Pierpaolo Naso è attualmente dottorando in Scienze Giuridiche e Politiche (XXXVII ciclo) presso l'Università "Guglielmo Marconi" di Roma; si è laureato in Scienze della Politica (LM-62) presso Sapienza Università di Roma; ha conseguito il Master universitario (secondo livello) in "Geopolitica e sicurezza globale" (Sapienza). Ha pubblicato un articolo presso la "Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale" (Aracne), recensioni presso il "Semestrale di Studi e Ricerche di Geografia" (Sapienza), "Rassegna Siciliana di Storia e Cultura" (ISSPE), "Politica & Società. Periodico di filosofia politica e studi sociali" (Il Mulino), "Ricerche di Storia Politica" (Il Mulino), "Rivista di Studi Politici Internazionali" (Studium), "Il Pensiero Politico. Rivista di Storia delle Idee Politiche e Sociali" (Olschki) e "Il Politico. Rivista italiana di scienze politiche" (Pagepress).

Recensione a
F. Carlesi, La terza via italiana. Storia di un modello sociale
Castelvecchi, Roma 2018, pp. 184, € 23,50.

Lo studio della storia contemporanea non può non tener conto delle correnti di pensiero economico manifestatesi nel corso del Novecento. L’economia di un dato popolo viene spesso condizionata dalla cultura e dalle condizioni del territorio; inoltre, considerando l’opera di Max Weber, si evince che la religione può indirizzare la prassi economica di un dato popolo. Solitamente vengono analizzati i paradigmi capitalisti contrapposti ai paradigmi socialisti, e viceversa. Tuttavia, in Italia si è distinta una “scuola” alternativa rispetto agli exempla ideologici dominanti: a tal proposito, esaminiamo l’attenta ricerca di Francesco Carlesi, intitolata La terza via italiana. Storia di un modello sociale.

Il corporativismo italiano – con casi simili nel resto d’Europa – affonda le sue radici nelle esperienze concrete dei Comuni post-feudali, oltreché nella dottrina cattolica in quanto anti-tesi delle teorie materialiste. Seppur di opposto schieramento alla Chiesa di Roma, il repubblicanesimo di Giuseppe Mazzini comprendeva le esigenze dei ceti più disagiati, proponendo dunque un patriottismo interclassista con l’obiettivo di costruire un moderno Stato sociale. Malgrado ciò, l’Italia unita della seconda metà dell’Ottocento non ebbe al governo personalità ed intenzioni corporativiste, ma liberali di destra o di sinistra: dunque, una lunga parentesi di «non-intervento» nell’economia portata avanti dal regime liberale, da Cavour sino a Giolitti. La monarchia savoiarda estese lo Statuto albertino (1848) al resto del Paese, con l’intento di mantenere il potere garantendo le minime libertà civili. Quivi, il riformismo promosso dalle formazioni democratiche e dal partito socialista si inserì nell’alveo parlamentare, senza tuttavia destabilizzare la sostanza fondante degli assetti istituzionali.

Ad infrangere la stasi parlamentarista fu l’affermazione del movimento nazionalista e del sindacalismo rivoluzionario tra le folle borghesi e proletarie sempre meno rappresentate. Inoltre, l’infausta esperienza italiana nella Grande Guerra (1915-1918) trascinò gli ultimi governi liberali ad un interventismo statale sempre più incalzante, determinando in ambito sociale una «mobilitazione totale» delle masse nell’economia bellica, arricchita da un sentimento patriottico fino ad allora mai così vissuto in Italia. Nel 1919, la vicenda dannunziana – con la redazione della Carta costituzionale della Reggenza del Carnaro – di Fiume e la nascita del fascismo sansepolcrista fornirono le autentiche basi ideali di un movimento politico che intendesse superare la lotta di classe, in favore di un socialismo «nazionale», e che prendesse le distanze dal capitalismo individualista così come dall’internazionalismo marxista.

Nell’ottobre 1922, con la nomina regia di Benito Mussolini a primo ministro a seguito della Marcia su Roma, venne ridefinita la condotta economica in Italia, sia in senso autoritario per quanto riguarda l’accentramento dei poteri e sia in senso partecipativo con il coinvolgimento del popolo alla vita politica. Ciò andava inquadrato nei principii dello «Stato etico» prospettato dal filosofo e ministro Giovanni Gentile, oltreché nell’immaginario fascista dell’«uomo nuovo» anti-borghese. Tra i maggiori “riformatori” fascisti accennati nel testo vi sono Giuseppe Bottai, Alfredo Rocco, Carlo Alberto Biggini e Arrigo Serpieri. Dopo diversi confronti intellettuali e rinvii dovuti a pressioni di potere, all’inizio del 1927, fu redatta la Carta del Lavoro che risultò essere la prima riforma radicale in materia sindacale della storia d’Italia. Negli stessi anni il regime mussoliniano si è dotato di ministeri ed istituti sia allo scopo di intervenire nell’economia industriale, agricola e cantieristica, e sia di risolvere le questioni sociali in campo previdenziale ed assicurativo. Riscontrando molte analogie con il caso italiano, gli Stati Uniti d’America tentarono di affrontare la crisi economica – successiva al crollo della Borsa di Wall Street (1929) – con il cosiddetto New Deal promosso dall’amministrazione Roosevelt. Pertanto, in Italia si volle riformare anche il sistema di rappresentanza parlamentare – mantenendo comunque il Senato di nomina regia –, con la creazione del Consiglio nazionale delle Corporazioni parallelo alla Camera dei Deputati. Nel 1939 venne definitivamente formata la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, che rimase in attività fino alla destituzione del Duce nel luglio del 1943. Breve ma significativa fu la parentesi della Repubblica Sociale Italiana, che venne caratterizzata da una ripresa del fascismo originario «di sinistra», e dunque senza più alcun limite di compromesso con elementi monarchici preesistenti: in questo senso, bisogna menzionare la promulgazione della Carta di Verona – un Manifesto radicale del modello «corporativismo e socializzazione» – che prevedeva la partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa, oltreché il rafforzamento delle tutele sociali attuate dal fascismo di regime.

Dalla fine della seconda guerra mondiale, la Repubblica Italiana ereditò una miriade di organi economici dal preesistente Stato fascista come l’Istituto mobiliare italiano (Imi), l’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri) – già guidato da tecnici autorevoli come Alberto Beneduce e Donato Menichella – e l’Azienda Generale Italiana Petroli (Agip). Quest’ultima società, considerata inizialmente obsoleta dalla corrente liberista della Democrazia cristiana, fu tuttavia rinnovata ed inglobata nel nuovo Ente nazionale idrocarburi (Eni) grazie al diretto interessamento dell’ex capo partigiano “bianco” Enrico Mattei, che inaugurò una stagione di autonomia economica – coerentemente alla parallela prassi «neoatlantista» in diplomazia – negli affari esteri italiani, sfidando l’oligopolio delle grandi companies petrolifere, le cosiddette «sette sorelle». In campo imprenditoriale a svolgere un ruolo da protagonista fu Adriano Olivetti: anch’egli, mostratosi ideologicamente lontano dal fascismo, fondò il Movimento Comunità, affine più al cattolicesimo sociale e alla socialdemocrazia. Nonostante la tragica scomparsa di Mattei, la sinistra della DC – guidata da Amintore Fanfani ed Aldo Moro – rimase maggioritaria al governo, spingendo verso un dirigismo di Stato; questa posizione fu mantenuta negli anni Ottanta da Bettino Craxi persino nelle questioni europee ed internazionali, in netto contrasto con la tendenza liberista delle privatizzazioni.

Per quanto riguarda l’ambiente post-fascista, il Movimento Sociale Italiano (1946-1995), nonostante le diverse segreterie e sensibilità succedutisi, mantenne – sia nello statuto che nel programma di partito – la teoria corporativa come fondamento per costruire un ideale «Stato nazionale del lavoro». La corrente missina «di sinistra» fu la più attiva in questo senso: l’autore menziona largamente i lavori dell’accademico triestino Ernesto Massi – già fautore con Giorgio Roletto e Giuseppe Bottai della rivista «Geopolitica» (1939-1942) –, il quale fondò nel 1972 l’Istituto di Studi Corporativi assieme all’economista Gaetano Rasi e allo storico Ugo Spirito. Giano Accame, anche se non pienamente organico alla compagine missina, dedicò diversi studi sulla «Terza Via» – ad esempio, il testo Socialismo tricolore (1983) –, allineando i contenuti della «Destra sociale» alla politica craxiana.

Il saggio di Carlesi rientra nel dibattito odierno sulla riscoperta della «Terza Via» italiana, in quanto idea per affrontare le crisi sistemiche provocate dagli effetti boomerang del «libero mercato», in favore di un’«economia mista» e di collaborazione tra Stato e cittadini, tra imprese e lavoratori. In questo senso, il volume offre un’analisi accurata dello sviluppo teorico coerente e trasversale, di quelle scuole di pensiero economico che non intendevano procedere ad un totale appiattimento dicotomico dei programmi su posizioni capitaliste o comuniste, bensì di dare avvio ad una politica equilibrata e d’incontro tra le opposte realtà socio-economiche, anche e soprattutto nell’intento di fare dell’Italia una potenza economica e geopolitica sul piano globale.

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