parola dei Greci, rimanendo tuttavia parola moderna, romantica, lacerata.
Con strumenti esegetici e filologici adeguati, Piazzese mostra la complessità e il significato delle traduzioni in tedesco operate da Hölderlin di due tragedie di Sofocle, Edipo Re e Antigone, e delle Note (Amerkungen) a tali traduzioni, le quali pervengono a una riscrittura a volte radicale del testo sofocleo, che viene trasformato e in tali metamorfosi viene compreso nelle sue radici e nella potenza che dai tragici sempre promana. Prima ancora, il libro formula una analisi assai attenta del mondo greco e hölderliniano come esso si esprime e appare in Der Tod des Empedocles (La morte di Empedocle).
Mi soffermo su un solo risultato di queste analisi, emblematico del coraggio ermeneutico del testo. Esso consiste nell’oltrepassamento della banale e impoverente lettura moralistica che cerca di applicare a un mondo così diverso dal nostro, quale è quello della tragedia greca e dei Greci in generale, criteri giuridici che sono soltanto contemporanei. Alla luce di tali criteri, infatti, l’intera vicenda di Edipo non avrebbe senso, dato che le azioni di quest’uomo contro il padre e la madre sono state compiute nella più totale ‘buona fede’, non sapendo che del padre e della madre si trattava. E tuttavia Edipo viene lo stesso punito.
In maniera analoga, in Antigone non c’è un personaggio che lotta ‘per la liberazione’ contro un tiranno testardo e feroce. Entrambi i contendenti, invece, sono afferrati dalla ὕβρις e vivono con eccessivo trasporto le proprie convinzioni e le prassi. Anche per questo cadranno entrambi in rovina. «Creonte e Antigone», infatti, «vivono il rapporto con gli dèi, caratterizzato dalla dialettica vicinanza-distanza, in modo radicalmente diverso al punto che ciascuno di essi, come ha affermato Hegel, è nel proprio diritto» (p. 91). Ciascuno è nel proprio diritto poiché del diritto hanno una diversa idea, senza che questo implichi che l’idea di Antigone sia corretta e quella di Creonte sbagliata, o viceversa. La radice di tale legame e differenza sta in due elementi che il libro di Piazzese pone in evidenza lungo tutto il suo percorso, il quale oscilla di continuo tra Griechentum e Romantik.
Il primo consiste in una «metafisica del limite» (p. 117) che intride enti, eventi e processi. Ogni superamento di tale limite è per gli umani rovina, ed è questo che segna il destino di Edipo, di sua figlia, di Creonte. Il secondo è aver saputo riconoscere «il grande insegnamento della tragedia: l’unica ‘salvezza’ possibile risiede nella conoscenza raggiunta grazie all’incommensurabile dolore» (p. 99). Una formula chiara ed efficace, che indica con esattezza che cosa la tragedia greca sia stata e le ragioni della sua perenne fecondità nel trascorrere dei secoli.
![]()
