Giusy Capone insegna Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina dal 1998. Giornalista, è redattrice della Rivista culturale bilingue registrata "Orizzonti culturali italo-romeni"; si occupa delle pagine culturali di diversi portali dell'area Nord di Napoli; collabora con l'Istituto di Mediazione linguistica di Napoli; cura un blog letterario.

Francesca Sensini è professoressa associata di Italianistica presso l’Université Côte d’Azur. Le sue ricerche, di taglio comparatistico, sono incentrate sulla letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento, la ricezione del classico e gli studi di genere in ambito letterario. Tra le sue recenti pubblicazioni per il Melangolo: Pascoli maledetto (2020) e La lingua degli dèi. L’amore per il greco antico e moderno (2021).

La sua opera letteraria pare essere percorsa da un filo che riannoda l’antico con il moderno. Quali tracce della classicità individua nella realtà greca odierna, in particolare nella sua lingua?

Sono le tracce – linguistiche, culturali– di una storia ininterrotta, che va dalla civiltà minoico-micenea e da Omero fino ad oggi. Dentro questo percorso – che riguarda peraltro tutto il mondo euromediterraneo, quindi anche noi  – si innesta, da una parte, il sogno di una nazione ideale, che possiamo chiamare, con un grecismo dotto, Ellade, maturato nella cultura occidentale fin dal tempo in cui la Grecia divenne una provincia dell’Impero romano, con la distruzione di Corinto nel 146 a.C., e dall’altra, il percorso storico, travagliato e notevolissimo, di un popolo. Nel mio libro La lingua degli dei, L’amore per il greco antico e moderno faccio, come preciso in uno dei capitoli che lo compongono, una mia personale endiadi, bellissimo grecismo della lingua italiana che vuol dire “unoin due”; parlo cioè di una cosa sola considerandone due facce.

Se ci pensiamo bene, poi, storicizzando correttamente, la visione di una Grecia spaccata tra antichità e modernità svanisce. Questo è già chiarissimo a Giacomo Leopardi che, in una nota dello Zibaldone nel fatidico 1821, anno della rivoluzione greca, fa il suo personale elogio della Grecia. In particolare, il poeta si sofferma sulla meravigliosa singolarità di questa nazione, ammirevole per forza autoconservativa, dotata di una “invincibile tenacità”. Egli evidenzia come il popolo greco, la sua lingua e la sua cultura non si siano mai confusi con quelle di altri popoli, neppure con i dominatori turchi.

L’esodo è l’uscita, anche di denaro, l’autopsia una visita, l’eteria una qualsiasi società, la tragedia una canzone. Ciò nel greco moderno, dove “alto” e “basso” si danno la mano. Nell’italiano i grecismi sono relegati al lessico letterario, filosofico e scientifico. Quali sono le ragioni di questa differenza?

In realtà, è dalla nostra prospettiva di non-ellenofoni che, in neogreco, l’alto e il basso, le astrazioni del pensiero e gli oggetti concreti del quotidiano, si danno la mano. Per i greci di oggi la “metafora” è sia il trasporto urbano che la figura retorica, come per noi, che so, la parola “iride” indica sia la porzione della membrana vascolare dell’occhio che l’arcobaleno o il “pomodoro” è essenzialmente un frutto saporito che mettiamo in insalata, senza che per forza avvertiamo nel termine la presenza dell’oro e l’idea di una sfera preziosa.

Diciamo che le parole greche sono entrate in varie fasi nella nostra penisola: in età classica e postclassica; durante l’alto Medioevo, per poi arrivare alla nascita dell’Umanesimo, resa possibile dall’esodo di intellettuali e stampatori greci, in fuga dalla Grecia dopo la caduta di Costantinopoli in mano turca nel 1453.

La bellezza per chi impara il neogreco e ha nelle orecchie i termini tecnici, difficili, dei grecismi dell’italiano – argano, sartìa, analgesico, paratassi, ipotassi, ipofisi, necrosi, nefrite, parresia, ma anche parole facile come telefono, cometa, clinica, calligrafia, etc. – sta proprio in questo frequente straniamento, quasi un gioco, che ci consente di cambiare punto di vista sulle cose e sul mondo. E cambiare punto di vista è sempre molto utile, oltre che sorprendente. Il neogreco è una lingua che ci consente in modo particolare di entrare in questo gioco e di posizionarci in modo nuovo anche rispetto alla nostra lingua madre.

Nel greco antico lessico e mito si amalgamano in maniera inestricabile: quali sono i più rappresentativi esempi di questa interdipendenza?

 Lessico e immaginario, lessico e mito si alimentano vicendevolmente. Questo accade anche nel neogreco. Il titolo del mio libro, La lingua degli dei, allude a questo aspetto: non intendo naturalmente dire che il greco, antico o moderno che sia, non è una lingua umana, o da essere umani; tutt’altro. Intendo dire semmai che è una lingua che, per il posto che essa occupa nella storia dell’Occidente euromediterraneo, per il suo genio unico, ha la capacità di rimetterci in contatto con il “divino” in senso ampio. Questo “divino” è anche, per converso, il ricordo – direi anzi il monito – del nostro essere uomini e donne, mortali, effimeri, con limiti ontologici invalicabili, ma anche capaci di un’arroganza infinita, titanica direi, di una violenza e di un desiderio di dominazione terribili. Ecco, la Grecia, con i suoi miti, i nomi che dà alle cose, ai suoi bambini e bambine – Ares, Afrodite, Dioniso, Asclepio, Calliope… – ci fa sentire la presenza di cose che ci trascendono, che non possiamo afferrare fino in fondo, di cui siamo parte ma che non possiamo controllare. Chiamiamoli “dèi”, “divino”, per intenderci. Molto meglio di me l’ha spiegato un viaggiatore americano e grande scrittore, Henry Miller, nel suo romanzo Il Colosso di Marussi, pubblicato nel 1941 ma ambientato nella Grecia del 1939. Lo consiglio vivamente. Eccone un estratto, in cui Miller racconta la sua esperienza del divino in Grecia:

Fu un viaggio nella luce. La terra era illuminata dalla propria luce interna. A Micene ho camminato sui morti incandescenti; a Epidauro ho sentito un silenzio così intenso che per una frazione di secondo ho udito battere il grande cuore del mondo e ho compreso il significato del dolore e della sofferenza; a Tirinto sono rimasto nell’ombra dell’uomo ciclopico e ho sentito la vampa dell’occhio interiore che ora è diventato una ghiandola malaticcia; ad Argo tutta la pianura era una nebbia infuocata in cui ho visto i fantasmi dei nostri indiani d’America e li ho salutati in silenzio. Mi aggiravo in modo distaccato, coi piedi inondati dal bagliore terrestre. Sono a Corinto in una luce rosa, il sole combatte con la luna, la terra gira lentamente con le sue grasse rovine, roteando nella luce come una noria riflessa in un immobile stagno. Sono ad Aràchova quando l’aquila si innalza dal nido e si libra sopra la caldaia bollente della terra, stordita dalla brillante trama di colori che veste l’abisso palpitante. Sono a Leonidio al tramonto e dietro la spessa coltre di vapori paludosi si profila la porta scura dell’inferno dove le ombre di pipistrelli e serpenti e lucertole vengono a riposare, e forse pregare.

Per i Greci Internet è un concetto non accolto debolmente dall’inglese ma convertito in un calco originale. È il dhiadyktio, letteralmente “la rete (da pesca)”. In un mondo pervaso capillarmente dalla tecnologia quale funzione potrebbe assumere la tradizione classica?

 Il discorso, comunissimo, che oppone, da un lato, studi umanistici e, in particolare, classici, a scienza e tecnologia, dall’altro, mi convince molto poco. Partirei da un dato storico e numerico. Negli anni Venti del XIX secolo l’umanità raggiunge il miliardo di persone; negli anni Settanta del secolo scorso i tre miliardi. Negli ultimi cinquant’anni siamo triplicati. La velocità con cui l’essere umano si è esteso sul pianeta è aumentata vertiginosamente in un tempo assai breve. Di conseguenza, qualunque tipo di fenomeno umano ha preso un’accelerazione notevolissima, producendosi su una scala incommensurabile rispetto al passato, nel bene e nel male. E noi arranchiamo nella ricerca di comprendere quello ci capita intorno. A volte percepiamo quindi come crisi, come morte di qualcosa cui teniamo, semplicemente un mutamento di linguaggio. Credo che nel XXI secolo dovremmo cominciare a decolonizzare il nostro immaginario da certi schemi di pensiero, che pur sono stati utili per lo sviluppo della modernità. Mi riferisco in particolare all’idea della divisione netta tra saperi umanistici e scientifici che, di fatto, risale al VI secolo d.C., quando si comincia a parlare delle discipline del trivio, e cioè grammatica, retorica e dialettica, opposte al quadrivio, formato da aritmetica, geometria, musica e astronomia. A partire dalla diffusione del metodo sperimentale nel XVII secolo, questa lunga tradizione è stata affiancata dal ragionamento per categorie, cioè, in parole povere, dal bisogno di separare le cose per comprenderle nella loro specificità. Continuando a aderire a questi schemi oggi, rischiamo di non riuscire a cogliere i nessi esistenti tra i diversi ambiti del sapere, precludendoci la possibilità di arrivare a una migliore comprensione del reale ipercomplesso – anche perché iperconnesso – in cui viviamo.

Penso che non abbia più senso pensare a scienze umane e tradizione classica come opposte a scienza e tecnologia. D’altra parte, l’umanesimo non è altro che un approccio al reale che non si fonda solo sul numero e sul dato ma anche sulla parola e sulla creatività che permette di fare di numeri e dati conoscenza e coscienza. Dal canto suo, la tecnologia, dal greco téchne, «arte» (quella del poeta, dell’artigiano, dell’ingegnere, poiché allora non si separavano i saperi. Ah, la saggezza dei… classici!) è uno strumento, un vero e proprio prolungamento della nostra mano. Esemplarmente, la tecnologia oggi permette di espandere le conoscenze umanistiche, allargando a una platea amplissima informazioni e documenti che non moltissimo tempo fa da erano di difficile reperimento. È un po’ quello che accadde con l’introduzione dei caratteri mobili e quindi della stampa alla fine del XV sec. Se prima il libro era solo copiato a mano e i saperi viaggiavano più lentamente e in ambiti più ristretti (soprattutto quello ecclesiastico), l’introduzione dei caratteri mobili fa decollare e democratizza i saperi, fecondando l’Umanesimo e il Rinascimento. La prima opera stampata fu, non a caso, la Bibbia, perché era considerata la base dei saperi di quel mondo.

Quindi la tecnologia non è un male, come non lo sono gli studi umanistici e classici. Hanno entrambe la loro funzione e senso nell’humanitas. Sono infatti entrambi prodotti dell’essere umano e, nel momento in cui allargano l’accesso alla cultura e al sapere,fanno qualcosa di molto buono.

Guerra di liberazione, combattuta con orgoglio, e reazione ad una devastante crisi economica. Ravvede un medesimo moto d’animo, squisitamente greco, che cavalca i decenni?

Certo. Recupero le osservazioni luminose di Leopardi, che non elogia soltanto la resistenza della lingua greca ma anche quella della nazione greca contro i turchi. Riferendosi alla cronaca internazionale del 1821, il poeta esalta il coraggio di un popolo oppresso che si è rivelato “formidabile”, dimostrando all’Europa quale fosse “lo spirito nazionale dei greci, la ricordanza e la tenacità delle cose loro”.  Qualche anno più tardi, nel 1827, nel Discorso in proposito di un’orazione greca di Giorgio Gemisto Pletone, Leopardi torna a esaltare «la nazione greca che, per ispazio dintorno a ventiquattro secoli, senza alcuno intervallo, fu nella civiltà e nelle lettere, il più del tempo, sovrana e senza pari al mondo». Alla raffinatezza dell’impero orientale ai tempi delle crociate, l’autore contrappone un Occidente rozzo e immemore di sé. In altre parole, Leopardi riconosce senza difficoltà nei cittadini dell’impero d’Oriente i veri “romani”, cioè gli eredi diretti di quella cultura che sopravvisse e si sviluppò al di fuori della cinta della città eterna.

Credo che la parola “ricordanza”, insieme a “tenacità”, definisca bene una costante di questa nazione. E per avere un’idea della tragedia della crisi economica greca e dell’umanità commovente della Grecia di oggi invito alla lettura della raccolta di racconti di Christos Ikonomou, Qualcosa capiterà, vedrai. 

L’antico si fa attuale, dunque, senza fanatismi iperbolici e nostalgie canaglie, nella consapevolezza e certezza che la Grecia antica sia un luogo gremito di idee e popolato di storie. È la folla di immagini che narrano l’uomo e l’umano a scatenare la “grecitudine”?

La Grecia, sparpagliata nel Mediterraneo come una roccia scagliata da chissà che altezze e frantumata per la forza di accelerazione della caduta, ha rive infinite a cui sono approdate, via mare, attraverso marinai e mercanti, viaggiatori, esuli, avventurieri, tutte le storie del Mediterraneo, e oltre, a est, quelle che arrivava da più lontano. Come non si può non volersi fermare ad ascoltare queste storie? La grecitudine o, con termine più politico e alto il filellenismo, è l’amore per il mythos, il racconto delle nostre origini, storiche, fantastiche.

«We are all Greeks» è una celebre espressione proferita per la prima volta dal poeta inglese Percy B. Shelley. Lei, Professoressa, concorda?

È un fatto. We are all Greeks. Our laws, our literature, our religion, our arts have their root in Greece. Questo non significa esaltare ciecamente, acriticamente, la Grecia, la sua storia, le sue istituzioni; tutte esperienze umane e dunque imperfette, perfettibili. Resta il fatto che alla Grecia dobbiamo moltissimo e capire da dove veniamo è fondamentale a indirizzare meglio la rotta per il futuro.

Può indicarci un particolare della sua Grecia, un elemento per Lei inconfondibile?

La sua poesia contemporanea, per dire una cosa che ne tiene insieme moltissime, come uno scrigno che trabocca, per la sua capacità di dire le cose più minute e di farmi ricordare che la nostra cifra è questa, questa la nostra dimensione: una sedia messa in un certo modo, un bicchiere che cade, la luce di un’ora precisa che entra dalla strada e si posa su un viso silenzioso perché parli, una frasi banale detta con un tono che non tornerà mai più esatto come in quell’istante, il modo di una persona di mettere a posto le posate nel cassetto, le briciole sul tavolo come de presagi. Il quotidiano, il triviale, l’umile che diventa rituale e rivelazione. La Grecia – e la sua poesia lo esprime magistralmente – è questo luogo dove le cose sono quello che sono e rimandano anche ad altro, a una loro memoria o futura realizzazione. E per questo mi pare di vivere sempre di più in Grecia.

Lascio la parole alla voce di una poeta ateniese poco nota, grandiosa, Niki Rebecca Papagheorghiou (1948-200), riedita in traduzione italiana lo scorso anno dalla casa editrice Argo di Bologna, con la traduzione di Elisabetta Garieri.

Mimesi

Non riuscirò a trattenerlo. Si dissolverà come una nuvola questo giorno. Se non ci fosse il soffio dentro la nuvola, se non ci fosse il soffio nell’aria, se una sagoma, un colore si potesse trattenere, non per sempre, non per un’ora, ma quel tanto ch’io veda una forma dentro la nuvola, un attimo immobile, qualcosa che ricordi qualcosa.

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