Come spiegare a un osservatore straniero le modalità di elezione della più alta carica dello Stato italiano?

Se non si vogliono scomodare riti magici o forme di divinazione sovrannaturale, si può partire da una delle citazioni più famose della serie House of Cards, indiscusso classico del realismo politico contemporaneo (nonché compianta vittima sacrificale della cancel culture): «Il potere è come il mercato immobiliare, quello che conta davvero è la posizione: più sei vicino al centro, più sarà alto il valore della proprietà».

Ecco: a una prima approssimazione, l’elezione del Presidente della Repubblica si presenta ai non iniziati come la pesca miracolosa di un candidato non troppo vicino, né troppo lontano, dal centro del potere politico. Con tutta la scenografia che vi fa da contorno, le condizioni di questa pesca esemplificano quindi con straordinaria efficacia sia le caratteristiche del potere in Italia, sia i percorsi di selezione di tanta parte della nostra classe dirigente. In primo luogo, la regola non scritta per cui alla Presidenza non ci si candida, ma si viene chiamati, rappresenta plasticamente le forme di una mentalità consociativa per cui la massima aspirazione non è quella di dirigere e governare ma, piuttosto, di disporre del potere di veto necessario per impedire agli altri consociati di farlo.

Nel corso delle trattative per la scelta dei candidati, come venga esercitata concretamente questa inerzia frenante resta “un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma”: le cronache lasciano trapelare ai più solo frammenti sparsi di sofisticate negoziazioni delle quali cui sono ignoti sia i termini, sia la posta in gioco. Ne emerge una singolare rappresentazione delle responsabilità pubbliche per cui più è prestigiosa la carica in gioco, più sono opachi i metodi di selezione e gli accordi tra i contraenti. La totale aleatorietà di nomi, illustri e meno illustri, che vengono progressivamente candidati e scartati durante la pesca miracolosa dà inoltre l’idea concreta di un Paese in cui sono imperscrutabili le vie che conducono ai posti di comando.

Cosa devo fare per giungere a rappresentare con dignità e onore il vertice dello Stato? In una Repubblica presidenziale, la risposta può essere semplicistica e brutale ma è quantomeno chiara: càndidati e prendi più voti! Nel vecchio e bistrattato regime partitico, la risposta era quella di coltivare un solido cursus honorum all’interno delle istituzioni, non farsi troppi nemici nel proprio partito e restare in fiduciosa attesa dell’occasione buona. Nell’indefinibile e indefinita democrazia liquido-gassosa inaugurata con il botto antipolitico dall’ultima legislatura, al netto dell’analogia con i talent show scomodata più volte finché lo spettacolo quirinalizio era in corso, alla resa dei conti è valsa la risposta degli adolescenti spaventati dalla spropositata facoltà di scelta che si sono ritrovati per caso tra le mani: lasciamo che continuino a sbrigarsela gli adulti (sia al Quirinale, sia a Palazzo Chigi), così possiamo tornare a giocare come piace a noi, cantando vittoria su Facebook, rifondando partiti, liquidando avversari interni.

È significativo che la legislatura iniziata con i presupposti più incendiari della storia repubblicana, pur avendo attraversato la peggiore crisi sanitaria, economica e sociale dal dopoguerra, si avvii verso la conclusione esprimendo un’inclinazione così esplicita verso la conservazione dell’esistente. Eppure, dato che “grande era la confusione sotto il cielo”, parafrasando ben altri rivoluzionari, “la situazione sarebbe stata eccellente” per provare a capovolgere gli schemi e introdurre autentici elementi di discontinuità: il risultato finale rappresenta invece l’ennesimo scacco dell’antipolitica, che finisce per piegarsi di fronte alle stesse logiche contro cui riteneva di combattere – tra le quali, non da ultima, l’ambizione e la paura individuale di ciascuno dei singoli parlamentari, che avrebbe avuto tutto da perdere, e niente da guadagnare, dal rischio di una fine anticipata della legislatura dovuta a scossoni eccessivi.

Tutto questo è già successo e non deve spaventarci, hanno ripetuto fino all’esaurimento i notisti politici più smaliziati. Quante volte, e con quanto compiacimento, è stato ricordato in questi giorni che l’elezione di Giovanni Leone nel 1971 avvenne dopo ben ventitre scrutini. Certo, ci sono state nel frattempo alcune variabili non trascurabili tra cui, a titolo puramente esemplificativo: la fine del comunismo e della democrazia “bloccata”, Tangentopoli e Mani Pulite, Berlusconi e l’antiberlusconismo, bipolarismo e tripolarismo, le tempeste populiste di destra e i recenti spettacoli d’arte varia “né di destra né di sinistra”. Ciascuno di questi fenomeni prometteva di scardinare il sistema, o al limite di “aprirlo come una scatoletta di tonno”.

Ciononostante, l’ultima tornata quirinalizia ci ha consegnato l’ennesima fotografia di un sistema irriformabile, oggi come cinquant’anni fa. La stessa eccezione, ormai diventata regola, di un Presidente in carica al quale viene chiesto di prolungare il mandato “almeno un pochino” contro la sua volontà, rivela da un lato l’incapacità di un intero ceto dirigente di fare i conti con l’horror vacui che sempre accompagna un salutare ricambio ai vertici, forse spietato eppure periodicamente imprescindibile; dall’altro la tipica disorganizzazione operativa di coloro che non hanno niente da perdere, in termini di credibilità e di responsabilità, dagli errori compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni.

Tra le poche cose certe del nostro sistema istituzionale c’è la data di scadenza del mandato presidenziale: essendo nota fin dall’inizio, e non essendo soggetta a mutamenti con le fasi lunari, serviva un grande (dis)impegno per giungere all’appuntamento con lo spirito di improvvisazione manifestato in questi giorni da tutti i leader politici, nessuno escluso. Tutto sbagliato, quindi? Resta da discutere un singolare paradosso, croce e delizia del realismo politico: per quanto oscure e incomprensibili possano sembrare, le modalità di elezione del capo dello Stato hanno (finora) prodotto, nel corso della nostra storia repubblicana, uno dei pochi Pantheon di personalità politiche di cui possiamo pubblicamente dirci, se non orgogliosi, almeno meno imbarazzati. È qui che si rivela l’abisso che intercorre tra le “giuste procedure” e il “buon risultato”.

Non è il caso di confondere la correttezza procedurale con l’efficacia politica: nessuna persona di buon senso si augurerebbe di selezionare un dipendente, acquistare un appartamento o rinegoziare un contratto di lavoro con gli stessi metodi con cui viene scelto il Capo dello Stato. L’abilità politica presupporrebbe infatti capacità di comprensione, di mediazione e di comunicazione significativamente differenti, che sarebbe il caso di coltivare con cura soprattutto nelle giovani generazioni, attraverso l’affiancamento e la paziente trasmissione delle conoscenze necessarie all’arte di governare: al contrario, la temperie culturale di questi anni ha mirato precisamente ad annullare la specificità dell’azione politica, portandoci a credere che ogni ruolo di rappresentanza e di dirigenza pubblica sia perfettamente alla portata dell’“uno vale uno”.

Il campanello di allarme di questa tornata quirinalizia, che è stata farsesca nei modi e fallimentare nei mezzi quanto provvidenziale nel risultato finale, è suonato per tutti. Sarà il caso di prenderlo sul serio, una volta tanto, per evitare che il prossimo Presidente venga veramente eletto dalla giuria di un talent show.

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