Giusy Capone insegna Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina dal 1998; è redattrice della Rivista culturale bilingue registrata "Orizzonti culturali italo-romeni"; si occupa delle pagine culturali di diversi portali dell'area Nord di Napoli; collabora con l'Istituto di Mediazione linguistica di Napoli; cura un blog letterario.

Recensione a
B. Masini, Io sono la mela. Una storia di Saffo
ediz. illustrata da P. Valentinis
rueBallu Edizioni, Palermo 2021, pp. 112, €19.00.

«Nessuno ha mai scritto l’amore così […]. Ma questo dolore, questo qualcosa che arde e corre e preme dentro, il cuore che pulsa, il corpo che vibra, questo sentirsi rapiti a se stessi, prima non era stato detto. C’era, certo, nella vita, nelle vite di chi ama; ma nessuno aveva ancora trovato le parole per dirlo. Non queste». Beatrice Masini fa sì che di Saffo, tesoro d’arte ed umanità, probabilmente la poetessa più celebre dell’antichità, innumerevoli volte tradotta e, talvolta, tradita negli intenti, imitata da Apollonio Rodio, Teocrito, Lucrezio, Orazio, Catullo, Parini e Foscolo, emerga quale pioniera nell’indagare i sentimenti dell’essere umano ed antesignana nella ricerca individuale di un posto nell’esistenza.

Saffo, «cinta di viole, pura, riso di miele», rievocando il celebre omaggio di Alceo. Si legge che narri di donne, in particolare: «Passano come nuvole nel cielo, come banchi di piccoli pesci nell’acqua bassa. Il loro mestiere è cambiare. E quando sono cambiate, quando sono cresciute e sanno finalmente ridere un po’ di sé, ascoltare e osservare, sentire il corpo nello spazio e dunque danzare, o cantare, o suonare, usando le braccia, le gambe, la mente per esprimersi, ecco, allora per loro viene il momento di andare nel mondo».

Aristocratica, avversa ai parvenus, identifica il suo orizzonte di vita con quello chiuso ed esclusivo di una consorteria aristocratica: il tiaso, consacrato al culto di Afrodite, delle Muse e delle Cariti. Al Giambo di Archiloco, Semonide ed Ipponatte; all’Elegia guerresca di Callino e Tirteo, alla politica di Solone, alla gnomica di Teognide e Focilide, all’amorosa di Mimnermo, risponde la lirica monodica di Saffo, capace di affermare quella dimensione soggettiva ed individuale della Poesia, già intravistasi nei poemi esiodei: «Saffo beve le storie come se fossero acqua, o anche vino, vino puro, non diluito, forte e terribile come veleno. Le storie sono terribili. Le storie sono veleno. Veleno e medicina».

Emerge l’Io e la sublimazione dei valori di cui l’aristocrazia si sente depositaria: si apre un nuovo ed innovativo spazio di creatività. È lo schema “alcuni dicono…io invece” presente nella forma canonica della Priamel di una lode di Saffo in cui ella asserisce, contrapponendosi palesemente all’opinione dominante, che la cosa più bella al mondo non sono eserciti o flotte bensì “ciò che ognuno ama”.

Così, Saffo, probabilmente per prima, secondo le righe lievi e profonde di Masini, affranca l’Io dalle residue remore dell’oggettivismo dell’epos, reagendo da intellettuale ai meccanismi repressivi di un potere che, affermatosi per combattere l’ingiustizia sociale, reputa che l’unico mezzo sia limitare la libertà del singolo, imponendogli schemi mentali precostituiti.

Ella pone il suo libero individualismo al di sopra di qualunque intento programmatico o didascalico, opponendo al paradigma la più soggettiva delle scelte; indicando nell’eros il valore supremo. Alla δόξα dei più, all’opinione della massa, Saffo contrappone la sua ἀλήθεια, il disvelamento della realtà. Quale realtà? Quella del dubbio:

Che cosa ci faccio qui? Perché sono una femmina? […] I fratelli sono diventati grandi e sono andati via. Sono importanti, adesso. Perché non posso diventare importante anch’io?

Saffo è raccontata come una bambina bruna, materializzazione della sua condizione eccezionale; una bimba, orbene, che matura pungolata dal dubbio, ponendosi quesiti, non omologandosi alle costrizioni sociali, all’opposto, sradicandole all’istante. Saffo veneranda ed attualissima, a noi coeva, mai obliata, leggera, nuda, essenziale, che alimenta sussulti e tremiti dal VII sec a.C. Saffo che ama, sente ed è capace, tra i pochi e privilegiati, di scovare le parole giuste per comunicare l’intimità del suo cuore. Ci riesce ancora oggi nel mio nome e di quanti s’affannano a raccontare il magma che ribolle nelle viscere: pathos intenso, vivo turbamento, violenza dei sentimenti espressi ricorrendo al filtro di una raffinata cultura letteraria, pregna di moduli linguistici propri della tradizione epica.

Saffo che si è inventata un metro per descrivere il sangue che pulsa alle tempie ed il cuore che s’arresta per amore, gelosia, possesso, desiderio. Struggente ed irrinunciabile: coinvolgimento totale e totalizzante del corpo e dell’anima. Di lei quasi nulla si sa: il luogo di nascita e di permanenza; l’esilio al di là del mare, che «è la grande strada che unisce isole e terre diverse e lontane»; il rientro in patria dalla Sicilia, dove «riesce a ottenere un po’ di istruzione e ritagliarsi il suo spazio per scrivere»; la figlia, a cui indica di non piangere per la sua fine, perché la Poesia garantisce l’eternità; la direzione del tiaso; la morte fiabesca ed inverosimile.

Resta la potenza del verso «Ed è così che anche un semplice coccio diventa prezioso».

Epifanie divine con esperienze estatiche: «Dal variopinto trono immortale Afrodite, / figlia di Zeus, / tessitrice d’inganni, / ti prego: / non prostrarmi con pene ed affanni». Riti comunitari celebrati in boschetti sacri: «Qui acqua fresca mormora tra i rami/dei meli, e di roseti tutto il luogo/è ombreggiato». Eros omoerotico: «Un sudore mi bagna, un tremito / tutta mi prende». La violenza della passione: «Eros mi squassa». Insomma, una varietà di temi e di toni a cui noi lettori siamo condotti con penna elegante, aggraziata, evocativa ed immaginifica.

Pia Valentinis illustra questa gemma, questa “cosa bella”: la grammatura della carta, il segnalibro elegante, il titolo posto in risalto, lucido, rosso brillante. La cura meticolosa e minuziosa per i dettagli, un vortice d’emozioni perturbanti dettate da versi che sentono ciò che noi sentiamo, vedono ciò che noi vediamo.

Saffo è capace di indurci alla commozione d’un nodo in gola, allorché scrive: «Tu sei la mela non colta, il segreto / frutto rimasto celato tra i rami: / tu, la più bella, più rossa, più tonda / sola rimani». Chi tra noi non s’è mai sentito desolatamente solo o presuntuosamente unico?

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