Nato a Reggio Calabria nel 1996, ha conseguito la laurea triennale in Scienze politiche presso l’Università della Calabria UNICAL, proseguendo la propria formazione con una laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso l’Università di Roma La Sapienza. Da sempre un appassionato di confronti su temi di natura sociale e culturale, attualmente ha all’attivo la partecipazione ad un Master in Organizzazione e Sviluppo delle Risorse Umane presso la GEMA Business School.

Recensione a
Ph. Blom, La grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)
Marsilio, Venezia 2020, pp. 576, €13.00.

Gli anni tra le due grandi guerre che hanno scosso la storia del genere umano rappresentano una parentesi complessa e ambigua, così come complesso può essere cercare di restituirne un’immagine coerente ed efficace. Philipp Blom tenta di farlo con il saggio La grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938), vero e proprio magnum opus in cui lo storico e giornalista tedesco traccia un fil rouge tra gli eventi di quella fase storica così difficile, fragile e confusa, e la vita di persone tra loro molto diverse. L’esperienza di questi individui, il loro dimenarsi angusto attraverso gli ostacoli e le incognite di anni che segnavano la disfatta di un’intera generazione, le attività cui si dedicavano in una quotidianità sempre più desolata – musica, pittura, letteratura, cinema, ricerca, impegno politico e culturale – sono il modo migliore, secondo Blom, per decifrare un’epoca dai lineamenti non sempre chiari, scandita da valori traditi e rinnegati, dalla frantumazione psicologica e da una precarietà disarmante.

Se la modernità ha prodotto qualcosa, si tratta innanzitutto di un viscerale e disturbante turbamento riguardante la condizione umana. La Grande Guerra non è che il sintomo più eclatante e globale di una malattia che già da tempo era latente nella società, nella cultura e nella percezione comune. È quanto raccontano le parole di Hugo Ball, scrittore, poeta e regista che quell’epoca l’ha vissuta: «Un’epoca intera sta cadendo in rovina. […] Non ci sono più sostegni, appigli, fondamenta, è venuto giù tutto».

L’itinerario di Blom attraverso il ventennio preso in considerazione si dipana in una serie di tappe dalla natura più disparata. C’è così la storia del reduce Campbell Willie Martin, affetto da quello che veniva chiamato shell shock, il «tremito di guerra». Un conflitto feroce e stagnante trasformava i sopravvissuti, al ritorno, in un «cumulo di carni tremanti»: si trattava di uomini che «avevano dormito tra i cadaveri, visto gli amici e i commilitoni dilaniati dalle bombe». Una volta a casa, quei redivivi continuavano ad essere circondati da una retorica patriottica che privatamente giudicavano essere una stupida illusione. Il vecchio adagio Dulce et decorum est pro patria mori si riduce ad una «vecchia menzogna» tenuta in vita da una generazione – quella degli strateghi, dei politici, dei comandanti – che propugnava la guerra come se si trattasse di un «grande gioco». Quest’idea aveva attecchito proprio nel momento in cui «l’industrializzazione e la tendenza all’inurbamento avevano minato le gerarchie sociali e i modelli tradizionali della mascolinità». La guerra per molti era dunque una ghiotta occasione per riaffermare una mascolinità che veniva messa in discussione, per ritornare a casa come eroi «forti e purificati dalle debolezze». E invece moltissimi torneranno come uomini spezzati, traumatizzati dal fragore delle bombe, lasciati a sé stessi, sospesi all’interno di società che «oltre a uscire impoverite dal conflitto, avevano perso in coesione, si erano fatte meno stabili e inclini alla speranza».

C’è poi la storia dello studente di medicina André Breton, che, con il suo Manifesto del surrealismo, similmente a quanto cercavano di fare il cubismo e i dadaisti europei, offre un’idea di arte intesa come veicolo per sfogare la rabbia e la delusione nei confronti di un sistema di valori che aveva generato la catastrofe bellica. In America, rispetto all’Europa, la risposta è diversa. Anche qui gli intellettuali erano alla ricerca «di un nuovo vocabolario utile per analizzare e descrivere i rapidissimi cambiamenti che stavano trasformando la società», ma la discriminante, in tal caso, saranno le teorie freudiane. La psicanalisi si proponeva come uno strumento per comprendere il nuovo nesso tra l’individuo e la realtà quotidiana: investigando le debolezze psicologiche di quell’epoca, essa rendeva evidente che gli americani avevano bisogno di creare un rapporto alternativo con una società che si nutriva delle loro stesse frustrazioni. Alla luce di ciò si spiegano, come ha scritto Malcom Cowley, «la stupidità delle masse, l’eterno correre qua e là, la produzione in serie, la meschinità benpensante, la nostra civiltà degli affari».

Ancora, c’è la vicenda del «Monkey Trial» che aveva per protagonista John T. Scopes, insegnante e allenatore di football del Kentucky, e che, proprio come la First Red Scare e il proibizionismo, riconfermava certe ostilità che già attraversavano la società americana. Quel processo-farsa, costruito a tavolino per mero opportunismo delle parti, mirava a rendere operativa una legge approvata in Tennessee che vietava l’insegnamento nelle scuole della teoria evoluzionistica di Darwin. La vicenda chiamava perciò in causa un dibattito che era attivo non solo negli Usa ma anche in Europa, e che aveva al centro le teorie di Friedrich Nietzsche e, appunto, di Charles Darwin. Se, come diceva Darwin, la natura ha selezionato i più forti e se, come affermava il teorico del superuomo, l’Übermensch è il fine ultimo da realizzare, l’ideale da perseguire diveniva quello di una razza di uomini temprati e degni che si ponessero alla guida del mondo. È la linea del darwinismo sociale, un «ibrido mostruoso» che trae origine dalla fusione delle riflessioni messe in campo da Darwin e Nietzsche. Blom chiarisce che «il declino culturale che sembrava andare di pari passo con la modernità rendeva ancora più attraente quella prospettiva, come pure il sentimento di una superiorità della civiltà occidentale rispetto a tutte le altre civiltà del mondo». Fenomeni eclatanti come l’eugenetica o l’americano Fitter Families For Future Firesides sono chiare manifestazioni di ciò che le interpretazioni distorte della dottrina darwiniana e nietzschiana hanno prodotto in quegli anni.

Sul fronte del cinema, contestualmente, vede la luce un film destinato a divenire un terribile insuccesso, Metropolis: una società futurista e divisa in due classi, una delle quali, quella degli schiavi, si muove all’unisono al ritmo di macchine colossali. Dietro il visionario progetto diretto da Fritz Lang si rintracciano certi echi inquietanti del ventennio tra le due guerre. È il caso dell’immagine di una guida carismatica grazie al cui avvento gli operai oppressi potranno finalmente essere liberi, o quello del personaggio della Maria-macchina, che suggerisce la visione di un passato incorrotto e certe aspirazioni antisemite in voga nella Germania nazista. Il film del 1927 tradisce in qualche modo «un’ambivalenza molto tedesca nei confronti della fulminea modernizzazione che dai primi anni del XX secolo stava trasformando il volto del paese [la Germania]».

Il ventennio che finisce sotto la lente d’ingrandimento di Blom è naturalmente anche il tempo in cui il fascismo, il socialismo e il comunismo si ergono a vere e proprie religioni politiche. Questi culti offrivano qualcosa in cui credere, una verità in un tempo in cui ogni verità era stata disintegrata, certezze durante il dilagare dell’incertezza. Restituivano un’idea di futuro in un momento in cui il concetto stesso di ‘futuro’ era sparito. Era un futuro «fatto di attese smisurate e magniloquenti, ma in un’epoca di crisi, agli occhi di persone che avevano ben poco da perdere e moltissimo da guadagnare, quelle fantasie creavano uno spazio di evasione da un presente che restava difficile e pericoloso». Da un punto di vista puramente pratico, «le grandi ideologie hanno riempito il vuoto morale e politico lasciato dalla Grande Guerra».

L’ambiziosa e prolifica trattazione di Blom si conclude con la descrizione di una scena angosciante. In una domenica del gennaio 1938, prima che l’Austria venisse annessa al Reich tedesco, si tiene l’ultimo concerto dei Wiener Philarmoniker. Coloro che vi avevano partecipato «non potevano ancora immaginare che quel concerto segnava la fine di un’epoca, che il pubblico e l’orchestra non si sarebbero mai più riuniti come quella sera». Il veleno di una delle parentesi più buie della storia dell’umanità era pronto a spargersi. Da quel conflitto e dalle trame complesse del ventennio tra le due guerre possiamo trarre preziosi insegnamenti.

Se oggi come ieri «il domani si preannuncia meno interessante», se la polarizzazione ideologica e il paradiso del consumo sembrerebbero offrire una risposta alla profezia di un futuro inconsistente, bisogna ricordare che «le luci soffuse dei bar di Berlino, le sale da ballo, le feste ad alto tasso etilico offrivano distrazioni passeggere, ma senza fornire la chiave di un futuro migliore». La voragine morale che si era aperta nel ventennio di cui parla Blom – e anche prima del 1918 – è stata un terremoto al quale si è tentato di fuggire non solo «ballando e facendo shopping», come accaduto nel corso del ‘decennio ruggente’, ma anche rimettendosi nelle mani delle ideologie ingannatrici. Per questo motivo, memori degli atteggiamenti che abbiamo già adottato, dobbiamo guardarci bene dal non fare realmente i conti con le sfide della nostra contemporaneità.

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