Cristian Leone, nato a Salerno il 29/06/1992, si è laureato all’Università di Roma Tre nel 2015 in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, conseguendo poi la laurea magistrale in Storia e Società nel luglio del 2018. Attualmente è dottorando di ricerca presso l’Università degli studi Guglielmo Marconi di Roma.

Recensione a
F. Carlesi, Mussolini e Roosevelt. Corporativismo fascista e New Deal. Il dibattito tra Italia e Stati Uniti
Luni Editrice, Milano 2022, pp. 368, € 25.00.

Il fascismo rappresenta senza dubbio uno dei fenomeni più studiati dell’età contemporanea. Tanto a livello nazionale quanto internazionale, a distanza di centotre anni dalla sua costituzione, il movimento fondato da Benito Mussolini è stato analizzato da molteplici angolazioni in tutti i suoi multiformi aspetti. Eppure, nonostante i numerosissimi saggi e le sterminate monografie, sull’argomento permangono alcune zone d’ombra.

Da questo punto di vista appare fondamentale il lavoro di Francesco Carlesi che, al di là del valore intrinseco dell’opera, ha avuto l’abilità di saper rintracciare nei meandri del fascismo determinati elementi ancora poco approfonditi dalla ricerca. Mussolini e Roosevelt, infatti, rappresenta un testo di straordinaria importanza storiografica in quanto porta alla luce, per la prima volta in maniera organica, non solo i rapporti tra i due Capi di Stato ma soprattutto la comparazione tra due sistemi: la «terza via» e il «new deal».

L’opera di Carlesi, frutto di ricerche condotte in Fondazioni, Biblioteche e Archivi italiani e statunitensi, è divisa in tre parti e delinea, in maniera chiara e sistematica, all’interno di una discussione internazionale sulla crisi del capitalismo, affinità e differenze tra due modelli politici, economici e sociali. Il testo, trascendendo da una semplice interpretazione storiografica, analizza in forma multidisciplinare personaggi, idee e rapporti del tutto inediti: «Le posizioni fasciste di fronte alle riforme di Roosevelt, e in genere alle politiche economiche degli Stati Uniti, così come quelle americane nei confronti del corporativismo, sono state toccate alcune volte dagli specialisti ma mai all’interno di una trattazione specifica e sistematica» (p. 123).

Prima ancora di catapultare il lettore nel dibattito italiano ed americano, Carlesi traccia un quadro di riferimento propedeutico alla comprensione successiva del testo. Risulta, infatti, impossibile operare qualsiasi comparazione senza aver prima inquadrato, in una più articolata prospettiva, il fenomeno del corporativismo e il tentativo mussoliniano di creare una «terza via» alternativa tanto all’individualismo liberale quanto al collettivismo comunista. La prima parte dell’opera è dedicata dunque ad evidenziare, attraverso un’attenta interpretazione storiografica, quelli che sono i punti di riferimento teorici e le pratiche realizzazioni economiche e sociali del corporativismo. Quella di Carlesi è un’analisi estremamente accurata non tanto per la capacità di bilanciare, in una lettura equilibrata, memorialistica e storiografia quanto per la perizia con cui compara e distingue l’intento rivoluzionario del fascismo con gli inevitabili compromessi economici e politici che minano la concretizzazione della «terza via»:

Il capo del fascismo diede impulso alla costruzione economica e sociale del regime: con tutti i suoi limiti, un processo di cambiamento graduale, accidentato ma sostanzialmente preciso. […] Per il fascismo il crescere del consenso fu accompagnato anche da numerosi compromessi con la vecchia classe dirigente, il mondo imprenditoriale e gli agrari (p. 22-31).

Dopo aver analizzato il corporativismo l’Autore passa in rassegna le politiche attuate da Roosevelt nel corso del «new deal» mettendone in evidenza successi, fallimenti e speranze infrante. Il discorso relativo al «nuovo corso», proprio come per la «terza via», è estremamente elaborato e vede al proprio interno un nutrito dibattito.

Contrariamente al caso italiano, infatti, in cui l’interventismo statale è stato storicamente anche una prerogativa dei liberali, negli Stati Uniti si è sempre affermata una visione ortodossa del liberismo in cui l’ingresso dello Stato negli affari economici viene visto come una vera e propria aggressione nei confronti delle libertà del singolo individuo. Partendo da questo presupposto, e nonostante il ruolo di indubbi economisti di prestigio, sono molte le accuse di fascismo e addirittura di comunismo che colpiscono il presidente Roosevelt. Il «nuovo corso», basato principalmente sul controllo dei prezzi e ingenti investimenti pubblici, viene ostacolato persino dalla Corte Suprema Americana che nel 1935, «a causa dell’eccessivo accentramento di potere nelle mani del governo in materia industriale» (p. 111), smantella il National Recovery Administration, ente deputato a regolamentare la produzione e la concorrenza del settore secondario americano.

Dopo aver posto le basi necessarie atte a comprendere le due visioni del mondo l’Autore entra nel cuore pulsante della ricerca storica portando alla luce un’inedita lettura su come l’intellighenzia italiana considera il «nuovo corso» americano e viceversa. Carlesi, sviscerando una imponente pubblicistica e facendo riferimento ad una pluralità di autori, affronta il dibattito relativo al «new deal» attraverso le comparazioni fatte non solo dai fascisti ma anche da esponenti liberali e cattolici. C’è quindi un complesso e differenziato mondo – politico, economico, giornalistico e accademico – intento ad affrontare, tramite prospettive a volte convergenti e altre divergenti, la relazione tra «new deal» e corporativismo. Secondo alcuni, «il New Deal era descritto come il tentativo “antiplutocratico” delle masse americane di farsi popolo sotto la guida di un capo autoritario» (p. 151) mentre altri vedono il «nuovo corso» come un «ritorno ai metodi di Colbert in cui mancava una nuova organizzazione della società offuscata da uno Stato meramente paternalistico» (p. 169). Tuttavia, a partire dalla sentenza della Corte Suprema sulla soppressione della Nra e proseguendo fino alla guerra, il dibattito italiano tende a concentrarsi di più sull’esaltazione delle differenze che non sulle affinità tra i due sistemi.

Come l’Italia presta moltissima attenzione alle riforme sociali ed economiche roosveltiane così nel dibattito americano, specialmente nell’ambito giornalistico ed accademico, numerose sono le discussioni sul corporativismo fascista: Nel variegato mondo dei giornali e delle riviste americane le riforme sociali italiane trovarono discreto spazio, in modo particolare nel momento di massima convergenza sul tema economico che dall’elezione Roosevelt arrivò fino al 1935. […] Diversi centri culturali d’eccellenza dedicarono ampio spazio al fascismo, con un livello d’analisi spesso notevole. L’Academy of Political and Social Science di Patterson, che aveva collaborato a un volume collettaneo della Scuola di Scienze Corporative di Pisa, fu tra i più assidui in questo senso (pp. 257-277).

Il corporativismo, in un Paese con una tradizione fortemente liberista e individualista in cui anche un limitato intervento dello Stato in economia può essere considerato come una particolare forma di comunismo, non può essere accolto come un modello da seguire. Tuttavia, nonostante i giudizi su di esso sono sostanzialmente negativi e la qualità della discussione è volta per lo più a fornire un monito a Roosevelt sul pericolo di intraprendere derive autoritarie non mancano, nel dibattito statunitense, espressioni lusinghiere:

Le leggi del regime emergevano quale frutto del sentimento popolare: siamo di fronte ad una lettura totalmente opposta alle precedenti, in cui anche la selezione dei dirigenti sindacali era elogiata e definita «the result of a delicate work of selection, and the services of a number of competent persons were secured» (p. 281).

Del resto lo stesso Roosevelt, come già sottolineato da De Felice, guarda «con curiosità e interesse alla politica economica fascista». Lo studio di Carlesi è quindi importantissimo in quanto contribuisce non solo a reinterpretare in una visione più articolata il concetto di «terza via» correlandolo al «nuovo corso» americano, ma anche perché, colmando un enorme vuoto, aggiunge un tassello importantissimo nella spesso inflazionata storiografia sul fascismo.

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