Lucano classe 1998, è laureato magistrale in "Master in European History" alla Université Paris Cité (ex Diderot) e allo University College Dublin. Dopo un doppio titolo di laurea triennale in archeologia e storia dell'arte - beni culturali, fra Matera e la Sorbona di Parigi, si è consacrato allo studio del processo di costruzione delle identità nazionali nella Francia postrivoluzionaria. Adotta un approccio internazionale e interdisciplinare, volto a studiare parallelamente le circolazioni intellettuali e l'influenza dei paradigmi ideologici sui discorsi storico-politici e sulle arti. Le sue ricerche storiche si inseriscono principalmente nella tradizione della storia delle idee e delle rappresentazioni.

Uno dei bersagli principali delle componenti più radicali della Rivoluzione francese, in particolar modo a partire dal 1792, erano stati i monumenti storici colpevoli di simboleggiare, incombenti nello spazio pubblico, il potere dell’ancien régime, quasi fossero questi ultimi la materializzazione del nemico umano che l’“uomo nuovo” si accingeva ad abbattere. Al riguardo, recita un decreto adottato dall’Assemblea legislativa francese il 14 agosto del 1792:

Considerando che i principi sacri della Libertà e dell’Uguaglianza non permettono affatto di lasciare ancora sotto gli occhi del popolo francese i monumenti eretti dall’orgoglio, dai pregiudizi e dalla tirannia […] tutte le statue, bassorilievi e altri monumenti in bronzo, eretti sulle piazze pubbliche, saranno rimossi dai rappresentanti dei comuni.

La violenza politica e le profanazioni dei simboli restarono, trasversalmente, delle costanti della vita pubblica francese per tutto il periodo successivo alla Rivoluzione, manifestandosi, sia pure con minore intensità, anche durante la monarchia di Luglio – nonostante il tentativo di pacificazione nazionale. Emblematica fu, in tal senso, la profanazione della sede dell’arcivescovado di Parigi e di Notre-Dame il 14 febbraio 1831, in occasione della celebrazione dell’anniversario della morte del duca di Berry, figlio del re decaduto Carlo X. Questi fatti, studiati principalmente dal punto di vista della storia dell’arte negli scorsi decenni, sono stati più recentemente esaminati anche da un punto di vista della storia sociale e culturale, e un lavoro da segnalare al riguardo, fra gli altri, è L’oeil blessé (2019) di Emmanuel Fureix.

Ora, fra le maggiori personalità della Francia romantica, senz’altro figura Victor Hugo. Uomo dalla personalità complessa e in costante evoluzione, prima di avvicinarsi alle istanze liberali all’alba della monarchia di Luglio, Victor Hugo aveva manifestato una sensibilità reazionaria, che si trova bene espressa in Odes et Ballades. Nella terza ode contro la “bande noire” (1823-1824), ovvero il fenomeno di speculazione edilizia dell’epoca grazie al quale si lucrava sulla distruzione degli edifici antichi, Hugo si espresse così:

Case di Dio! Manieri dei re […] / Voi che testimoniate le nostre glorie / […] Francesi! Rispettiamo queste rovine! / Il cielo benedice i figli pii / Che conservano, nei loro giorni funesti, / l’eredità dei loro antenati / […] Rendiamo le Gallie alla Francia / I ricordi alla speranza / I vecchi palazzi al giovane re![1].

Una più generale sensibilità estetica per le forme e i monumenti della Francia medievale è poi espressa in celebri testi di Hugo, in primis Notre-Dame de Paris (1831).

Tuttavia, l’impegno di Victor Hugo per il patrimonio monumentale della Francia è riscontrabile anche fuori dall’ambito della poesia e della letteratura di viaggio. In effetti, egli è stato l’iniziatore di una tradizione di militanza per il patrimonio e un pioniere della protezione dei monumenti francesi. I suoi due pamphlet Sur la destruction des monuments en France e Guerre aux démolisseurs (1825-1832) sono, come è noto, il punto di partenza di una riflessione pubblica sulla conservazione di ciò che restava della “vecchia Francia” nel XIX secolo. Già lo studioso Louis Réau aveva riconosciuto, nella sua opera sui «monumenti distrutti dell’arte francese» del 1959, Victor Hugo come uno dei principali difensori del patrimonio francese. Se i riscontri concreti della militanza in favore del patrimonio à la Hugo sono stati esaminati da numerosi studiosi e storici dell’arte del nostro tempo, questo articolo intende presentare piuttosto una prospettiva di storia delle idee sul tema. In effetti, in entrambi i pamphlet succitati, si possono ritrovare problemi di ampio respiro, spesso inerenti al discorso storico postrivoluzionario in Europa e in Francia.

Anche se i due testi non sono stati scritti nello stesso anno – e questo aiuta a comprendere l’evoluzione delle idee di Hugo da una prospettiva reazionaria nel 1825 a un approccio più liberale nel 1832 –, leggendoli insieme si possono scorgere le radici di un rinnovato approccio alla Storia, che ha poi dato vita a un’azione concreta in favore dei monumenti storici. In primo luogo, la contestualizzazione dei testi, come spiegato da Hugo, è legata alle attività di demolizione della bande noire e alla instaurazione di un nuovo ordine sociale in cui la borghesia aveva trovato un posto sempre più rilevante. Facendo riferimento alle demolizioni avvenute negli anni della Restaurazione, Victor Hugo era rimasto colpito, tra le altre cose, dalla distruzione delle antiche torri del castello di Vincennes, dal degrado dell’abbazia della Sorbona e del castello di Chambord, così come dalla demolizione della chiesa di Mauriac[2]. Il degrado della Francia monumentale veniva letto parallelamente all’affermazione di un nuovo ordine borghese, colpevole di non esser stato educato secondo i principi del buon gusto in architettura, e che fu definito «barbaro»[2] a causa della sua insensibilità estetica. Riferendosi alla demolizione della torre di Luigi IV di Francia a Laon nel suo secondo pamphlet, Victor Hugo affermò che gli uomini del XIX secolo, per molti sinonimo di “progresso”, erano stati responsabili di una grande perdita per la comunità di Laon, e per l’intero patrimonio nazionale della Francia. Nel testo, l’evocazione dell’idea di “progresso” favorisce semanticamente la dicotomia tra una “vecchia” e una “nuova” Francia: alla prima Victor Hugo associava il genio delle arti, mentre della seconda registrava la perdita di originalità nel processo di transizione verso un’economia industriale – facendo eco ai dibattiti dell’architetto Augustus Welby Pugin sul contrasto tra la spiritualità dell’architettura gotica e l’anonimato delle nuove città industriali in Inghilterra.

In effetti, in entrambi i pamphlet è riscontrabile la peculiare caratterizzazione metaforica della Francia in quanto sintesi di storia e geografia, ossia della Francia come un «volto»[4]: un volto che rischiava di essere mutilato dal “vandalismo”, quella stessa parola usata dall’abbé Grégoire nel 1794 per definire le demolizioni e le profanazioni iconoclaste giacobine, e della quale Hugo si servì per aggettivare ecclesiastici, borghesi, amministratori, ma anche architetti e membri dell’élite liberale. L’altra metafora presente nel testo del 1825 consiste nell’associazione della Francia al «libro della tradizione»[5], le cui lettere venivano distrutte ogni giorno. I due pamphlet vanno quindi interpretati anche come una dura invettiva contro la mentalità storica diffusa fra le élites del tempo. Hugo denunciò manifestamente, soprattutto nel testo del 1832, un più ampio pregiudizio contro la storia ereditato, nella Francia liberale, dalla Rivoluzione francese. Infatti, il movimento che portò alla Rivoluzione del 1830 era composto anche da gruppi politici ed eruditi d’ispirazione anticlericale e antirealista. Ecco perché l’esempio precedentemente citato della demolizione della torre di Luigi IV di Francia a Laon, ricordato attraverso la citazione di una lettera anonima nel pamphlet, fu l’occasione che Hugo colse per riflettere su questi pregiudizi che affliggevano sia le convinzioni politiche delle élites sia le scelte delle pubbliche amministrazioni – all’epoca sprovviste di strumenti legislativi coerenti sulla gestione del patrimonio. Parafrasando la lettera in questione, Hugo dimostrò che, nella Francia liberale e rivoluzionaria del 1830, la “guerra dei segni” precedentemente evocata era ancora in corso. Egli spiegò le dinamiche di questa mentalità descrivendo come, nei consigli comunali – Laon va inteso come un esempio di tendenze nazionali –, i politici liberali deliberavano la demolizione dei monumenti medievali per via del loro significato simbolico: erano “monumenti feudali”, che, attraverso la loro esistenza, erano lì per simboleggiare «il feudalesimo, le corvées, i sacerdoti, i nobili, i gesuiti, il massacro di Saint-Barthélémi» e così via[6]. La rappresentazione caricaturale di questo tragicomico consiglio comunale rivela l’ostilità di Victor Hugo verso la nuova élite liberale che incarnava nuovi pregiudizi e una certa ignoranza non solo del passato, ma anche della lingua francese[7]. In questa ottica, giacché le tracce materiali della Storia erano interpretate come la presenza simbolica dei nemici del passato, il difensore del monumento, che era per Hugo il “rappresentante unico della scienza, dell’arte, del gusto, della storia”, era direttamente associato – e quindi biasimato – al legittimismo politico e ideologico[8].

Così, secondo Victor Hugo, l’ordine liberale francese del 1830 aveva trovato nel suo spirito «nazionale, liberale, patriottico, philosophe, volteriano»[9] il pretesto per giustificare l’iconoclastia e per continuare la già citata “guerra dei segni”, dato che i monumenti del Medioevo potevano essere demoliti in ragione del fatto che «una chiesa vuol dire fanatismo» e che «un mastio vuol dire feudalesimo»[10]. Ciò portò Victor Hugo a conclusioni simili a quelle teorizzate da Hayden White in Metahistory (1973), quando quest’ultimo espose i limiti epistemici della narrazione storica illuminista intesa come lotta per l’affermazione della ragione a spese del – e quindi contro il – passato, e da Louis Réau (1959) quand’egli scorse nelle ragioni ideologiche dell’iconoclastia giacobina il desiderio di una tabula rasa del passato. Per Hugo, quindi, questo accanimento simbolico voleva dire una cosa: «Vorremmo cancellare tutta la nostra storia»[11]. Da qui la necessità che la “nuova Francia” venga in soccorso della “vecchia” affermata da Victor Hugo, e ciò implicava un approccio storico integrativo e meno conflittuale. Infatti, per Hugo, soprattutto nei monumenti medievali «è impressa l’antica gloria nazionale, a cui sono legati allo stesso tempo la memoria dei re e la tradizione del popolo»[12].

Il cambiamento di prospettiva sul passato va notato anche nel campo dell’estetica storica nazionale. Infatti, nel pamphlet del 1832, Hugo si scagliò anche contro i «pregiudizi di un altro secolo»[13] secondo cui le arti e le forme architettoniche medievali erano di cattivo gusto[14]. Così facendo, egli riaffermava la sua fede nella causa romantica, quel movimento che, grazie a Charles Nodier e Mme de Staël in Francia, si era trasformato in una «gloriosa rivoluzione intellettuale»[15]. Il senso di unicità attribuito da Hugo ai monumenti medievali è rafforzato dalla sua interpretazione critica degli edifici moderni che, dal XVII secolo al XIX, malgrado la loro volontà di imitare il gusto classico greco e romano, non si rivelarono né l’uno né l’altro: per Hugo queste erano solo costruzioni «bastarde»[16] – paragonandole ironicamente ai figli di Luigi XIV. In tal senso, egli si riferiva anche alla chiesa della Madeleine e al palazzo del Louvre, che non erano «colpevoli di essere francesi a causa delle loro origini, storia e scopo»[17] come le cattedrali gotiche e le fortezze medievali. Queste ultime meritavano, secondo Hugo, non solo una cura speciale, ma anche studi specifici sul «secolo e il clima»[18] per poter svolgere fedelmente i lavori di restauro – proprio negli anni di formazione di Viollet-le-Duc.

Concludendo il pamphlet del 1832, che riprende i punti principali di quello del 1825, Hugo trasmise principalmente tre messaggi: in primo luogo, le autorità e il popolo dovevano intervenire per fermare le demolizioni in tutta la Francia, poiché «la bellezza di un edificio appartiene a tutti e la proprietà al proprietario»[19]; i monumenti storici dovevano diventare ufficialmente un interesse nazionale, e nuove leggi andavano promulgate per proteggerli e fermare le demolizioni; queste leggi sarebbero dovute entrare in vigore in onore della nazione storica e degli antenati, giacché, per Victor Hugo, il passato è ciò che una nazione «possiede di più sacro dopo il futuro»[20]. Queste parole ispirarono a maggior ragione un cattolico liberale quale era Charles de Montalembert, che nel 1833 scrisse per la “Revue des Deux Mondes” una lettera sul vandalismo in Francia dedicandola a Hugo. Si diffondeva così l’idea che salvaguardare un legame con la tradizione fosse fondamentale per la Francia. Quest’ultima, per Hugo, non era una «colonia violentemente fatta nazione», ovvero «la Francia non è l’America»[21]. E in questa affermazione sembrano riecheggiare le parole di François Guizot, storico della civiltà e ideologo della monarchia di Luglio, che asseriva: «I popoli possono a un certo punto, nel mezzo di una crisi violenta, rinnegare il proprio passato e addirittura maledirlo; non sapranno dimenticarlo, né sapranno distaccarsene a lungo e del tutto»[22]. Proprio François Guizot, titolare di importanti dicasteri in diversi momenti fra il 1830 e il 1848, fu l’istitutore di un posto di Ispettore generale dei Monumenti Storici nel 1830, facente capo al Ministero degli Interni. Quattro anni più tardi, con l’intercessione di Guizot, fu creato anche il cosiddetto “Comité des Arts et Monuments”, del quale fece parte anche Victor Hugo.

 

NOTE

[1] V. Hugo, Ode troisième: La bande noire, in Œuvres poétiques, Tome I: Avant l’exile (1802-1851), 1964, p. 341 (la traduzione è mia).

[2] Id., Guerre aux démolisseurs, L’Archange Minotaure, Paris 1825-1832 (2002), pp. 14-17 (trad. mia).

[3] Ivi, p. 19.

[4] Ibidem.

[5] Ivi, p. 25.

[6] Ivi (1832), p. 29.

[7]  Ivi, p. 32.

[8]  Ivi, p. 30.

[9]  Ivi, p. 40

[10] Ibidem.

[11] Ivi, p. 41.

[12] Ivi (1825), p. 14.

[13] Ivi (1832), p. 43.

[14] Ibidem.

[15] Ibidem.

[16] Ivi, p. 46.

[17] Ivi (1825), p. 14.

[18] Ivi (1832), p. 47.

[10] Ivi (1825), p. 19.

[20] Ivi (1832), p. 50.

[21] Citato da F. Laurent, Penser l’Europe avec l’histoire. La notion de civilisation européenne sous la Restauration et la monarchie de Juillet, in «Romantisme», n. 104, 1999, p. 67.

[22] F. Guizot, Histoire des origines du gouvernement représentatif en Europe, 1855, vol. 1, p. 10 (trad. mia).

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