Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

Recensione a
D.J. Devine, The Enduring Tension. Capitalism and the Moral Order
Encounter Books, USA 2021, pp. 384, €31.99.

Western civilization under its capitalist economic order has produced a worldwide cornucopia of consumer goods and a remarkable improvement in human health. But  few among the beneficiaries are grateful.
D.J. Devine

Quale rapporto tra capitalismo e ordine morale? Si potrebbero probabilmente scrivere miriadi di volumi sul tema. E in effetti così è stato. Donald Devine, ex collaboratore di Ronald Reagan e docente di discipline politologiche, è dunque l’ultimo di una lunga serie a cimentarvisi. Particolarmente azzeccato risulta essere il titolo del volume da poco uscito per Encounter, casa editrice statunitense che prende il nome della rivista fondata nel 1953 da Irving Kristol: The Enduring Tension. Perché quella tra capitalismo e ordine morale è un rapporto complesso e conflittuale, a dir poco.

Se, infatti, si considera il primo non solo come un sistema economico basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, ma come un sistema più generalmente sociale, cioè a dire una società di mercato in cui, dunque, la sfera economica fuoriesce senza tregua dai suoi argini per espandersi nei rapporti tra individui e persone, andando così a precarizzare legami e rapporti intersoggettivi extraeconomici, risulta evidente come una tensione tra ciò che esso crea e l’ordine morale sia davvero arduo. Del resto, già un autore come Wilhelm Röpke, forse più e meglio di tutti, aveva ben messo a fuoco il problema. Ma, si può fare a meno del mercato? Possono i suoi effetti disgregatori essere tenuti a bada dai freni morali di ciascuno o questi vengono necessariamente erosi?

Lasciando da parte filosofie della storia e determinismi vari, è chiaro come Devine argomenti a favore di un sistema di mercato, giacché questo non necessariamente conduce all’essiccazione morale della società. La narrazione dell’Autore, infatti, si rifà ad autori cari al pensiero liberale classico, da Locke a Tocqueville, fino ad arrivare al Novecento con Hayek in primis. E mira a sfatare il mito, fatto proprio massimamente da Papa Francesco, il critico del sistema capitalistico più citato da Devine, secondo cui il capitalismo è un sistema inumano o anti-umano. Soprattutto perché, argomenta l’Autore, la visione di Bergoglio presuppone l’idea che vi sia qualcuno, nella fattispecie un governo, magari pure sovranazionale, che possa assumere questa missione: la redenzione del sistema medesimo.

Tuttavia, nota Devine, per chi ha in mente, come l’Autore stesso, la critica fondamentale che Hayek mosse all’idea di pianificazione centralizzata, l’idea che possa esistere qualcuno in grado di ottemperare a un tale compito è puerile, oltre che miope da un punto di vista storico. La pianificazione centralizzata, infatti, non può funzionare non solo perché non si darebbero più valori di mercato, ovvero prezzi, come da insegnamento misesiano, ma soprattutto per motivi gnoseologici: gli esseri umani, imperfetti, ignoranti e fallibili, non possono costituire nulla che sia perfetto, onnisciente e infallibile. Il mito costruttivistico e iper-razionalistico, insomma, è destinato a cadere insieme ai suoi proponenti, giacché nega i limiti dell’umana conoscenza, e dunque la sua fallibilità.

Peraltro, sottolinea Devine, è completamente sbagliato pensare che il mercato possa fare a meno di un “codice morale”. Su tale insegnamento, ad esempio, ha copiosamente scritto Deirdre McCloskey, andando ad esaminare le “virtù borghesi”. E così, pertanto, l’Autore rigetta, un po’ sommariamente, le critiche che il conservatorismo tradizionalista, à la Kirk per esempio, ha rivolto al capitalismo – allo stesso modo, poteva essere data attenzione alla critica radical-conservatrice che unisce Kirk agli “Agrarians” e Richard Weaver, nonché l’ultimo Eugene Genovese al Christopher Lasch maturo e a Wendell Berry: esso, infatti, non può fare a meno della tradizione e della moralità. Di più: riprendendo di nuovo Hayek, vero protagonista del libro, la tensione tra libertà e valori morali tradizionali è il punto nodale, l’elemento propulsore della civiltà occidentale.

Il sistema di mercato, infatti, si può ben dire che sia imperniato su una libertà di stampo pluralistico, e non razionalistico, la quale emerge dal basso e si concretizza in molteplici associazioni pre-politiche, che si fanno concorrenza tra loro e sono l’una irriducibile all’altra. È in questo laissez-faire delle comunità, come direbbe Robert Nisbet, che sta non solo il massimo contropotere all’espansione del Leviatano – che infatti beneficia, per contro, dell’assenza di entità intermedie tra esso e l’individuo – ma anche il miglior incubatore di moralità esistente.

In tal senso, Devine vede nella radicale decentralizzazione federale il perno per tenere in scacco il governo centrale. Ma non basta. Sono i valori retaggio del messaggio cristiano, quali la speranza e l’amore, la libertà individuale e la dignità di ciascuno, valori essenziali che, per dirla con Röpke, vanno “al di là dell’offerta e della domanda”, dunque extra-economici, che possono davvero nutrire e sostenere una società sana e pluralistica, irriducibile al monismo razionalistico degli esperti e a soluzioni anticapitalistiche varie. In fondo, forse, basterebbe riprendere in mano quella distinzione hayekiana tra individualismo vero e falso, poi ripresa da Gertrude Himmelfarb nello studio sui vari illuminismi, per comprendere come l’individualismo non conduca necessariamente al prosciugamento delle energie morali presenti nella società.

Un’ultima considerazione, di natura critica. Se, da un lato, un benessere come quello ora esperito è sconosciuto nel passato, e ciò non può essere negato, gli autori sopracitati, da Kirk a Lasch, hanno evidenziato come non tutto sia riducibile all’economico e il progresso materiale non possa inglobare l’intera esistenza umana: la felicità, in altri termini, non può essere misurata secondo un criterio puramente e squisitamente quantitativo, diciamo pure utilitaristico, ma si impernia anche e, forse soprattutto, su valori che cozzano con il progresso, diciamo pure valori tradizionali. Si può, allora, essere contemporaneamente critici del capitalismo come sistema non tanto economico ma più compiutamente e complessivamente sociale, senza per questo rinnegare la proprietà privata e i rapporti di mercato, ma ponendo enfasi ed attenzione sugli effetti perniciosi e dirompenti del capitalismo su istituzioni come la famiglia e su valori per così dire pre-illuminisitici? Si può definire il progresso secondo un criterio che non sottostimi così tanto la qualità?

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