Piero Buscioni (1973) si è laureato in Storia della critica e della storiografia letteraria presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze. Attualmente insegna lettere nelle scuole superiori. Aforista, poeta ed autore di saggi, ha scritto su riviste, quali «Erba d’Arno», «Nuova Antologia», «Hebenon», «La Clessidra», «Caffè Michelangiolo». Nel 2003 ha fondato, con amici, la rivista trimestrale «il Fuoco». È collaboratore de «il Portolano». Suoi aforismi sono stati scelti da Guido Ceronetti per il quotidiano “la Stampa”. Ha pubblicato la monografia Il rabdomante delle acque di Siloe. Studio su Arrigo Levasti (2000), l’antologia Tributo minimo al novecento italiano in sedici schegge (2004), la raccolta poetica Fa’ luce ti prego fino all’anima (2009), il saggio Parole per un altro amore. Scritti sul cinema (pref. di M. Guzzi, 2013), le raccolte Aforismi per la fine del mondo (2018; vincitore del Premio internazionale per l’aforisma “Torino in sintesi” – sezione editi) e Tra cielo e terra (pref. di A. Castronuovo, 2021).

Soltanto a un uomo ridicolo potrebbe venire in mente di scrivere ancora su Kafka. A me è venuto in mente. Quindi sono un uomo ridicolo.

Intorno all’autore della Metamorfosi e del Processo, di America e del Castello, sono state dette milioni di parole. Ma alla fine è come se non fosse stato detto nulla. Ed io dirò meno di tutti. Però, di balbettare qualcosa, proprio non riesco a farne a meno. Per questo (come per tante altre cose, letterarie e non) chiedo venia. E se, da una parte, la letteratura secondaria sullo scrittore praghese è sterminata, dall’altra Kafkiano è aggettivo di uso – e di abuso – comune. Non c’è imbecille alfabetizzato che non si compiaccia nel raccontare di aver vissuto una situazione kafkiana, nel definire kafkiana una certa cosa o una certa circostanza. Naturalmente, nel caso dell’imbecille alfabetizzato, kafkiano non è che un mero significante scevro di qualsivoglia significato. Mentre Kafka, il più torturato ed il più enigmatico degli uomini che nella terra degli uomini mai poté approdare – lo straniero, il singolo, lo scapolo metafisico, il disperso, il “santo posseduto dalla verità” secondo le parole di Gustav Janouch, il profeta che in qualche misterioso modo altresì antevide l’evento inconcepibile, il buco nero nella storia del mondo, la shoah: «Chi uccide un ebreo uccide l’uomo» –, è davvero, e forse più di chiunque altro, latore dell’infinita trascendenza del significato rispetto al significante.

Se la  vera letteratura – e tutta la vera arte – è sempre un mistero, Kafka è un mistero elevato a potenza. Come nessun altro costringe a domandare, attira nella vertigine, risucchia nel maelström della domanda. Inchioda alla domanda che non lascia scampo. Come nessuno, della domanda, insegna la pietà ed il martirio. Pungola ad ogni interpretazione, e ad ogni interpretazione resiste. Perché ad ogni frase di Kafka si spalanca un abisso che soltanto un dio irraggiungibile ed ignoto potrà o non potrà mai colmare; di certo non un critico. Forse il solo modo di approssimarsi a lui è accogliere la sua opera come l’inaudito frutto di una non metaforica rivelazione. Come un’epifania di nera abbacinante luce. Semplicemente leggerlo, magari perché si deve, è da stolti. Studiarlo poi è tracotanza e quasi blasfemia. Il miglior commento a certe pagine di Kafka è il silenzio, oppure la preghiera. Il silenzio della preghiera e la preghiera del silenzio. Perché certe pagine di Kafka trafiggono. E costringono ad inginocchiarsi. Penso a Il Processo, all’incontro tra Josef K. e il sacerdote, nella penombra del duomo di Praga; alla sconvolgente, alla letteralmente ipnotizzante parabola dell’uomo di campagna, letteratura che trascende se stessa quasi mutando in testo sacro. Penso all’epilogo di America, a quella pagina e mezzo inobliabile in cui gli occhi di Karl Rossmann si posano sul manifesto che reclamizza il grande Teatro di Oklahoma. Penso all’incipit straniante, supernaturale del Castello: «Era tarda sera quando K. arrivò. Il paese era affondato nella neve. La collina non si vedeva, nebbia e tenebre la nascondevano, e non il più fioco raggio di luce indicava il grande Castello. K. si fermò a lungo sul ponte di legno che conduceva dalla strada maestra al villaggio, e guardò su nel vuoto apparente».

Penso ad alcuni racconti. Penso agli Aforismi di Zürau, mani tese nell’oscurità, lancinanti scaglie di splendore; schegge di misterica prosa, altorilievi sul corpo esteso della notte che una sapienza decisiva ed arcana ispira e scolpisce, come l’ultimo di essi: «Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te». Queste non sono soltanto le parole di uno tra i massimi scrittori del Novecento (mi si perdoni la scelta del cuore: io, per me, per la mia povera anima, eleggo l’ebreo austroungarico Kafka ed il tedesco Jünger a numi tra i numi): sono le parole di un mistico. E dev’essere per la sua inscalfibile fede nella negatività e nell’assurdità del tutto (secondo la vulgata kafkiana) che, sempre fra Gli aforismi di Zürau, figura un pensiero come questo:

non v’è null’altro che un mondo spirituale, ciò che chiamiamo mondo sensibile è il male in quello spirituale e ciò che chiamiamo male è soltanto una necessità di un momento nella nostra eterna evoluzione.

Certo, quella di Kafka è una religiosità tragica, agonica, come nessun’altra impastata di tenebre. Ma negarla è pura cecità. Una religiosità così terribile da dettargli finanche queste parole:

Un primo segno di incipiente conoscenza è il desiderio di morire. Questa vita appare insopportabile, un’altra irraggiungibile. Non ci si vergogna più di voler morire; si chiede di essere portati dalla vecchia cella, che si odia, in una nuova, che presto si imparerà a odiare. Un residuo di fede continua a operare, forse per un caso durante il trasferimento potrebbe passare il Signore per il corridoio, guardare il prigioniero e dire: «Questo qui non dovete rinchiuderlo più. Viene da me».

Da una cella all’altra. L’esistenza come indefettibile perpetua prigionia; a meno che, per un caso od un miracolo, non passi un dio. Le catene della vita che mutano nelle catene della morte. Come se nessun oltre ci potesse salvare. Come se, gnosticamente caduti nel tempo, anche nell’oltretempo non terminassimo di cadere. Siamo sulla soglia dello spavento supremo. Gli occhi affissi nell’incubo finale. Eppure, tanto più grande è la disperazione quanto più irriducibile è la speranza:

Se fosse così, che tu procedi su un piano, con la buona volontà di andare avanti e però fai dei passi indietro, allora sarebbe una situazione disperata; ma poiché ti stai arrampicando su un pendio ripido, così ripido come tu stesso appari visto dal basso, i passi indietro possono anche essere causati soltanto dalla natura del terreno e non devi disperare.

Del resto è plausibile supporre che Gregor Samsa mutato in insetto non bramerebbe (sotto forma di musica, ma la musica è un segno della trascendenza…) alcun «nutrimento desiderato e sconosciuto» se questo nutrimento non esistesse.

Intessuta in quella vera e propria opera che sono i Diari – nelle cui buie e tuttavia luminose profondità, quasi al pari dei suoi grandi libri, non sappiamo smettere di immergerci –, ci chiama un breve racconto, sorta di struggente apologo, che ha la stoffa di un sogno serotino, di una visione fiorita nel crepuscolo. Un uomo recluso in una stanza, prigioniero tra sbarre invincibili, un uomo sepolto nell’universo come in una tomba, Kafka stesso, vede, sul far della sera, un angelo che dal soffitto scende su di lui: «Un angelo, dunque! pensai. Tutto il giorno vola verso di me ed io, scettico come sono, non lo sapevo. Adesso mi parlerà». Ma l’angelo non parla, non  perché gli angeli sono, per tradizione, poco loquaci; non parla perché è di legno. L’uomo, cioè Kafka, potrebbe irridere l’insulso angelo dipinto che muto gli pende sul capo; potrebbe bestemmiarlo. Bestemmiare la morte, ovvero l’infinita latitanza, di Dio e dei suoi angeli. Invece no: gli infila nell’elsa della spada una candela, l’accende e rimane seduto, fino a tarda notte, sotto quel tenue bagliore. Circondato dalle tenebre, alla luce di un angelo finto, alla luce di un dio che manca, Kafka non smette di vegliare. Nell’eclissi del sacro, Kafka non cessa di attendere. Come – in un altro straordinario apologo –, il suddito attende, contro ogni ragione, il messaggio dell’imperatore morente. Sta alla sua finestra e ne sogna, quando scende la sera.

In verità, non sappiamo se il messaggio dell’imperatore arriverà mai. Quello che però sappiamo è che la nostra dignità di uomini riposa tutta in quest’attesa.

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