Antonio Messina è dottore di ricerca in Scienze Politiche (Università di Catania) ed è stato Visiting PhD Fellow presso l’Università di Leiden (Paesi Bassi). Fa parte del comitato scientifico o redazionale delle riviste ‘Il Pensiero Storico’, ‘Nuova Storia Contemporanea’, ‘La Razón histórica’ e del comitato dei revisori del ‘Journal of Political Science and International Relations’. Ha pubblicato una serie di studi di storia del pensiero politico e di storia intellettuale delle ideologie radicali, europee ed extraeuropee, privilegiando l’analisi comparatistica.
Aree di ricerca: African Studies; Contemporary Intellectual History; Totalitarian Ideologies; Comparative Fascist Studies; Nationalism; Political Ideologies; Political Religion and Sacralization of Politics.

Recensione a A. Mingardi, La verità, vi prego, sul neoliberismo, Marsilio, Venezia 2019.

 

Alberto Mingardi apre il suo libro con una dichiarazione che ha almeno il merito dell’onestà: nella premessa informa il lettore che «l’autore appartiene alla ristretta fazione degli ammiratori del neoliberismo» e che il suo è un libro di una «costante, noiosa, patetica coerenza di principi» (p. 13). La premessa chiarisce le posizioni, ma non per questo le rende meno problematiche agli occhi del lettore. Ciò che segue non è, nonostante le apparenze, un saggio analitico sul neoliberismo, ma una difesa del liberismo di mercato condotta da chi è già convinto e non nasconde di esserlo. Il punto non è che Mingardi abbia una tesi, ma che essa precede l’argomentazione, ne orienta l’intero impianto e non viene mai davvero messa alla prova.

L’operazione intellettuale centrale del libro consiste nel mettere in discussione la categoria stessa di “neoliberismo”, presentata come un’etichetta vaga, usata in modo inflazionato e spesso priva di definizione rigorosa. Mingardi richiama studi secondo cui «il 65 per cento» degli articoli scientifici che impiegano il termine non si preoccupa nemmeno di definirlo (p. 16), e osserva come nel discorso pubblico l’idea di un mercato totalmente deregolato conviva senza difficoltà con l’esperienza quotidiana di un’economia fitta di tasse e regolazioni (p. 10). L’argomento è solido e coglie un punto reale: il neoliberismo, più che un concetto analitico, funziona spesso come categoria polemica. Proprio qui, però, emerge una tensione. Se, come Mingardi arriva a sostenere, «il neoliberismo non è mai esistito e non esiste» (p. 250), allora il bersaglio critico viene meno. Ma nel momento in cui il termine viene svuotato di consistenza empirica, ciò che resta non è un neoliberismo meglio definito, bensì uno spazio concettuale che viene occupato, senza dichiararlo esplicitamente, da una difesa più generale dell’economia di mercato. Il bersaglio polemico si dissolve, ma la difesa rimane, solo che cambia oggetto. Non è più il neoliberismo, la cui esistenza come fenomeno storico Mingardi ha appena negato, bensì una versione ideale del liberismo che ne prende il posto.

Lo slittamento è sottile ma decisivo e avviene senza essere tematizzato. Così, quando l’autore rivendica l’originalità di un uso positivo del termine, «con l’eccezione di questo libro, non ne troverete un altro […] nel quale il termine sia usato con un’accezione positiva» (p. 8), il termine stesso è già stato, di fatto, svuotato. Ciò che viene difeso con accezione positiva non è più il neoliberismo, ma qualcosa di diverso, che non viene mai pienamente nominato come tale. Il nodo più fragile del libro è strutturale. Mingardi argomenta, con dati spesso convincenti, che lo Stato non si è mai davvero ritirato dall’economia e che dunque imputare al mercato lasciato a se stesso le disfunzioni del presente è un errore. Fin qui la critica regge. Ma quando si tratta di spiegare i successi, crescita dei redditi, allargamento della classe media globale, riduzione della povertà assoluta, il principio causale si ribalta: è «a quel poco di neoliberismo, infatti, che dobbiamo crescita e prosperità» (p. 2). Quando il mondo va male, la colpa non è del mercato perché il vero mercato non c’era; quando va bene, il merito è del mercato perché quel poco che c’era ha funzionato. Questa asimmetria produce una tensione argomentativa che indebolisce la pretesa esplicativa del volume.

Il caso più emblematico riguarda la povertà. Mingardi cita con soddisfazione il dato della Banca Mondiale secondo cui nel 2015 la percentuale della popolazione mondiale in povertà assoluta è scesa per la prima volta sotto il 10%, aggiungendo in tono ironico che «sarà accaduto nonostante il neoliberismo» (p. 8). La battuta è efficace, ma elude la domanda metodologicamente più seria: in quale misura il medesimo processo ha contestualmente prodotto le concentrazioni di ricchezza e le asimmetrie distributive che caratterizzano le economie avanzate contemporanee? Mingardi preferisce citare, approvandolo, il Kennedy dell’«alta marea solleva tutte le barche» (p. 9) piuttosto che confrontarsi con le evidenze sulla disuguaglianza interna: un silenzio che non è neutro.

Il fondamento filosofico del libro è hayekiano: il mercato è un meccanismo di coordinamento della conoscenza dispersa che nessuna autorità centrale potrebbe mai aggregare. Mingardi presenta la riabilitazione di questa idea come «il trionfo di Hayek […]» (p. 53). L’intuizione è potente e ha basi teoriche solide. «Il mercato è una specie di testo da decifrare: ciascuno cerca di leggere l’insieme di azioni e decisioni degli altri e prova così a regolarsi per le proprie» (p. 29). L’immagine è felice. Ma qui funziona come assioma, non come ipotesi. Il sistema dei prezzi non è soltanto un dispositivo di coordinamento cognitivo: è anche un campo in cui si sedimentano asimmetrie di potere, posizioni di rendita e fallimenti sistemici. La distinzione, più volte evocata, tra mercato ideale e capitalismo realmente esistente finisce per assumere una funzione immunizzante: il mercato “vero” non ha mai prodotto i guasti che gli vengono imputati, perché non è mai stato abbastanza vero. Ma proprio questa distinzione rende l’argomento difficilmente falsificabile.

Da qui discende la difficoltà del passaggio descrittivo-normativo, che Mingardi non affronta mai in modo sistematico. Mostrare che lo Stato produce fallimenti e che il mercato consente correzioni più rapide degli errori non equivale a dimostrare che il mercato produca esiti giusti. Questo passaggio resta implicito, e con esso resta implicita la scelta normativa che struttura l’intero libro.

Infine, rimane in ombra una questione decisiva. Mingardi riconosce che lo Stato è necessario, ma non si interroga davvero su dove stia il punto di equilibrio. Fino a quale livello può essere ridotto senza compromettere le condizioni che rendono possibile il mercato stesso? Il diritto dei contratti, la tutela della proprietà, la stabilità monetaria, la regolazione della concorrenza sono prodotti dello Stato, non del mercato. Questa dipendenza strutturale resta sullo sfondo, mai tematizzata. La verità, vi prego, sul neoliberismo è un libro intelligente, leggibile e polemicamente efficace. Smonta con successo molte semplificazioni del dibattito pubblico e offre pagine storiche di reale interesse. Ma quando passa dalla critica alla proposta implicita, si espone alle stesse difficoltà che imputa ai suoi avversari. Non è più soltanto una critica dell’ideologia, ma la costruzione di un’ideologia alternativa presentata come buon senso. Di questo, almeno, Mingardi è trasparente fin dalla prima pagina. Ciò che resta meno chiaro è perché questa «ristretta fazione degli ammiratori del neoliberismo» dovrebbe meritare di espandere le proprie fila.

Nota sul testo: Le citazioni sono tratte dall’edizione digitale Marsilio 2019 (ISBN 978-88-297-0100-1), priva di paginazione nel corpo del testo. I riferimenti sono indicati con il numero pagina dell’ebook.

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