Cristian Leone, nato a Salerno il 29/06/1992, si è laureato all’Università di Roma Tre nel 2015 in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, conseguendo poi la laurea magistrale in Storia e Società nel luglio del 2018. Attualmente è dottorando di ricerca presso l’Università degli studi Guglielmo Marconi di Roma.

Recensione a
A. Tasca, Nascita e avvento del fascismo
pref. di I. Silone
Neri Pozza, Vicenza 2021, pp. 496, €28.00.

Nascita e avvento del fascismo di Angelo Tasca rappresenta un classico della storiografia relativa all’affermazione di Benito Mussolini e della sua creatura sulla scena politica nazionale. Il testo, uscito per la prima volta nel 1938 in Francia quando l’autore, dopo una carriera da dirigente del Pcd’I, militava nel partito socialista francese, viene oggi ristampato dalla casa editrice Neri Pozza.

L’opera di Tasca è estremamente importante e segna una vera e propria cesura perché riesce, per la prima volta, a storicizzare il fascismo andando oltre ogni giudizio prettamente politico. Il testo, infatti, sorto in un periodo connotato da grandi passioni, cerca di comprendere il fascismo superando tanto l’apologetica del regime fatta dai suoi sostenitori quanto la narrazione denigratoria attuata dai suoi oppositori. Il merito e l’importanza di Tasca consistono dunque nella sua capacità di scrivere una storiografia del fascismo prescindendo da finalità polemiche e politiche che non competono ad uno storico, fatto, questo, che farà guadagnare all’opera il plauso di uno studioso quale Renzo De Felice. L’autore traccia, con un’ampia documentazione, tutti gli avvenimenti che, dalla Grande guerra alla marcia su Roma, hanno portato Mussolini al potere. Certo, lo studio di Tasca, per motivi contingenti, non poté essere completo come lo sarà quello di De Felice, ma assume comunque un ruolo fondamentale nell’interpretazione storiografica del fascismo e rappresenta, per gli importanti elementi di novità introdotti, una lettura imprescindibile per chiunque voglia comprenderne le origini.

L’autore, oltre a descrivere in maniera accurata la situazione politica dal primo dopoguerra alla marcia su Roma, mette subito in evidenza il carattere movimentista dei nascenti fasci di combattimento evidenziando la partecipazione dei fascisti nei moti contro il caroviveri e nelle occupazioni delle fabbriche: «Così la prima occupazione delle fabbriche si fa sotto gli auspici del fascismo nascente». Per comprendere il fascismo, tuttavia, secondo Tasca, non bisogna far riferimento ai tradizionali assetti politici di destra e di sinistra ma solo ed esclusivamente alla demagogia. L’Autore, infatti, introduce nell’analisi storica un elemento di carattere psicologico, ovvero la personalità di Benito Mussolini. Mussolini, nel primo dopoguerra, secondo l’ex segretario del Partito comunista d’Italia, non aveva alcun piano prestabilito e nessuna prospettiva ideologica ma cercava solo di adeguarsi agli avvenimenti per dirigerli. Tasca lega inestricabilmente demagogia e pragmatismo perché solo considerando la relazione tra questi due fattori si possono comprendere i rapporti che Mussolini intrattenne prima con la CGdL, i socialisti riformisti, gli interventisti di sinistra e, successivamente, con la reazione borghese.

Il futuro Duce, infatti, capisce di non avere nessuna possibilità di separare il proletariato dal Partito socialista e, per realizzare i suoi propositi di conquista, decide di porsi a capo dell’emergente fronte reazionario. Non importa l’ideologia né il soggetto capace di consegnargli lo Stato, non importa se bisogna legarsi al proletariato o agli industriali, alla CGdL o agli agrari, quello che conta per Mussolini è la conquista del potere perché, spiega Tasca: «Il fine supremo resta, per Mussolini, Mussolini stesso; non ne ha mai conosciuto altri».

Il lavoro di Tasca non è mai banale. Infatti, egli non si limita a identificare l’avvento del fascismo con la sola violenza bruta ma pone sotto accusa il Partito socialista italiano che con i suoi errori strategici ha di fatto consegnato il Paese alla mercé di Mussolini. Nel congresso di Bologna del 1919, vinto dalla frazione massimalista, viene proclamato un solo ed unico obiettivo possibile per il movimento socialista in Italia: l’instaurazione della dittatura del proletariato e della repubblica dei Soviet. Il partito socialista decide così di abbandonare lo statuto e la pratica riformiste e di basare la nuova strategia sull’abbattimento violento dello Stato liberale. Il partito socialista è però diviso al suo interno perché, nonostante la schiacciante vittoria dei massimalisti, i riformisti hanno ancora la maggioranza nel gruppo parlamentare e nella Confederazione generale del lavoro (CGdL). Il partito socialista italiano vive dunque una fase di stallo in cui si predica la rivoluzione senza aver prestabilito un piano per realizzarla e questa ambiguità non sfugge a Mussolini che, da abile politico, prevede l’esito di questa nuova strategia: «Il nullismo fuori e la cagnara dentro».

Tasca condivide l’interpretazione di Mussolini e mette in evidenza come il partito socialista che «ha promesso la rivoluzione senza muovere un dito per prepararla» non fa altro che esasperare le masse proletarie e preparare il terreno per l’imminente reazione borghese. Tasca, inoltre, accusando il partito socialista di non comprendere la funzione del ceto contadino e degli ex combattenti, sottolinea l’incapacità della dirigenza socialista di creare un progetto organico in grado di far seguire i fatti alle parole. Scrive:

Il partito continua a ubriacarsi di parole, a redigere sulla carta dei progetti di Soviet, abbandonando a sé stesse le commissioni di fabbrica nel Nord e i contadini affamati di terre nel Mezzogiorno.

Questo testo, considerando l’appartenenza politica dell’Autore e il periodo in cui viene scritto, presenta ovviamente alcune criticità. Tasca tende ad evidenziare certi avvenimenti e a minimizzarne altri. Ad esempio, egli descrive minuziosamente la violenza squadrista mentre sottostima quella «sovversiva» così come, nello spiegare il disfacimento delle leghe rosse, mostra di non tenere abbastanza in considerazione il ruolo del nascente sindacato fascista che, invece, è stato messo successivamente in evidenza da storici del calibro di Francesco Perfetti e Giuseppe Parlato. Nonostante il tentativo di minimizzare le violenze «rosse» («Gli episodi di violenza sono tuttavia minimi e presto frenati; non s’è quasi versato sangue: i morti si contano sulle dita di una sola mano, e son tutti dovuti ad iniziative isolate di qualche scalmanato»), cosa del resto comprensibile anche se non giustificabile, Tasca apre un discorso molto importante che verrà poi approfondito da altri storici e cioè quello relativo al sistema coercitivo esercitato dalle leghe rosse. È proprio questo sistema vessatorio a permettere il passaggio in massa di tanti contadini, stanchi dei continui soprusi, nelle fila dei sindacati fascisti e Tasca ha qui il merito di aver portato nel dibattito storiografico una prima descrizione di questo sistema:

Il “giallo” è boicottato; il fornaio gli deve rifiutare il pane, egli è trattato come un lebbroso, come pure sua moglie e i suoi bambini: intorno a lui si fa il vuoto, sicché egli deve piegarsi o abbandonare il paese. Multe e taglie sono imposte ai proprietari che lo hanno impiegato e che hanno violato il contratto di lavoro.

Nella interpretazione del fascismo Tasca tende a sovrastimare il ruolo della grande borghesia e a presentare il fascismo sì come un fenomeno di massa, ma solo come reazione di una classe borghese decisa a vendicarsi dopo aver subito il “biennio rosso”. L’autore sottostima l’elemento popolare presente nel fascismo e la sua volontà di mostrarsi, come invece spiegheranno bene Gentile e Vivarelli, come una terza forza alternativa tanto al socialismo quanto al capitalismo. Se è infatti storicamente accertato che anche dopo la “svolta a destra” il fascismo non vuole porsi come il rappresentante di un’unica classe, Tasca tende ad avvalorare l’immagine, così cara alla storiografia marxista, di un fascismo espressione degli interessi borghesi.

L’opera, tuttavia, al di là dei problemi di storicizzazione dovuti alla stesura in un periodo storico che si sta ancora vivendo e le cui passioni sono lontane dal sopirsi, presenta caratteri di assoluta novità, aprendo problematiche sulle quali la storiografia non ha ancora completamente indagato in maniera approfondita.

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