Damiano Bondi (1985) è dottore di ricerca in Filosofia. Attualmente collabora con la cattedra di Filosofia della Religione presso l’Università degli Studi di Siena, è professore di Filosofia Contemporanea presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, e svolge attività di ricerca presso la Fondazione Centro Studi Campostrini di Verona. Tra le sue pubblicazioni: La persona e l'Occidente. Filosofia, religione e politica in Denis de Rougemont (Milano, 2014); Fine del mondo o fine dell'uomo? Saggio su Ecologia e Religione (Verona, 2015).

La teoria mimetica di René Girard sta diventando, troppo spesso, un grimaldello culturale che viene tirato in ballo dalle parti più diverse per giustificare le proprie tesi ed attaccare quelle altrui. Un gioco mimetico che chi ha letto Girard conosce benissimo, e da cui però non si riesce a sottrarre, tanto fa parte della modalità principale con cui gli esseri umani funzionano. Ci sono, ormai, una destra e una sinistra girardiana, e ognuna, ovviamente, si crede detentrice della verità.

Il dibattito tra Francesco Fistetti e Stefano Berni sul tema dei migranti mi sembra un esempio di tutto ciò, oltre che un esempio della tentazione epistemologica massimalista cui cedono molti seguaci di Girard e, credo, Girard stesso: quella di credere che la teoria mimetico-sacrificale, una delle teorie esplicative più potenti e feconde che siano state concepite negli ultimi secoli, possa valere per spiegare tutto, e di utilizzarla così come passepartout ermeneutico per dare senso a qualsiasi fenomeno sociale.

Nel merito, io credo sinceramente che la teoria girardiana non sia molto utile per rendere conto del fenomeno migratorio, né per criticare le politiche anti-migranti né per appoggiarle. L’unico studio veramente interessante sul tema è quello di Diego Salvati, Exploiting the scapegoat. An introduction to the application of René Girard’s work on contemporary migrations towards Europe (si può leggere online qua: https://mondodomani.org/dialegesthai/articoli/diego-salvati-01), che stabilisce un’analogia tra l’antica via degli empi di cui parla Girard nel volume su Giobbe e la nuova via del migrante che è quella percorsa dai migranti odierni: nel senso che, come Girard identifica la dialettica di attrazione/repulsione da parte del popolo invidioso nei confronti di quei potenti che vengono prima esaltati e poi fatti cadere in rovina, così analogamente si può identificare una dialettica di sfruttamento/rigetto da parte delle popolazioni occidentali nei confronti di quei popoli che vengono considerati preziosi solo quando si rivelano utili.

Ma si tratta appunto di un’analogia, e più in generale di una lettura critica che parte da Girard per andare oltre Girard, non di una mera applicazione della teoria girardiana al fenomeno migratorio secondo il semplice schema migrante = vittima sacrificale, proposta da Fistetti e commentata da Berni.

Quest’ultimo, da una parte, ha ragione nel rilevare che il capro espiatorio, in Girard, viene espulso dalla comunità, non rimandato a casa alla frontiera. Perché il sacrificio abbia effetto, l’elemento patogeno deve avere “infettato” il corpo sociale. D’altra parte, Berni ha torto nel sostenere che il cristianesimo, in Girard, non sarebbe altro che l’ennesima religione sacrificale, e che di fronte alle dinamiche di violenza vittimizzante noi eredi del messaggio cristiano non dovremmo fare niente, perché tali dinamiche sono semplicemente l’espressione di come le società umane sono sopravvissute alla loro stessa violenza endemica. Questo avallo surrettizio dello status quo a partire da Girard manifesta un utilizzo strumentale da parte di Berni della teoria girardiana, non dissimile da quello di Fistetti, che Berni intende criticare.

Chiunque conosca Girard sa bene che in Delle Cose nascoste la lettura sacrificale del cristianesimo viene rigettata con forza, tanto che Girard sembra quasi volersi ritagliare un “canone” nel Canone, espellendo dal testo sacro i riferimenti al tema del sacrificio di Cristo. Nei testi successivi Girard cambia idea, e riconosce una valenza sacrificale al cristianesimo, ma sempre di segno opposto rispetto agli altri sistemi sacrali e religiosi. Girardi arriva addirittura a parlare del cristianesimo come la morte della religione, «il distruttore di tutte le religioni» (in Origine della cultura e fine della storia, Raffaello Cortina, Milano 2003, p. 205), perché nel cristianesimo quello stesso meccanismo del capro espiatorio che sempre sorregge le società sul fondamento del sacro violento, viene infine svelato come illusorio, come una faccenda di fisica sociale che non ha niente a che fare con il divino. La Rivelazione cristiana che si compie sulla Croce consiste nello svelare che il capro espiatorio, in realtà, è un agnello innocente. Questa verità, però, fa inceppare il meccanismo del capro espiatorio.

Ecco perché una “società cristiana”, in Girard, è una specie di contraddizione in termini: le società si fondano tutte su meccanismi di capro espiatorio, mentre il cristianesimo è socialmente destabilizzante. Dopo il cristianesimo, noi non possiamo più credere veramente che la morte di una vittima possa riportare la pace nella società, perché sappiamo bene che le colpe che vogliamo “far pagare” a qualcuno in realtà ricadono sulle nostre stesse spalle e che l’espulsione violenta non è altro che una catarsi temporanea.

Uno dei prodotti culturali più fecondi del cristianesimo, in questo senso, è l’idea per cui la stabilità della società non coincide con la verità, la quale invece richiede di riconoscere che tutte le volte che additiamo qualcuno, dovremmo additare anche noi stessi. Se proprio vogliamo applicare tutto ciò al fenomeno migratorio, andando in qualche modo “oltre” Girard, dovremmo dunque chiederci quali sono le nostre colpe, le nostre mancanze a monte nella produzione del fenomeno, e a valle nella sua gestione, e agire per cambiare queste. Ma non voglio entrare nel merito politico della questione (mentre invece Berni lo fa, anche se all’inizio dichiara di volersi esimere dal farlo). Non ne ho le competenze, ma credo di averne qualcuna su Girard, e per questo e su questo mi sono sentito di intervenire.

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