Jacopo Marzano è attualmente iscritto al secondo anno del Corso di laurea triennale in Scienze politiche per la sicurezza e le relazioni internazionali dell'Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT).

Recensione a
P. Scoppola, La repubblica dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996
il Mulino, Bologna 2021, pp. 539, € 38,00.

Lo studio di Pietro Scoppola, pubblicato per la prima volta nel 1991, ripercorre le tappe del processo italiano verso la democrazia, dalla necessità di un sistema partitico fino al suo sgretolamento. La prima analisi descrive la rinascita democratica del Paese: negli anni del secondo dopoguerra era necessario decidere e ripensare quale democrazia costruire per una Repubblica lacerata da conflitti interni, guerra civile e frammentazione sociale e politica; non era tuttavia in discussione l’ideale della democrazia, bensì il suo concreto modo di essere.

«La democrazia, secondo l’etimologia, è governo del popolo. Ma cosa è il popolo?». Giovanni Sartori sottolinea che il concetto di popolo si presta a molte interpretazioni: il popolo si può intendere come totalità, ma si può intendere anche come pluralità espressa dal principio maggioritario, assoluto o moderato. Il popolo si può intendere, ancora, nel senso dei “molti”.

Il problema per una concreta rinascita democratica in Italia era più complesso: occorreva trovare un punto di incontro tra democrazia e antifascismo, cooptando da quest’ultimo i sani principi che lo avevano ispirato, liberandolo da potenziali derive non democratiche. Inoltre, era necessario l’inserimento dei cittadini  nella vita democratica e questo richiedeva l’impegno e il dialogo dei partiti popolari e di massa. Dc e Pci, come sottolineato più volte da Scoppola, erano chiamati quindi alla collaborazione, al dialogo. In uno scenario internazionale retto da una contrapposizione bipolare, i due partiti popolari si trovavano ai poli opposti.

Mentre la Dc temeva le mire rivoluzionare dei comunisti, il partito di Togliatti doveva decidere se fosse più importante la via democratica o il legame con l’Urss. Ma la rinascita democratica necessitava di una visione comune, di un confronto con la realtà, bisognava scegliere cosa si voleva essere, se partiti di lotta o partiti di governo. Era chiaro che la democrazia non potesse essere un’azione immediata, bensì un processo da inseguire con estrema prudenza, come si può ben intendere dalle parole di Aldo Moro:

Certamente ci vuole prudenza ad evitare al mondo rovine maggiori di quelle già sperimentate. Ma bisogna che la fretta di fare impulsiva e cieca della rivoluzione dia ai nostri spiriti, che vogliono essere prudenti e onesti ad un tempo, una straordinaria ansia di fare, perché al di là delle soluzioni demagogiche, questo popolo che sale sia aiutato a raggiungere degnamente e con merito la sua meta lontana.

La frammentazione sociale e politica, il bisogno profondo di una ripartenza unitaria e di un dialogo vero e funzionale tra i partiti popolari e di massa trovarono una risposta prima nel referendum del 1946, poi nel conseguente compromesso costituzionale. Mentre il referendum, secondo l’Autore, fu utile per unire la popolazione e per non esasperare il contrasto istituzionale dei partiti popolari, obbligandoli di fatto ad una convivenza prima dialogica e poi competitiva, la Costituzione rappresentò la più alta risposta alla crisi epocale che la guerra aveva causato.

Importante, durante i lavori dell’Assemblea costituente, fu il connubio tra politica e diritto, con la partecipazione di numerosi giuristi, che consentirono di lavorare con sufficiente distacco dalla realtà politica del momento. Durante i lavori della Costituente si riconobbe la precedenza della persona umana rispetto allo Stato, la necessaria solidarietà economica e spirituale tra individui e comunità, così come l’esistenza dei diritti fondamentali della persona. Dalla Costituzione, inoltre, emergeva un vero e proprio programma politico che impegnava in egual misura tanto l’opposizione quanto la maggioranza, stabilendo che il naturale alternarsi di queste dovesse diventare le fondamenta dell’intero sistema.

Scoppola pone l’attenzione sulla scelta del sistema elettorale proporzionale: quest’ultimo, infatti, garantendo una rappresentanza ampia e variegata, avrebbe, nella visione dei costituenti, consentito di far prevalere i programmi sugli uomini, sarebbe stato funzionale all’affermazione dei partiti di massa e avrebbe obbligato questi ad un dialogo continuo, costituendo in questo modo un «freno allo strapotere della maggioranza».

L’Autore si sofferma particolarmente sul declino della centralità della Chiesa nella società italiana, individuandone le cause. Vediamone alcune. Decisivo è stato il ruolo della Chiesa all’interno delle dinamiche politiche del Paese: dall’iniziale invito di non partecipazione alla vita politica, al supporto alla Dc, fino alla “lotta” contro il comunismo, la Chiesa e i cattolici sono stati sempre in grado di spostare gli equilibri sociali e politici della nazione. La Chiesa, però, non è stata in grado di prendere atto dei grandi cambiamenti economici e politici del Paese: l’impegno nella lotta contro il comunismo ed il “cesarismo papale2 di Pio XII mascherarono l’arrivo della società dei consumi importata dall’American way of life. Dalla metà degli anni ’50 in poi, la maggioranza dei film proiettati nei cinema italiani erano prodotti dagli Stati Uniti che, così facendo, esportavano il proprio modello culturale con il risultato di un importante condizionamento del tessuto sociale italiano. I mass media ed i film diventarono i principali strumenti di diffusione dell’American way of life. La diffusione della televisione causò un cambiamento significativo nelle modalità di comunicazione influenzando profondamente il tessuto sociale e moltiplicò i comportamenti consumistici e sviluppando così un’economia di mercato non regolamentata. Queste dinamiche esigevano una particolare attenzione ed un ascolto adeguato che la classe dirigente e la Chiesa stessa non seppero dare, col conseguente rischio di ritrovarsi tagliati fuori dalla società stessa: bisognava trovare il modo di adeguarsi ai tempi che cambiavano.

Scoppola individua nel “centralismo” di Pio XII, che non seppe sfruttare a dovere la rete delle chiese locali, potenziali formidabili strumenti di rappresentanza e di consapevolezza delle trasformazioni in atto nella società, una delle principali cause della perdita di consenso della Chiesa. D’altronde, la contrapposizione col comunismo aveva obbligato la Chiesa ad adottare schemi e meccanismi che però non erano riproducibili per fronteggiare il capitalismo occidentale e la nuova “cultura consumistica”: si sarebbe dovuto agire prima e diversamente. L’Autore, inoltre, pone l’attenzione sulla più significativa conseguenza dei macroscopici cambiamenti sociali in atto: la secolarizzazione. La radicale trasformazione del Paese da agricolo in industriale travolse la religiosità tradizionale. La secolarizzazione era, quindi, strettamente legata al progresso economico ed inversamente proporzionale al progresso morale: significò, in Italia, la crisi dei riferimenti etici, dei principi tradizionali e la scristianizzazione dei valori cattolici.

Si sviluppò quindi, non solo in Italia, ma nell’intera società europea, la convinzione che nessun credo o principio valesse di fronte ai fatti compiuti e ci si ritrovò così in uno stato di nichilismo. La trasformazione del Paese fu datata e definita da Pier Paolo Pasolini, in un editoriale del 1° febbraio 1975 del “Corriere della Sera”:

Nei primi anni Sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria e soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni, le lucciole non c’erano più.

Scoppola ripercorre poi le tappe della nostra “democrazia difficile”, illustrandone i momenti fondamentali: dai referendum del 1974 e del 1981, che segnarono la definitiva rottura del tessuto sociale con le tradizioni cattoliche, al “compromesso storico” come tentativo di unire l’Italia e la sua democrazia antitetica, fino ai tentativi di riforme costituzionali culminati con i referendum dell’aprile del 1993, segno di grande malessere istituzionale. In un momento in cui gli attacchi della mafia facevano vacillare la fiducia e le sicurezze degli italiani, l’inchiesta di Mani Pulite tolse ai cittadini anche i punti di riferimento auspicabilmente più alti.

Inoltre, l’Autore pone l’accento sulla indispensabilità di ricostruire, partendo dal basso e dalla realtà quotidiana, un senso di appartenenza collettiva sia sul piano istituzionale che su quello culturale. Scoppola conclude il suo excursus con una provocazione: potrebbe la repubblica dei partiti, attraverso il proporzionale, tornare ad una esorbitante mediazione partitica e quindi rinascere dalle sue ceneri?

La repubblica dei partiti è un testo complesso e profondo, necessario per raggiungere una maggiore consapevolezza sulle radici della crisi di sistema e dei meccanismi che, ancora oggi, ne provocano il suo protrarsi.

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