Jacopo Marzano è attualmente iscritto al secondo anno del Corso di laurea triennale in Scienze politiche per la sicurezza e le relazioni internazionali dell'Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT).

Recensione a
P. Pisicchio, La Politica Come Mestiere. Non-manuale per carriere, militanze e cittadinanza
Rubbettino, Soveria Mannelli 2022, pp. 197, € 16.00.

Un non-manuale per comprendere la politica e le sue dinamiche storiche, sociali e psicologiche. Il libro di Pino Pisicchio attraverso una sequenza di suggestioni, approfondimenti e spiegazioni, stimola il lettore ad una sempre maggiore lucidità di analisi e ricerca delle ragioni profonde.

Se l’uomo è un animale politico, come già sosteneva Aristotele, la vocazione politica non potrà sfuggirgli: la famiglia, le città e la società stessa saranno le naturali declinazioni della necessità comunitaria dell’essere umano. Pisicchio descrive quindi come o cosa dovrebbe essere un uomo politico: «una persona dotata di un bagaglio personale di competenze, di strumenti di conoscenza della realtà che gli consentono di comprenderla e di interpretarla con pienezza e non in chiave soltanto specialistica».

L’uomo politico deve quindi possedere capacità di visione, vale a dire la facoltà di comprendere le ragioni dell’intero corpo sociale, composto non da amici o nemici, bensì da cittadini. Conditio sine qua non per poter concepire la politica è l’esistenza dei partiti, così descritti all’articolo 49 della Costituzione italiana:

associazioni formate da cittadini con lo scopo di concorrere a determinare la politica nazionale, organizzata con forme democratiche e chiamata a svolgere funzioni pubbliche fondamentali, come la formazione e la selezioni della rappresentanza nelle assemblee in cui si esercita la sovranità popolare.

Oggi, in una concezione economicistica e meramente pragmatica del fare politica, l’origine culturale/ideologica e la funzione pedagogica tradizionalmente svolta dai partiti si è persa, insieme ad una fattiva presenza sul territorio.

Attraverso una disamina delle principali ideologie che hanno caratterizzato la scena politica moderna, l’Autore ne illustra i principi ispiratori e gli attori più significativi, ossia il comunismo e il Pci di Togliatti, fino a Berlinguer; il socialismo e la sua versione italiana tra Nenni, Saragat fino a Craxi. L’Autore prosegue esaminando il liberalismo e i liberali italiani, da Croce ed Einaudi fino a Malagodi e Zanone; il Partito Popolare di Sturzo fino alla Dc, nella quale i principi della persona umana e della sua dignità trovarono applicazione anche grazie alla politica dei suoi attori principali, influenzati dal personalismo comunitario di Maritain e Mounier.

La Dc, governando ininterrottamente l’Italia dal 1946 al 1994, fu una vera e propria fucina di statisti, con personalità di grande rilievo e visione politica quali Alcide De Gasperi, Giulio Andreotti e Aldo Moro. Di quest’ultimo resta tutt’oggi il fondamentale contributo sia al dibattito costituente che alla equilibrata gestione della dicotomia Dc-Pci. E ancora, i Radicali di Marco Pannella e il loro approccio innovativo alla politica, in particolare la loro lotta pacifica, non-violenta, ispirata alle teorie di Gandhi. Pisicchio non dimentica nemmeno i situazionisti, figli del Sessantotto e padri inconsapevoli del grillismo. Di più recente comparsa c’è il grande partito trasversale del politicamente corretto, il cui obiettivo si traduce nella ripetizione di mantra composti da vocaboli inclusivi e neutri che, pur corretti nella forma, stemperano il valore contenuto.

Pino Pisicchio illustra poi l’elemento strutturale della politica: i sistemi elettorali, le cui declinazioni sono le diverse formule del maggioritario e del proporzionale. Se il maggioritario, drastica semplificazione degli attori politici, comporta una maggiore stabilità di governo ma una minore rappresentanza, il proporzionale garantisce un più democratico turn over del ceto parlamentare, attraverso una maggiore capacità di rappresentare gli orientamenti del corpo elettorale, risultando per questo più instabile.

Liste aperte o liste bloccate? Ne vengono descritte le rispettive peculiarità e le loro dirette conseguenze. Le liste aperte offrono all’elettore la possibilità di esprimere una o più preferenze, secondo un sano principio di democraticità; al contrario, le liste bloccate non permettono all’elettore una reale scelta. Inoltre, la lista aperta consente una concorrenza leale tra i candidati della medesima lista, poiché il voto dato ad uno può non escludere l’altro: in un’ottica prettamente economicistica della politica, si può quindi affermare che lista aperta abbia le caratteristiche di un bene pubblico.

L’Autore elenca, in rapida successione, i sistemi elettorali nel mondo e le leggi elettorali in Italia, dal proporzionale del 1946 fino al Rosatellum, ponendo l’attenzione sulla necessità di un adeguamento relativo al prossimo taglio del numero dei parlamentari. Sempre con specifico riferimento al caso italiano, Pisicchio prosegue la propria analisi critica concernente il fenomeno, che è appunto tutto nostrano, del ripetuto ricorso ai governi tecnici, tale da non potersi nemmeno più considerare una scelta di eccezione.

Auspicabilmente, la politica si sostiene su apparati tecnici, la preparazione specifica del decisore pubblico dovrebbe essere la base del suo agire; tuttavia, investendo esclusivamente sull’apparato tecnico-scientifico come mezzo per raggiungere un fine, si rischia un rovesciamento che porta il potenziamento dello stesso apparato a diventare lo scopo. Inoltre, l’affidamento ripetuto della capacità decisionale nelle mani di figure tecniche denuncia il non desiderio – o l’incapacità – di assunzione di responsabilità da parte di una classe politica che preferisce delegare il processo decisionale all’evidenza scientifica. Quando, idealmente, il politico dovrebbe saper combinare competenza e capacità di governo. Proprio quella competenza indicata all’articolo 54 della Costituzione italiana: «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore».

La carriera e quindi la vocazione politica dovrebbero perciò essere ispirate dai più alti principi dell’etica e della morale. Nonostante ciò, talvolta gli uomini politici possono cedere alle più disparate patologie corruttive. Pino Pisicchio ne descrive alcune: dalla corruzione al clientelismo, dal nepotismo alla raccomandazione, il fenomeno corruttivo segna la rottura intenzionale del rapporto di fiducia tra popolo e rappresentante eletto. Se ci si chiedesse quali siano le conseguenze di questa rottura, l’Autore si avvale del più che valido esempio di Tangentopoli: 

se Tangentopoli rappresentò la risposta dei giudici vendicatori al malaffare dilagante, il referendum antiproporzionalista avrebbe rappresentato la risposta del popolo: cacciare la classe dirigente corrotta e instaurare un nuovo eldorado della politica in cui l’alternanza, la riduzione a soli due partiti, la chiarezza sugli esiti elettorali [..] e il ricambio della classe dirigente avrebbero portato l’Italia nella modernità e sicuramente rilanciato anche l’economia.

 Se la caduta del Muro di Berlino comportò la fine delle ideologie, così Mani Pulite pose fine alla repubblica di partiti.

La mancanza del partito – e della sua funzione pedagogica – ha significato l’azzeramento della militanza politica e il venir meno della formazione dei ceti dirigenti. Di qui il dilettantismo nella classe politica e la scarsa conoscenza del corpo elettorale e dei suoi desiderata. Il progressivo scomparire delle attività a livello locale dei partiti, canale di collegamento diretto tra eletti e corpo elettorale, produce impoverimento delle informazioni sulle reali esigenze ed interessi del territorio, oltre ad un allontanamento del popolo dai governanti e dallo Stato stesso.

Oggi, la costruzione del consenso e il dialogo con l’elettore non avvengono più in modo diretto: social media, talk show e media tradizionali veicolano i messaggi dei leader politici. Slogan ad effetto o dichiarazioni telegrafiche durante confronti televisivi puntano alla pancia del cittadino – che, nella migliore delle ipotesi, si informerà della veridicità del messaggio tramite una rapida ricerca sul web – segnando il cambiamento della comunicazione politica da logos a pathos.

Nella consapevolezza dell’utilizzo sempre crescente della comunicazione persuasiva e della propaganda nel mondo della politica, si suggerisce una lettura attraverso elementi tipici della psicologia anziché della politologia.

Sondaggi e algoritmi indirizzano le future mosse dei capipartito, in una logica totalmente soggetta al marketing. A tal proposito, Pisicchio si sofferma sul tema della sondaggiocrazia: se mancano il partito e la sua mediazione tra elettorato ed eletto non resta che affidarsi alla pratica del sondaggio – strumento non sempre affidabile – per avere una aggiornata consapevolezza delle preferenze dei cittadini.

L’augurio di Pino Pisicchio è che la politica torni ad avere l’essere umano e le sue esigenze come primo obiettivo, avvalendosi di tutti gli strumenti utili e consapevole dell’unicità del suo ruolo. Il Paese dovrà poter contare di nuovo su figure politiche con senso di responsabilità, specifiche competenze, etica e lealtà. Cioè fedeltà qualificata. La politica come mestiere è un prezioso invito ad un impegno civile e politico che sia fondato su solide basi e su principi di valore storico, temprati cioè dall’esperienza del passato.

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