Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

Recensione a
B.J. Birzer, Beyond Tenebrae. Christian Humanism in the Twilight of the West
Angelico Press, Brooklyn 2019, pp. 258, € 18,20.

Professore di storia e “Russell Amos Kirk Chair” in studi americani presso l’Hillsdale College del Michigan, Bradley Birzer con il presente libro si prefigge di rivivificare una tradizione di pensiero, quella dell’umanesimo cristiano, che può contrastare quella confusione e quella mancanza di direzione che attanagliano da tempo il mondo occidentale. Cofondatore di un bel sito di discussione di tematiche culturali e politiche legate alla tradizione del conservatorismo (“The Imaginative Conservative”), nonché autore di importanti biografie intellettuali, come J.R.R. Tolkien’s Sanctifying Myth (2003), Sanctifying the World: The Augustinian Life and Mind of Christopher Dawson (2007) e Russell Kirk: American Conservative (2015), probabilmente la migliore monografia sul pensatore di Mecosta, Birzer dedica la seconda parte ad una breve rassegna di quasi trenta personalità che, secondo lui, hanno molto da trasmettere alle generazioni future: si va da I. Babbitt a P.E. More, da Ch. Dawson a J.R.R. Tolkien, da R. Kirk a R. Voegelin, F.A. von Hayek a A. Solzhenitsyn, solo per citarne alcuni tra le più significative.

È tuttavia la prima parte del volume la più interessante, giacché mira ad individuare alcuni punti chiave per riordinare un mondo sempre più caotico e avaro di punti di riferimento e poli di orientamento: i pensatori che hanno contratto e ridotto l’integralità della persona umana a frazioni autonome ed esclusive; una definizione di cosa si debba intendere per umanesimo e la battaglia della forma e della sostanza delle parole che ordinano il mondo; una breve discussione di alcuni autori fondamentali per capire le radici della grandezza della tradizione occidentale; infine, si chiede Birzer, che cosa conservare? In un tempo in cui tutto deve essere nuovo e s’invita – ma, forse, più che di invito si potrebbe parlare di una assai poco cordiale intimazione: chi non si adegua alle linee tracciate intorno al pensiero, come osservava Tocqueville quasi due secoli fa, viene di fatto espulso dai “club” che contano – s’invita, si diceva, a non guardare al passato, giacché costituisce un gravoso fardello per i desideri e le licenze dell’individuo, l’Autore ritiene che siano gli insegnamenti che ci pervengono da chi ci ha preceduti che ci pongono nelle condizioni di camminare su un terreno meno argilloso e precario.

La modernità, sostiene Birzer, ha ridotto in comportamenti ciò che non potrebbe essere, l’integralità della persona umana. Marx, Darwin, Freud: ciascuno di essi ha leso la dignità delle creature figlie di Dio a niente più che particelle incardinate, orientate, schiacciate su uno specifico aspetto della vita, sia essa la sfera economica, quella biologica o quella psicologica. Nel momento in cui viene meno il tutto che tiene unite le parti, i legami profondi si dissolvono e le verità del mondo che rimandano a qualcosa di trascendente vengono polverizzate: rimane l’uomo, nudo e indifeso, in balia delle passioni, in balia del potere. Contro una tale ominosa tendenza, non nuova ma in perenne agguato, ricorda Birzer, vanno riscoperte quelle virtù classiche e cristiane che rendono l’uomo più forte e resistente, più maturo ma anche più umile, poiché consapevole di non essere al centro del tutto, ma solo una parte, seppur importante, di un ordine che non potrà essere mai appieno compreso. Scrive Birzer:

Such recognition should give us hope. We cannot change the world overnight, no matter we try, or how well we succeed in any of our endeavors. Remembering what is good, true, and beautiful; seeking reformation of what has gone wrong; calling forth that which is best within us and our neighbours and attenuating that which is corrupt and fallen requires difficult and consuming labor. It demands patience, it demands fortitude.

La tradizione umanista non può essere associata o ricondotta a ideologie nefaste, quali il secolarismo o l’ateismo, il radicalismo o l’umanitarismo. Ciascuno di essere non riconosce l’idea che la persona è dotata di un’essenziale dignità che gli perviene dal riconoscimento di un ordine non totalmente umano. Se così stanno le cose, seguita Birzer, ciò che va conservata è un’idea di persona che non può essere frantumata, disgregata, scissa: essa, seppure storica, va al di là dello spazio e del tempo, poiché fa parte di qualcosa di più alto. La cultura classica, poi incubata dal cristianesimo, tutela queste verità permanenti, come diceva Kirk. La vita buona, insomma, è qualcosa di più di un’accozzaglia di desideri che si vogliono soddisfare: essa è data dalla coltivazione della persona umana attraverso la cultura e il senso del trascendente. Uno dei germi che certo hanno contribuito alla “crisi sociale del nostro tempo”, secondo l’espressione di W. Röpke, ma anche di pensatori come R.M. Weaver, R. Kirk, Ch. Lasch e altri, è data dal principio di utilità applicato ad ogni cosa. Non tutto può essere ricondotto ad esso. Vi sono cose che non possono e non debbono essere fatte “in funzione di”, perché utili o in quanto razionali: vanno fatte per coltivare virtù e pratiche volte all’eccellenza interna alla pratica medesima, direbbe A. MacIntyre, o secondo atti di fede.

L’umanesimo, afferma Birzer, è ciò che i conservatori devono conservare. Non si configura come un’ideologia astratta o un sistema di pensiero anelante alla redenzione dell’esistente: esso mira a forgiare comunità umane, costituite da creature imperfette, ma ciascuna dotata di ineffabile dignità e di un’immaginazione morale che nessun arrogante potere umano concentrato e centralizzato può sostituire. Quello che è certo, in primis, è che al posto di un’istruzione specialistica chiusa e asfissiante, dimentica che la vera educazione deve insegnare all’uomo ad essere tale prima ancora che intellettuale, ingegnere o avvocato, va riscoperta l’essenzialità dell’educazione liberale, ovvero lo strumento che forgia persone libere e non prone nei confronti dei transitori idoli umani.

In secondo luogo, va riattribuito un ruolo fondamentale al giusto linguaggio, ovvero non degenerato nel suo proprio significato: l’utilizzo corretto delle parole, come sosteneva Weaver, è sommamente importante in quanto attraverso esse ordiniamo il mondo; se queste smarriscono il proprio senso originario – due su tutte: libertà e liberalismo – in qualche modo viene meno la capacità degli uomini di vivere in ordine.

Infine, posto l’imprescindibile riconoscimento della propria condizione finita, per cui dunque bisogna porsi nei confronti del creato non con hybris ma con umiltà e rispetto per il mistero della vita, la persona si deve ricordare che è dotata della capacità di scegliere: non esistono necessarie vie pre-imposte, ma riconoscendo buoni principi si possono prendere, o ri-prendere, buoni sentieri. C’è del buono in questo mondo, diceva Samvise Gamgee a Frodo: è giusto combattere per questo.

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