Nato a Reggio Calabria nel 1996, ha conseguito la laurea triennale in Scienze politiche presso l’Università della Calabria UNICAL, proseguendo la propria formazione con una laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università di Roma La Sapienza. Da sempre un appassionato di confronti su temi di natura sociale e culturale, attualmente ha all’attivo la partecipazione ad un Master in Organizzazione e Sviluppo delle Risorse Umane presso la GEMA Business School.

Recensione a
P. Bruckner, Una breve eternità. Filosofia della longevità
Guanda, Milano 2020, pp. 252, €20.00.

Paragonare la vita ad una cima da noi raggiunta in corrispondenza della mezza età e da cui ammirare, iniziando la discesa, il tramonto dei nostri giorni è una comoda e diffusa metafora da poter usare per sintetizzare il quadro complessivo dell’esistenza. Spesso, ciò significa «comporre l’inventario malinconico di tutti gli obiettivi che non abbiamo raggiunto. Ma questa malinconia tratteggia in negativo un vasto dominio da decifrare: quello che ci rimane da esplorare». Con queste parole Pascal Bruckner si addentra nel complesso labirinto del tempo della vita, mostrando come esso sia capace di sfuggire ad ogni classificazione imponibile. Il saggio di Bruckner intende porsi come una riflessione attorno allo scorrere del tempo e al significato che le tappe dell’esistenza assumono agli occhi di chi quelle stesse tappe attraversa, rassegnato o corroborato da un’inesauribile energia vitale, relitto di sé stesso o fenice sempre pronta a risorgere.

Pascal Bruckner, filosofo e saggista francese, autore, tra l’altro, del Prix Médicis essai La tentazione dell’innocenza (2001), apre lo scrigno di una trasparente e disincantata riflessione attorno alla pungente domanda: vivere più a lungo o più intensamente? Animato da uno spirito volutamente provocatorio e polemico, che passa in rassegna alcuni dei cliché più comuni riguardanti le età della vita e l’invecchiamento cui ognuno è inevitabilmente – che ci piaccia o meno – destinato, le riflessioni dell’autore si trovano a doversi districare tra due narrative: una, più fatalista, cristallizza staticamente i confini delle stagioni dell’esistenza umana; un’altra, tipica delle riflessioni più contemporanee abbraccianti i temi del transumanesimo, è determinata ad abolire la tirannia del tempo, del deperimento, della morte.

Persuaso dalle promesse di un invecchiamento tardivo, di una panacea di opportunità e godimenti inesauribili, il cinquantenne di oggi è un individuo che si rifiuta di rimanere in panchina, che vuole sentirsi, proprio come un ventenne, padrone del proprio destino e delle risorse della vita in ogni istante, tenendosi in equilibrio tra l’ammissione dell’ineluttabile – il fluire inesorabile e corrosivo del tempo – e un’ebbrezza che vuole sopravvivere. Questo atteggiamento, rivela Bruckner, è in parte figlio della storia: da quando il pensiero europeo, tra il XV e il XVI secolo, si è affrancato dal concetto di predestinazione, così pervasivo nei confronti dell’esistenza umana, le barriere psicologiche e biologiche hanno cominciato a sfaldarsi, e si è entrati nell’epoca della continua creazione di sé: è questa la premessa, a ben vedere, su cui si fonda il mito stesso del self-made man americano. Senza che a volte si provi pudore alcuno – e certe aspirazioni tardive di personaggi come sugar daddies, bamboccioni che millantano avventure erotiche d’altri tempi o donne in piena crisi di mezz’età con l’ossessione di conservarsi intatte potrebbero essere esempi calzanti –, l’età psicologica vuole smettere di coincidere con quella biologica.

L’individuo maturo è sempre stuzzicato dal desiderio, sempre alla ricerca di brividi, reclama il diritto di ritagliarsi uno spazio nella platea di una gioventù senza fine. Un’intera vita si erge dunque a rappresentazione di quella facoltà, intrinsecamente umana, che è l’eterna rinascita. Ogni singola giornata, afferma Bruckner, «è come un dramma umano completo», e non per nulla ogni mattino è equiparabile, a suo modo, ad una vera e propria resurrezione: il tempo non ubbidisce alle scadenze attraverso le quali lo segmentiamo, eccezion fatta per il momento della nostra definitiva dipartita. Piuttosto, il tempo è una calamità gentile, che autorizza la ripetizione fintanto che la si desidera. È questa l’eterna rinascita di cui parla Bruckner: significa sperimentare la morte di qualcosa e riprogettare, farlo come se anche le circostanze crepuscolari della nostra quotidianità avessero ancora un’eternità davanti. Significa riconoscere che non esistono inizi assoluti nella nostra vita e riappropriarsi del bisogno di sbagliare, dei «diritti della coscienza errante» di cui parla il pensatore Pierre Bayle.

L’uomo, di per sé, ricerca l’estensione dell’attimo piacevole, il perpetuarsi della bellezza, rifuggendo la fine, la decadenza e la malinconica assenza. Riflettendo sulla percezione contemporanea della morte, Bruckner afferma che «il cittadino contemporaneo è un individuo sofferente che si ribella alla propria sofferenza». Ciò era ben chiaro già a Freud quando questi, durante una conversazione con un giovane Rainer Maria Rilke presso una località di montagna, esaltava la preziosità del perituro: se tutto quanto di esistente, gli attimi e noi stessi, sopravvivessero eternamente, la vita diventerebbe intollerabile, schiacciata dall’ingombrante presenza del ricordo. Per questo motivo è importante, a qualsiasi età, ricercare le primavere che ritornano, farlo senza l’occhio dell’attaccamento che percepisce la bellezza e i piaceri come beni immortali, in quanto il loro reale godimento scaturisce dal loro manifestarsi intermittente.

Se la giovinezza – biologicamente intesa, ma anche quella che esiste ed opera attraverso certi ritmi, desideri e ambizioni che per forza di cose non possono più appartenere ad un sessantenne o ad un settantenne – e la bellezza non durano in eterno, ciò che può non morire in noi, dice Bruckner, è uno sguardo di meraviglia che dobbiamo aver cura di nutrire. La vera morte è quella di una vita che non anela alla curiosità della scoperta e della riscoperta continue, di uno sguardo che si affaccia alla realtà delle cose di modo tale che è come se le si conoscesse per la prima volta, disseppellendo certi echi del passato. «La vera tragedia», sottolinea Bruckner, «è smettere, ad un certo punto, di amare e desiderare, prosciugando la doppia fonte che ci connette al mondo e agli altri». In questo senso, quando Eros e Agape smettono di pulsare, Thanatos vince, e la morte sopraggiunge anche molto tempo prima dell’estrema ora.

La giovinezza, che talvolta si cerca disperatamente di emulare in età avanzata nella cieca ostinazione di riprodurre quella già vissuta, non sopravvive nelle minigonne tardive, nella figura del nonno rockettaro, in certe civetterie in stato di decomposizione. Queste sono parti di noi destinate ad essere consumate dal tempo. E se fermare il deteriorarsi di certi aspetti esteriori e interiori è una sfida impossibile, la sfida che resta è quella più importante: «invecchiare senza lasciar avvizzire il proprio cuore, conservando il gusto della vita, dei piaceri, evitare la doppia trappola dell’introspezione ansiosa e del disgusto». Dobbiamo, soprattutto in questa epoca di inconsistenze e di ipertrofico disincanto, osservare il mondo come fanciulli, scovare un sentimento di rivelazione nelle cose. Una vita riuscita non è quella ‘sazia di giorni’, ma una in cui, anche se ci affacciamo al tramonto dei nostri tempi, non si sa cosa troveremo innanzi a noi, e questa sensazione si rivela ancora capace di meravigliarci. Quando l’ignoto continua ad affascinarci stiamo vivendo «l’estate indiana della vita», in cui nuove potenzialità ci attendono nonostante il tempo, a conti fatti, giochi una partita contro di noi. Goethe diceva che «vivere a lungo significa sopravvivere a molte cose». Ma vivere significa anche godere di una certa forma di eternità, che non ha nulla a che vedere con la conservazione perenne, quanto piuttosto con quel continuo sfuggirci della meta che ci tiene in movimento, con l’esperire la morte delle cose nella vita e la loro rinascita secondo modalità diverse e non sempre – per fortuna – intellegibili, grazie alle quali il desiderio non annega nell’ovvietà. È questo l’epicentro della bellezza insita nelle cose.

C’è una verità di fondo quando riflettiamo su quanto e come cambiamo al compimento dei nostri obiettivi: noi desideriamo arrivare, desideriamo agguantare la meta con le nostre mani sudate e frementi, rimanendo poi dentro una vita in surplace. Se spesso pensiamo che una vita avvincente si risolva nella conquista definitiva di determinati orizzonti, in uno slancio continuamente affaticato verso l’obiettivo, per fare meglio, indiscutibilmente meglio, una vita realizzata sta al contrario in equilibrio tra ciò che il destino le riserva e ciò che essa può continuamente essere, alla perenne ricerca, proprio come Ulisse nel suo lungo e travagliato viaggio, di una strada verso la destinazione.

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