Cristian Leone, nato a Salerno il 29/06/1992, si è laureato all’Università di Roma Tre nel 2015 in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, conseguendo poi la laurea magistrale in Storia e Società nel luglio del 2018. Attualmente è dottorando di ricerca presso l’Università degli studi Guglielmo Marconi di Roma.

Recensione a
R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo
Laterza, Roma-Bari 2005, pp. XXIV+291, €12.00.

Fascismo è un termine che viene utilizzato sempre più spesso in maniera e in misura indiscriminata e generica, tanto che sembra possedere caratteristiche perenni e astoriche, applicabili, a seconda della convenienza, a disparati regimi e soggetti politici. Il fenomeno fascista, indipendentemente dai tratti che ne costituiscono le caratteristiche, pare adattabile a qualsiasi contesto, epoca e persona. In questa rappresentazione astratta e generica si desume un’essenza del fascismo che, in spregio a qualsiasi riflessione storiografica, può essere valida per ogni esperienza politica: “fascista” la dittatura di Salazar e quella di Franco, quella di Peron e quella dei colonnelli, quella di Videla e di Pinochet, ma anche quella cinese o addirittura quella sovietica e, infine, perfino il presidenzialismo di Charles De Gaulle.

Fascista è qualsiasi forma di autorità. Fascista è anche la violenza, tanto che viene usato il termine “fascismo di sinistra” per indicare il carattere fascista (violento) di una certa sinistra. Dietro questa operazione c’è una volontà di separare, all’interno del fascismo, determinati tratti, comuni peraltro a molte ideologie, che possono ritornare utili politicamente per delegittimare un interlocutore comparandolo ad un fenomeno universalmente considerato come “male assoluto”.

Per evitare, in sede storiografica, un approccio al fascismo così grossolano e fuorviante, di vitale importanza è il testo di Renzo De Felice, oramai un classico, intitolato Le interpretazioni del fascismo. L’autore, in quest’opera, passa in rassegna tutte le principali interpretazioni del fenomeno fascista e ne traccia, infine, gli elementi caratterizzanti.

A quale interrogativo vuole rispondere De Felice? Il testo nasce dall’esigenza di porre fine all’uso indiscriminato e distorcente dell’aggettivo “fascista” per «cercare di stabilire una buona volta cosa si debba intendere per fascismo, se si possa elaborarne un modello a cui fare riferimento con una certa ragionevole approssimazione, se lo si debba considerare un fenomeno unitario o no, se, infine, esso abbia costituito un particolare momento storico di alcuni paesi, determinato da circostanze contingenti e irripetibili, o se, invece, debba essere considerato una delle possibili forme di organizzazione politico-sociale delle società di massa in un determinato stadio del loro sviluppo» (p. 18).

De Felice, per rispondere a questo interrogativo, attua, in modo chiaro e immediato, una ricostruzione storica delle interpretazioni che i maggiori studiosi, nazionali e internazionali, hanno dato del fascismo dal giorno della sua nascita fino alla data di pubblicazione del testo. L’approccio all’analisi del movimento nato dalla mente di Benito Mussolini avviene secondo diversi elementi ideologici e metodologici. Alcuni studi hanno avuto una rilevanza maggiore mentre altri minore. Quelli con seguito preminente vengono definiti da De Felice come interpretazioni “classiche”.

Una delle prime e principali interpretazioni del fascismo è sicuramente quella del «fascismo come malattia morale dell’Europa». All’interno di questo approccio un ruolo di primo piano è senza dubbio ricoperto da Benedetto Croce con la sua teoria secondo la quale il fascismo corrisponde ad una «parentesi della storia» creatasi nell’immediato dopoguerra, in un particolare periodo connotato da uno «smarrimento di coscienza, una depressione civile e una ubriacatura, prodotta dalla guerra» (p. 29). Una seconda interpretazione “classica” riguarda il «fascismo come prodotto logico ed inevitabile dello sviluppo storico di alcuni paesi» (p. 41). Qui, si mette in evidenza come il fascismo rappresenti la logica ed inevitabile conseguenza di una serie di caratteristiche dello sviluppo storico di alcuni paesi, quali soprattutto l’Italia e la Germania. La terza “classica” interpretazione è quella marxista secondo la quale il fascismo rappresenta un prodotto della società capitalistica sorto per reprimere l’avanzata rivoluzionaria del proletariato. Questa visione, seppur con molte varianti al suo interno, ha rappresentato, per molto tempo, un dogma indiscutibile della storiografia.

Accanto a queste tre interpretazioni “classiche” De Felice ne colloca altre tre considerate minori perché la loro notorietà rimane circoscritta ad ambienti più ristretti e sono quella cattolica, totalitaria e transpolitica. I principali interpreti di quella cattolica sono Maritain e Del Noce, la loro interpretazione potrebbe risultare simile a quella del fascismo come malattia morale ma in realtà se ne distacca in alcuni punti decisivi. La visione totalitaria, invece, tende a considerare il fascismo come fenomeno da analizzare nella più ampia categoria del totalitarismo. Questo approccio è molto utile, ad esempio, per spiegare la funzione mobilitante attuata dal fascismo, contrariamente ai regimi autoritari nei quali è presente una demobilitazione della cittadinanza. Tra i maggiori studiosi troviamo Hannah Harendt, Carl J. Friedrich e Zbigniew K. Brzezinski. L’interpretazione transpolitica è invece quella data da Ernst Nolte, il quale tenta di estrapolare un’essenza del fascismo inserendo, in un’analisi di tipo storico, una concettualizzazione filosofica. Anche Del Noce ha fornito importanti riflessioni all’interno di questo filone interpretativo, ovviamente da un punto di vista cattolico.

Gli studiosi, nell’interpretare il fascismo, ricorrono anche ad una metodologia diversa da quella di carattere storiografico. Molti di loro, infatti, nel seguire le vicende storiche e politiche legate all’avvento di Benito Mussolini, utilizzano criteri interpretativi legati alla dinamica delle scienze sociali. Le scienze sociali, nel tentativo di comprendere il fenomeno fascista, partono dall’analisi di determinati aspetti: psicosociale, sociologico o socioeconomico. Questi tre tentativi di interpretare il fascismo sono, tuttavia, secondo De Felice, parziali e incompleti perché, differentemente dall’approccio storiografico, tendono a prendere in considerazione un solo elemento e a sopravvalutarne la portata.

Tutte queste rappresentazioni del fascismo, ad avviso dell’Autore, sebbene importanti, sono incapaci di coglierne la complessità. L’interpretazione del fascismo, secondo De Felice, subisce le conseguenze delle passioni politiche, degli odi e degli amori causati da vent’anni di dittatura. Lo storico reatino boccia soprattutto la storiografia fascista, incapace, con l’esclusione del solo Gioacchino Volpe, di andare oltre la semplice e banale apologetica del regime. Tanto a destra quanto a sinistra, tranne il tentativo di Angelo Tasca, che seppur militante è rimasto storiograficamente isolato, nessuno è riuscito a scrivere una storia del fascismo prescindendo da finalità polemiche e politiche che non competono ad uno storico.

Definire il fascismo, per Tasca come per De Felice, significa principalmente scriverne la storia e per poterlo fare bisogna prendere in considerazione, senza moralismi, determinate caratteristiche capaci di circoscrivere il fenomeno in un preciso ambito storico, sociale e culturale, evitandone così un uso generale e improprio: «Chi scrive non crede nella validità assoluta di nessuna delle singole interpretazioni del fenomeno fascista che sin qui sono state prospettate ed […] è convinto che, per giungere ad una spiegazione in termini effettivamente storici del fenomeno fascista in genere e dei vari fascismi in particolare, sia necessario tenere presenti e contemperare tra di loro tutte le interpretazioni sin qui prospettate e, soprattutto, più che generalizzare il significato di alcuni caratteri del fascismo, tenere sempre ben presenti le caratteristiche concretamente nazionali, connesse cioè alle particolari vicende storiche (economiche, sociali, culturali e politiche) dei singoli paesi nei quali si sono avuti movimenti, partiti o regimi fascisti» (p. 253). Per poter studiare il fascismo senza traviarne il significato bisogna, quindi, prima di tutto inquadrarne i confini, i limiti e le principali caratteristiche individuate da De Felice in tre aspetti fondamentali: geografico, cronologico e sociale.

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