Avvocato e dottore in Scienze storiche. Ha al suo attivo pubblicazioni sul federalismo (Le origini del federalismo: il Covenant, 1996; Il sacro contratto. Studio sulle origini del federalismo nordamericano, 1999). Ha inoltre pubblicato Sovranità. Teologia e sacro alle origini di una categoria politica (2015); Il regime alimentare dei monaci nell'alto medio evo (2017), Paura e Rivoluzione francese nell’opera di Guglielmo Ferrero (2021); Un nuovo romanticismo per il nuovo secolo (2024) . Inoltre ha curato la riedizione del volume di Guglielmo Ferrero Palingenesi di Roma antica (2019). E' autore di articoli e relatore in convegni di studio.
Recensione a: Jordi Nieva-Fenoll, Le origini della giustizia. Perché desideriamo che vinca il più giusto e non il più forte, Il Mulino, Bologna 2025, pp. 262
Il diritto (jus) non è appannaggio degli esseri umani. Ben lo sapevano i Romani. Secondo Ulpiano «jus naturale est, quod natura omnia animalia docuit: nam jus istud non humani generis sed omnium animalium, quae in terra, quae in mari nascuntur, avium quoque commune est» (Digesto, 1, 1, 3). Un diritto naturale, dunque, comune agli uomini e agli animali. L’etnologia è prodiga di studi sulle complesse società di animali (si pensi, tra gli insetti, ai formicai e soprattutto agli alveari, vera metafora della complessa organizzazione sociale umana). Ma una società organizzata comporta anche l’escogitazione di meccanismi di risoluzione delle controversie. Le società umane nel corso delle decine di millenni hanno elaborato numerosi meccanismi di risoluzione di conflitti, il più recente dei quali è chiamato “processo giudiziario”. Possiamo ipotizzare una remota origine biologica del “processo giudiziario” comune all’homo sapiens e ai primati non umani ? A questo interrogativo cerca di fornire risposta il noto giurista spagnolo Jordi Nieva-Fenoll nello stimolante saggio Le origini della giustizia, apparso in Italia con i tipi de Il Mulino.
L’Autore è giurista, non etnologo né paleontologo. E tuttavia conosce estesamente la letteratura scientifica più recente sulle condotte psicologiche degli animali, in particolare dei primati ominidi non umani (oranghi, gorilla, scimpanzé). Con gli scimpanzé gli uomini condividono il 98,4% del dna. Per un termine di confronto, il dna in comune tra noi e l’estinto uomo di Neanderthal (già appartenente al genere homo) raggiunge il 99,7%. Condividiamo con gli scimpanzé, primati organizzati socialmente, quasi tutto il nostro patrimonio genetico ma anche una notevole «flessibilità comportamentale, superiore a quella di tutte le altre specie» (p. 21). Da qui l’utilità della ricerca di analogie sociologiche tra i gruppi di scimpanzé e le micro-società umane, al fine di individuare una eventuale comune origine delle modalità di risoluzione delle controversie.
Studiando empiricamente le condotte sociali degli scimpanzé gli etnologi hanno individuato tre macro-cause di conflitto: dispute sul territorio; dispute sul cibo; dispute per il primato sessuale e la difesa della gerarchia interna al gruppo. Si tratta di cause di conflitto, non troppo dissimili da quelle dei gruppi di cacciatori primitivi. Anche le società umane più evolute si scontrano per ragioni di territorio, di ricchezze (cibo in senso lato), affermazione o conservazione del primato tra i gruppi (Stati) organizzati. Ciò è ampiamente noto. Quel che davvero suscita interesse è la sussistenza presso gli scimpanzé di alcune istintive esigenze di prevenzione o superamento dei conflitti. I gruppi organizzati di questi primati pongono in essere talune condotte finalizzate alla composizione o prevenzione delle possibili liti. Per esempio, nota l’Autore, il mantenimento o anche l’espansione territoriale non sempre comportano la violenza ma possono essere perseguiti attraverso reti di alleanze, condivisione di cibo, inserimento di esemplari nella medesima famiglia, rafforzamento di legami «attraverso azioni e comportamenti reciprocamente piacevoli» (p. 32). Al contrario, a fronte di azioni offensive di gruppi estranei talvolta il gruppo minacciato decide di evitare il combattimento: prende le distanze, si allontana, oppure urla, gesticola, minaccia ritorsioni allo scopo di tenere buono e tranquillo il gruppo rivale, con la chiara finalità di evitare il conflitto. I vari meccanismi di risoluzione o prevenzione dei conflitti non sono mossi da equivoco altruismo o improbabile senso di giustizia; essi non si discostano mai, secondo gli studi ampiamente citati, dalla salvaguardia della propria sopravvivenza individuale o dalla massimizzazione del beneficio per sé: «il comportamento degli scimpanzé sembra più orientato a conseguire il massimo beneficio per sé, niente di più» (p. 38).
Ma i meccanismi di prevenzione o di risoluzione dei conflitti sin qui descritti restano ancora, per così dire, tutti interni alle parti coinvolte. Il “processo” dei gruppi umani comporta invece l’esternalizzazione del conflitto e il coinvolgimento, appunto, di un soggetto esterno che funga da giudice o mediatore. Si rinviene qualcosa di simile tra gli scimpanzé? La risposta resta aperta. Sicuramente non è stato individuato alcun decisore o paciere esterno nel caso di conflitto tra gruppi. Ma per le dispute interne al gruppo la situazione potrebbe essere diversa. È stato notato che a volte in caso di disputa tra due individui interviene il maschio dominante (maschio alfa) il quale punisce entrambi i contendenti sino a che non ritorni la quiete nel gruppo. Possiamo considerare questo caso «uno stadio embrionale del sistema giudiziario»? (p. 45). Una risposta certa oggi non esiste. Ma è invece certo che la “terzietà” non è estranea agli individui scimpanzé perché essi possiedono la consapevolezza di vivere in gruppo e al contempo percepiscono la differenza tra il loro essere individui e il resto del gruppo.
Se ora allarghiamo lo sguardo agli uomini primitivi notiamo subito che le ragioni di conflitto sono solo in parte comuni con gli scimpanzé (territorio, cibo, gerarchia sessuale); se ne aggiungono altri (invidia, onore) e difficilmente spiegabili, dal punto di vista biologico, con l’istinto di sopravvivenza. E già questa differenza introduce una frattura notevole col mondo dei primati non umani. Altre fratture immense sono date dal linguaggio e dalla memoria a lungo termine, di cui gli altri primati sono quasi completamente privi. I meccanismi di risoluzione delle controversie tra i primitivi non sono affatto agevoli da ricostruire, mancando quasi del tutto la documentazione. Gli studi etnologici sulle odierne tribù rimaste allo stadio primitivo vanno maneggiati con cura perché: 1) non è detto che le tribù “primitive” odierne si comportino come le tribù dell’età della pietra; 2) i “primitivi” odierni sono esposti all’influenza delle civiltà più evolute. Ad ogni modo l’Autore, con ampio fondamento in studi qualificati, propone una lettura evolutiva dei meccanismi di risoluzione che va dall’ancestrale vendetta alla mediazione, al processo assembleare sino al più recente (ma nient’affatto universalmente diffuso) processo giudiziario. La vendetta, il più antico (ma anche più inefficace) meccanismo di risoluzione delle controversie potrebbe conoscere una origine prettamente biologica, tipica del genere homo ma estranea ai primati non umani. Per alcuni studiosi, tra i quali spicca Christopher Boehm, la vendetta sarebbe «radicata nelle nostre emozioni primarie» (p. 74), quale reazione di difesa biologica spontanea. In breve, l’uomo aggredito produrrebbe notevoli dosi di adrenalina, un ormone capace di potenziare o l’immediata reazione difensiva o la fuga. La vittima dell’aggressione evidentemente non ha il tempo di difendersi né di fuggire; la sua adrenalina resta senza effetto, tuttavia la memoria a lungo termine (che gli scimpanzé non possiedono) lascia residui dell’effetto adrenalinico. Permane l’esigenza di mandare a effetto l’eccesso adrenalinico; poiché non si potette rispondere con la violenza alla violenza subìta, lo si fa a effetto differito. Non si è raggiunto tra gli scienziati alcun consenso sull’origine biologica della vendetta (anzi, secondo l’Autore le cause ultime della vendetta continuano a restare oscure); ma è già più plausibile ricollegare storicamente la pena/punizione alla vendetta quale risposta razionale quando si constata l’inevitabilità della vendetta, volendone al contempo mitigare gli effetti.
La pena nasce come disciplinamento retributivo della vendetta istintiva e, forse, «come un primo tentativo di monopolio della violenza» a vantaggio del gruppo (p. 81); ma soprattutto la pena retributiva segna il passaggio fondamentale all’esternalizzazione del castigo. Non ci si fa più vendetta da sé ma si prevede il coinvolgimento di un soggetto terzo legittimato a punire e castigare il trasgressore. Con ogni probabilità nelle tribù primitive il terzo decisore era il gruppo e tuttavia prima di arrivare a questo terzo decisore (giudice assembleare) gli studi etnologici ci dicono che intervenne la fase della mediazione. Nelle età ancestrali il gruppo veniva coinvolto come “paciere” e non come dispensatore di “giustizia” tra i contendenti. La mediazione, come la vendetta a la punizione, presuppone che si conservi la memoria a lungo termine del conflitto, oltre che un linguaggio sufficientemente complesso per formulare proposte conciliative. Il mediatore esercita solo una funzione di persuasione, possiede autorevolezza e mira alla salvaguardia della pace tra il gruppo, ma le sue sono soltanto proposte, non decisioni coercitive. Si è constatato in studi comparativi presso varie tribù che il processo assembleare non è finalizzato alla scoperta della “verità” ma, populisticamente, a un risultato «che raccolga il maggior numero di accordi all’interno del gruppo» (p. 22). Il consenso significa opinione maggioritaria, con l’inconveniente di lasciare insoddisfatta la frazione minoritaria. Il processo giudiziario o a giudice unico nasce in epoca storica e presuppone un notevole sviluppo di civilizzazione. Ha scarso rilievo stabilire se esso compaia per la prima volta presso i Sumeri o, come insiste l’Autore, nell’antico Egitto. Sicuramente lo ritroviamo, con varie gradazioni, nel Vicino Oriente, in Grecia, a Roma, e da qui giunge sino a noi. Ma non è necessariamente vero che il processo giudiziario costituisca il perfezionamento della “giustizia” (il cui concetto peraltro continua a rimanere nebuloso, così come del tutto discutibile pare la concezione proposta da Nieva-Fenoll, secondo cui la giustizia è convenzionale, cioè «il consenso di un gruppo con fini di coesione allo scopo di ottenere la propria tutela», p. 162), né, tantomeno, che esso si collochi quale sviluppo progressivo e naturale rispetto ai meccanismi processuali precedenti. Al contrario. Presso i primati non umani prevalgono meccanismi biologici istintivi di autotutela; col passaggio all’homo sapiens e la comparsa della memoria a lungo termine l’autotutela viene integrata dalla vendetta, cui seguono la mediazione, la pena e il processo assembleare. Il processo giudiziario a giudice unico compare molto recentemente, con una brusca frattura storica e in contesti geografici limitati (vicino oriente sumerico, Egitto; da lì nel bacino mediterraneo), e non lo si rinviene affatto nell’America precolombiana così come in larga parte del resto del mondo. Insomma, il passaggio dal processo assembleare al processo giudiziario «può essere logico, ma non è affatto spontaneo» (p. 139).
Il saggio, oltre ad aprire squarci interessantissimi sulle tracce di socialità “giuridica” dei primati, ci sollecita a relativizzare il processo giudiziario, a porlo accanto ad altri meccanismi di risoluzione delle controversie e a non dare per scontato che la decisione coercitiva di un giudice unico sia naturaliter la più efficace e la più giusta.
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