Federico Leonardi ha svolto attività di ricerca e insegnamento a Milano, Firenze e Londra ed è docente ordinario di Filosofia e Storia nei Licei. Oltre a vari saggi in italiano e in inglese, ha scritto le seguenti monografie: Tragedia e Storia (Aracne, 2014); World History (con Luca Maggioni; Rubbettino 2015), Aristotele: sapere storico e scienza politica, saggio introduttivo ad Aristotele, Scritti politici (Rubbettino 2020), prima edizione italiana integrale degli scritti politici dello Stagirita, di cui è anche il curatore. Collabora con RAI Cultura-Filosofia.

Quale città può vantare un nome così altisonante, Sofia ovvero Sapienza, e una statua-simbolo che la ricordi, come la Statua della Libertà a New York? Ma a New York si celebra un progetto che guarda a un futuro di libertà diffusa contro un passato di regimi oppressivi, a Sofia un tentativo di ricostruire un passato lontano contro l’ultima ideologia futurista, il comunismo. La statua, si racconta, fu eretta per sostituire un’altra a Lenin, protagonista del panorama cittadino nei decenni della Guerra Fredda.

Amavo sedere in un caffè nei paraggi del monumento durante e dopo il tramonto, quasi potessi succhiare il segreto della città dal suo simbolo. Mi sedevo a scrivere le impressioni della giornata, in contatto col brulicare della vita di Vitosha Boulevard, la via di bar e ristoranti, luogo di ritrovo per eccellenza. Percorrendola hai la sensazione di camminare verso la parete di un monte, che ti si para davanti ma non si avvicina mai. Rimane alla stessa distanza. Fino a che, giunto alla fine della via non realizzi che il monte è lontano, fino a che non hai girato ovunque per la città e non realizzi che è ovunque. Dovunque tu guardi il monte Vitosha si staglia protagonista del panorama.

I monti sono protezioni, soprattutto nei territori esposti, e le città li fioriscono: Plovdiv e Veliko Tarnovo per innalzarsi dai pericoli, Sofia per isolarsene. “Lo capisco benissimo, noi italiani siamo simili” reagii istintivamente alla spiegazione di un professore bulgaro: “Dominazioni troppo lunghe e feroci ci hanno abituato a non credere in noi stessi”. Conversammo a lungo sull’autostima dei popoli.

Nei dintorni ecco la piazza con i resti romani che, nei sotterranei della metro o a cielo aperto, mostrano il passato; e poi una chiesa, una sinagoga, una moschea. Infine, il palazzo del museo cittadino nonché la prima propaggine dei palazzi governativi che menano verso l’altro grande palazzo iconico della città, la cattedrale di Alexander Nevski. Da questo angolo si squaderna la storia di Sofia.

Serdica, Ulpia Serdica, Triaditsa, Sredets, Sofia: che la città abbia portato quattro nomi prima di quello attuale la dice lunga sul peso delle diverse dominazioni. Si chiamò Serdica perché capitale della popolazione tracia dei Serdi, i Romani aggiunsero l’appellativo imperiale Ulpia (forse fu Ulpio Traiano, conquistatore di quelle terre), i Romani d’Oriente, ripresala dagli Unni, la ribattezzarono Triaditsa, i bulgari le diedero il nome che più a lungo portò, cioè Sredets, cioè in mezzo, per la sua posizione centrale, per poi mutarlo nel più significativo Sofia nel 1376. Già la Cristianità vacillava nelle sue divisioni e, dopo aver consegnato già la propria culla, la Terra Santa, agli Arabi, non sarebbe stata capace di unità contro i Turchi, che difatti presero la Bulgaria di lì a poco, nel 1393. Forse presentendo la fine imminente, i bulgari scelsero di legare alla città al ricordo di un evento ecumenico che unì l’intera Cristianità, risalente forse al 343, forse al 347, il Concilio di Sofia. All’epoca si definivano i dogmi e fu eletta l’allora Ulpia Serdica come sede simbolica, poiché giaceva al confine tra i due rami della fede e della politica, l’Oriente e l’Occidente. Forse tra tutti i nomi dovremmo scegliere Sredets, in mezzo. La Bulgaria è terra di mezzo, confine, tra Oriente e Occidente e Sredets-Sofia ne è giustamente capitale in quanto simbolo.

La stratificazione della storia bulgara deve aver irretito anche gli autori del suo monumento simbolo, la statua a Sofia o Santa Sofia. Dopo la fine del comunismo, si rimosse la statua a Lenin e si decise di rimpiazzarla. Ma che cosa poteva rappresentare una storia così complessa? Si ripiegò sulla soluzione più semplice, la Santa che dà il nome alla città. Si racconta che intellettuali e storici, fonti alla mano, provarono a spiegare che la chiesa commemorativa del celebre concilio di Serdica era dedicata a Sofia, alla Sapienza di Dio, che per sua stessa natura è santa, non a una santa di nome Sofia, che niente aveva a che fare con la città. Allora gli ideatori, forse pensando anche alla più celebre Statua della Libertà, se ne uscirono con una versione molto significativa ma pagana, più simile ad Atena, dea della Sapienza, che alla Divina Sapienza: testa turrita, alloro in mano, segno di gloria, gufo in spalla, segno della sapienza che spunta soltanto di notte, quando l’esperienza, cioè il giorno, la fa maturare, ma ormai a cose fatte.

La città dai molti nomi non è sempre stata la capitale. Basta far scorre un altro elenco: Eumolpias (o Serdica), Filippoli, Ulpia Serdica, Preslav, Veliko Tarnovo, Sofia (nuovo nome di Ulpia Serdica).

Sei capitali, continui mutamenti che testimoniano il tormento nel trovare stabilità e identità. Una terra di mezzo è sempre esposta. Greci e Romani la dominarono, dopo la gloriosa epoca tracia, anche se ancora oscura per penuria di fonti. Dovette crollare la Roma l’Occidente perché popoli nomadi si installassero in Europa e quella d’Oriente, presa di mezzo tra due nemici temibili, Arabi e Persiani, non potesse affrontarne un terzo. Emersero i bulgari e si fecero un impero, che durò fino a che altri slavi emergenti, destinati a un futuro più glorioso, per farsi un proprio impero anche loro, non fornissero la stampella prima mancante alla Roma d’Oriente. Nel 1014 l’impero bulgaro fu inglobato dentro quello romano orientale. Nel 1185 rinacque per durare fino al 1393 quando un’altra forza orientale, non più cristiana ma musulmana, ma di fatto padrona negli stessi territori dell’Oriente romano tra Europa e Asia, i Turchi Ottomani, non la fagocitasse nei propri domini. Dal 1393 al 1878 la Bulgaria turca fu decapitata, la sua classe dirigente deportata, e i simboli della sua storia cancellati. Anche la Chiesa di Santa Sofia che tuttora dà il nome alla città diventò una moschea. Spietato e semplice il metodo di dominio turco era volto a togliere intelligenza, espellendo le testi pensanti delle élite colte, come anche la memoria. Purtroppo, l’indipendenza fu ottenuta grazie a un padrino, la Russia che poi volle esercitare la propria influenza condizionando la storia del nuovo stato, che allora passò dal lato dei nemici dei Russi, ovvero la Germania, di cui la Bulgaria seguì le sorti nelle due guerre mondiali. Le interviste-testimonianze sui bombardamenti massicci di Sofia alla fine del secondo conflitto mondiali sono strazianti. Così una città che in pochi decenni stava ricostruendo sé stessa dopo secoli di repressione si ritrovo di nuovo brutalizzata, ma la ricostruzione dal 1945 al 1991 tornò nelle mani russe. Ma la nuova ideologia comunista non lasciava spazio per la memoria del passato e comunque l’esigenza di rimettere in piedi una capitale nel minor tempo possibile ha portato sotto le pareti mozzafiato del monte Vitosha palazzi seriali e impersonali. Il risultato è una città ariosa, con viali ampli, ma per lo più omogenea. La natura imperiosa del monte e quella seriale dei palazzi sembrano quasi un sogno d’ordine metafisico e impersonale, come di una divinità poco umana, come di una profezia distopica primo Novecento.

Il centro storico che si dipana tra la statua di Sofia e la cattedrale è orlato dei palazzi pomposi dell’amministrazione comunista ereditati dai governi attuali. Chissà quale doveva essere l’effetto quando ancora campeggiava Lenin. Ci si sente schiacciati da tanta grandiosità.

“Il comunismo è ancora controverso,” ci racconta la nostra giovane guida, Vasil, che ha appena terminato i suoi studi di politica tra Cambridge e Londra “per molto di noi è soltanto il retaggio di un passato repressivo ma per molti anziani non è così. Mio padre doveva ascoltare i Rolling Stones di nascosto, comprandoli dal mercato nero. Mi racconta che c’erano auto per tutti ma occorrevano anche due anni per le consegne, a causa delle liste d’attesa. Non c’era libertà, ovviamente. Invece, per mio nonno che vive in un paesino, il regime ha portato industrializzazione e modernità, perciò è intoccabile per lui! Il partito socialista, erede del vecchio regime, è ancora molto votato dalle generazioni più anziane”

Per visitare la chiesa di San Giorgio bisogna entrare nel cortile dell’attuale Ministero dell’Istruzione: pur dovendo cancellare il passato cristiano, ma non volendo offendere l’identità nazionale bulgara, così legata alla propria grandezza medievale, il regime scelse semplicemente di nasconderla.

La passeggiata continua nella zona dei musei e dei teatri, dove spicca il teatro dell’Opera, per poi concludersi nel grande piazzale di Santa Sofia e della cattedrale di Aleksander Nevski, quasi a congiungere il passato medievale della prima con il Risorgimento celebrato nella seconda. Aver scelto di commemorare l’indipendenza costruendo una Chiesa la dice lunga sul legame tra politica e religione, averla dedicata a un eroe russo fa pendere un’ombra sulla stessa idea d’indipendenza, dovuta non soltanto ai tanti patrioti bulgari ma anche all’aiuto determinante dei Russi contro i Turchi.

Il museo di Storia Nazionale Bulgara nella borgata residenziale di Bojana, allestito nella ex sede del Partito Comunista, non senza ironia tramuta la grandiosità di un regime progressista nella celebrazione del passato. La cavalcata vale veramente la pena per la bellezza delle sale, di cui almeno una parete sembra sfondata dalle vetrate che l’aprono verso il monte Vitosha.

Volutamente la narrazione procede dall’età primitiva e poi tracia fino al 1945: sul comunismo silenzio.

Al comunismo è dedicato un museo, come anche un tour molto seguito: siamo duecento, divisi in tre gruppi. Potente come una tragedia, la più grande utopia o distopia (dipende dalle interpretazioni) del Novecento e forse dell’intera storia umana non smette di stupire. Rinchiuso in un museo come in un impossibile dimenticatoio, usato come spettacolo turistico, non smette di essere spina nel fianco per i bulgari, soprattutto per il loro legame con la Russia. Forse vale per gli Stati quel che vale per gli uomini: rivendicare la propria identità serve per l’orgoglio, ma riconoscere i legami per andare più lontano. Ma si sa che le relazioni sono difficili, ma forse fertili.

La verità ideologica dei nazionalismi va di passo con la loro falsità storica: illusioni forse necessarie come il monte Vitosha, silente e maestoso, che sembra vicino a chi passeggia distrattamente lungo la via omonima, ma è lontano e inafferrabile, come tutte le identità.

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