Anita Piscazzi, poeta, pianista e dottore di ricerca, si occupa di studi etnomusicologici e didattico-musicali. Ha pubblicato le raccolte poetiche: In lumen splendor (Oceano Ed., Sanremo 1999), Amal (Palomar, Bari 2007), Maremàje (Campanotto, Udine 2012), Alba che non so (CartaCanta, Forlì 2018) e diverse monografie, articoli e saggi scientifici su riviste specializzate. Sue poesie sono presenti in Ossigeno Nascente (Atlante dei poeti contemporanei italiani a cura del Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica Alma Mater Studiorum - Università di Bologna), in diverse antologie tra cui Umana, troppo umana (Aragno, Torino 2016), in blog letterari e sulle piattaforme di registrazioni fonetiche di poeti contemporanei nel mondo come “PoetrySoundLibrary” di Londra e “Voices of Italian Poets” dell’Università di Torino. È stata tradotta in diverse lingue e collabora con riviste poetico-letterarie.

Recensione a
C. Carminati, L’ultima Fuga di Bach

rueBallu Edizioni, Palermo 2012, pp. 110, €18.50.

Bach, il gigante della musica di tutti i tempi. Capace di fare esplodere passioni, di essere al contempo odiato e molto amato. La sua è musica mundana di platonica e di pitagorica memoria, è intatta armonia celeste, pura contemplazione cosmica, eterna conoscenza delle cose. La concezione del sublime nelle armonie e nei suoni la ritroviamo nella sua ultima opera, l’Arte della Fuga, l’incompiuta, la musica reservata o esoterica, esclusiva per pochi, capaci di comprenderne l’arte, scritta quando ormai era del tutto cieco. Così Chiara Carminati, premio Andersen 2012, si ispira a quest’opera bachiana con la sua narrazione, L’ultima Fuga di Bach per la collana Jeunesse ottopiù di rueBallu edizioni, Palermo, con le illustrazioni raffinate e colorate di Pia Valentinis.

Il libro sembra un corale a più voci raccontato da quattordici personaggi. Non a caso quattordici è il numero di Bach secondo le regole della Ghematria, la scienza teologica dell’ebraismo che studia le parole scritte in lingua ebraica e assegna loro valori numerici, è uno dei metodi di analisi utilizzati nella Kabalah, l’ermeneutica mistica ed esoterica della Torah. E dunque la somma dei numeri corrispondenti al nome BACH: 2+1+3+8 è 14. Ma il vero intento della scrittrice, specializzata in didattica della poesia e autrice di testi teatrali per bambini e adolescenti, è di fare entusiasmare e avvicinare ragazzi e adulti al grande genio attraverso le voci narranti di persone diverse che l’hanno conosciuto e hanno condiviso con lui piccoli momenti della sua esistenza, mettendone in luce le qualità umane, lo spirito indipendente, il genio musicale.

Così, leggendo, ascolteremo il racconto di un mugnaio, suo trisavolo e primo antenato della famiglia che suonava la cetra al ritmo del mulino. La cognata, Johanna Dorothea, che lo accoglie in casa alla morte dei genitori, un compagno di scuola di Luneburg che racconta di quando Bach si è svegliato nel cuore della notte esclamando: «Il quadrato magico!», disegnando sul pavimento un quadrato con le lettere: Sator Arepo tenet opera rotas (il seminatore Arepo tiene con il lavoro le ruote), dicendo orgoglioso all’amico di poterlo leggere da destra a sinistra e da sinistra a destra, dall’alto in basso e viceversa, come un canone a più voci se ci fossero state le note al posto delle lettere.

Ma Bach, si sa, è l’orrido e il meraviglioso. Il genio egotico, il  Kapellmeister ostinato. Credeva che il mondo dovesse ruotare intorno a sé. Si lamentava quando non accadeva. Ma nell’orrido c’è sempre qualcosa di incomprensibile e il suo spirito libero lo porta anche in carcere per essersi ribellato al Duca Guglielmo Ernesto, signore della corte di Köthen. Lo apprendiamo dalla voce di Klaus Kettenburg, carceriere di Weimer: «“Buon uomo”», mi ha detto, «non avreste per caso dei fogli di carta? […] A cosa vi servono?», ho chiesto bruscamente. «Per una Fuga», mi ha risposto. Una fuga! Voleva squagliarsela con dei fogli di carta? E aveva anche la faccia tosta di dirmelo? […] «Una Fuga musicale, buon uomo. Le note!», e ha fatto un cenno vago con le dita come a indicare che le note scorrevano nell’aria, lì sopra la sua testa, «come un ruscello invisibile». Eh. sì, perché Bach nella sua lingua madre significa ruscello e tutta la musica che scriveva scorreva come un ruscello dentro la sua testa. Nel libro c’è anche la testimonianza di un piccolo ladruncolo di mele che dopo il furto si ripara nella Thomaskirche di Lipsia, per sfuggire alle guardie che lo inseguivano, dove assiste alle prove della Passione secondo Matteo con il coro diretto da Bach:

Io sono rimasto lì ad ascoltare quella storia di Gesù che viene messo sulla croce. Le parole e la musica danzavano insieme, era bello e anche terribile.[…] Quando hanno finito, sono uscito dal mio banco. Il signor Bach mi ha visto e mi ha fatto un sorrisetto. Lo sapeva che ero lì, allora. Prima di uscire dalla chiesa, gli ho lasciato una mela in una nicchia del muro.

Ma fra tutte, quella più originale da ascoltare è la voce del suo canarino Pip, diminutivo del nome francese Pipelette che vuol dire chiacchierone, nominato così da Anna Magdalena, la seconda moglie del maestro, per il suo essere così canterino:

Quest’ultima opera che si chiama L’Arte della Fuga se devo essere sincero è nata anche un po’ per merito mio, perché il musicista Sebastian ha trovato il tema iniziale, da cui è nato tutto, ascoltando il mio canto. […] e tutto mentre la sua vista calava sempre più e toccava a me raccontargli cinguettando la bellezza dei garofani e degli alberi di tiglio che si vedevano dalla finestra. […] Dicono che quell’opera sia rimasta incompiuta […]. Non è vero. State a sentire me che so come sono andate le cose: l’opera era finita, eccome! Ma quando si è reso conto di averla terminata, il musicista Sebastian mi ha detto: “Pip, come può finire una Fuga? Una Fuga non deve avere fine. Deve esistere ancora e ancora. Perché altri la continuino… e la portino oltre. Oltre cosa, Pip? Oltre il mondo, oltre questo buio che mi prende, oltre il tempo in cui galleggiamo sul ruscello della vita… e poi ha preso gli ultimi fogli e li ha accartocciati e buttati via. Ha fatto anche un’altra cosa, in quel momento: ha aperto la mia gabbietta.

Il libro si chiude con Dario, un giovane violoncellista del nostro tempo che si appassiona ai Concerti Brandeburghesi grazie a suo padre e ai vinili di suo nonno, capaci di trasportarlo da un’altra parte, in un posto molto lontano, nell’immensità della mente. Ma la potenza del messaggio di Chiara Carminati è tutta concentrata nelle parole di Beethoven che in ultima analisi dice: «Johann Sebastian non avrebbe dovuto chiamarsi Bach, cioè “ruscello”, ma Oceano. Forse anche perché la forza di quello che ha composto è trascinante, abissale e insondabile, proprio come un oceano. E scivolando sulle sue acque, Bach ha trovato il modo di inseguire il tempo e superarlo, per arrivare fino a me. E molto oltre».

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