Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

. . . L’istruzione statale obbligatoria, invece di plasmare una comunità di cittadini autogovernantisi, ha concorso alla diffusione del torpore intellettuale e della passività politica.
Ch. Lasch

Il narcisismo va inteso come la «fede di chi non ha più fede», come prospettiva di una società che ha smarrito l’interesse per il futuro, poiché sprovvista della memoria storica e fluttuante in un vacuo presente. Ciò si è avuto modo di appurarlo nella precedente scheda. Ma come è stata resa possibile una tale evoluzione involutiva della società contemporanea?

Lasch è un autore profondamente immerso nella realtà in cui visse, ovvero quella americana. Tuttavia, molti dei caratteri da egli riscontrati si sono sparsi ormai ovunque. La società, le società, sono passate dall’essere basate su un’economia materiale, diremmo oggi di tipo “reale”, a un’economia dei servizi, in cui l’immaterialità ha preso il sopravvento. Il principio di radicamento, così naturale e necessario per gli uomini, è stato scalzato da una mobilità sempre crescente tale per cui, se non si è disposti a spostarsi continuamente, si parte svantaggiati. È come se, in sostanza, le maggiori libertà di scelta ed opportunità che la contemporaneità offre celino un lato oscuro, sovente ignorato: se si decide di non prendere parte a questo gioco fluido e iper-dinamico, si finisce ai margini. Tutto questo Lasch lo aveva capito molto bene.

Suo interesse precipuo, a partire dagli anni Sessanta, è immaginare una società che reagisca alle logiche economicistiche ed individualistiche (diciamo pure libertarie), tipiche del corporate capitalism, recuperando istanze democratiche e comunitarie, con ciò intendendo società che anelano ad un ritorno verso comunità decentrate e locali, in ostilità alle grandi concentrazioni economiche e urbane. Se le grandi città avviliscono il principio di comunità, di conoscenza del vicinato, di fiducia nei confronti degli altri, inaridendo così il capitale sociale, realtà di piccole dimensioni, per contro, possono far rivivere quel calore che il progressismo cosmopolitico si era dimenticato, o forse non aveva mai compreso e auspicato. Dopo tutto, per il critico sociale americano insistere sull’amore per l’umanità, per un indistinto astratto e senza volto, era quanto di più distante dalla realtà. Riecheggiando Simone Weil e il suo L’enracinement. Prélude à une déclaration des devoirs envers l’être humain (1949), Lasch concluderà perentoriamente un suo saggio asserendo che «The weakening of almost every form of spontaneous popular association does not destroy the desire for association. Uprootedness uproots everything except the need for roots» (Mass Culture Reconsidered, «Democracy», October 1981, p. 16; il saggio è stato poi pubblicato in italiano sulla rivista «Futuro Presente», n. 4, 1993).

Non esiste il popolo quanto i popoli, non esiste la comunità quanto le comunità. Possono certamente essere trovate delle linee di continuità o di tendenza per cui si può parlare di un cleavage sempre più pressante come quello tra un generale “popolo” ed una generica “élite” – cui sarà dedicata la raccolta postuma di saggi The Revolt of the Elites and the Betrayal of Democracy (1994) – ma, alla fine, sono i popoli, sono le comunità ad esistere e solo a tali gruppi concreti e vissuti si deve lealtà, non a un concetto astratto che non si conosce né si vive davvero.

A questo bisogno di comunità, radicamento e senso della continuità, il mondo contemporaneo oppone un irrefrenabile gusto per la scelta illimitata, la novità ossessiva e il consumo del, nel e per il presente. In un contesto in cui l’etica del lavoro e, di conseguenza, l’insegnamento che i risultati giungono solo a seguito della fatica e del dovere, decadono. Un’etica del consumo e del divertimento prende il sopravvento. Le tradizionali virtù protestanti quali l’operosità, la moderazione, il senso di discernimento, l’autodisciplina vengono rimpiazzate dalla vocazione narcisistica per lo svago e il piacere momentaneo. A una società costituita da una rete fitta di rapporti intergenerazionali viene sostituita una società sfibrata e sfilacciata, i cui rapporti si riducono a meri interessi individuali in un orizzonte temporale appiattito.

Peccando probabilmente un po’ di determinismo, Lasch osserva che la società capitalistica non poteva che inverare, secondo la sua logica conclusione, i principi basilari ad essa sottostanti: su tutti, il perseguimento dell’interesse personale evoluto nella ricerca pura del piacere. In un mondo che ha smarrito ogni punto di riferimento, che ha espunto, dall’orizzonte individuale, ogni polo orientativo per la propria esistenza, il consumo è divenuta la cifra essenziale della vita. La pubblicità, in particolare, ha creato e continua incessantemente a determinare nuovi bisogni e nuove esigenze di appagamento. Essa, scrive Lasch, «propone il consumo come risposta alle secolari afflizioni che si accompagnano alla solitudine, alla malattia, alla noia […]. Sfrutta subdolamente il disagio della civiltà industriale. Il vostro lavoro è noioso e frustrante? Vi fa sentire stanchi e inutili? La vostra vita è vuota? Il consumo si incarica di riempire questo vuoto lacerante» (La cultura del narcisismo, Bompiani, 2001, 4° ed., p. 87). Non si dà più la necessità di concepire cosa sia una “buona vita” e quali le fatiche per avvicinarvisi, non si sente il bisogno di interrogarsi sulle grandi questioni che attanagliano la condizione umana. Il narcisista, irretito dalla “gabbia d’acciaio” della società contemporanea, è solamente e semplicemente educato a desiderare nuovi beni ed esperienze di vita appetibili e appaganti.

In tal senso, perde pure pregnanza il concetto di “verità”. Non è importante ciò che è “vero” e ciò che è “falso”, né, tantomeno, il modo attraverso cui provare a pervenire a questi due mondi antitetici e confliggenti, ma fondamentali nella loro cooperante opposizione – può forse esistere l’uno senza l’altro? Il dualismo conflittuale della realtà ha lasciato spazio ad un’insipida via di mezzo che abbraccia un po’ tutto e corrisponde alla “credibilità”. Se niente è più vero o falso, giacché non solo è venuta meno l’aura del principio di autorità – percepito come anticamera di autoritarismo – ma pure è stata defenestrata l’educazione liberale che aiutava gli individui a coltivarsi al meglio, l’informazione e la propaganda hanno sostituito la conoscenza. Karl Popper in uno scritto del 1994, Television: a Bad Teacher, notò come tale strumento fosse profondamente diseducativo e manipolativo delle menti dei più giovani. Non solo per la violenza che sovente i messaggi veicolano, ma anche per il torpore intellettuale che essi allevano. E Lasch vide tutto questo, sostenendo che, tra le altre conseguenze, una società basata sulle immagini, e non sullo studio dei grandi libri, sul consumo senza limiti, e non sull’autolimitazione dei propri appetiti, sulla novità dei costumi, e non sulle convenzioni ereditate seppur magari riviste in chiave critica, non è più in grado di discernere tra realtà ed illusione, tra sé e non sé. L’incertezza prende il sopravvento e si rifugge la noiosa vita quotidiana sulla base di «un approccio teatrale all’esistenza» (p. 105), alimentato dalle grandiose, ma per nulla mirabili, narrazioni portate avanti da pubblicità e mezzi di comunicazione.

Lasch, da critico di sinistra – sebbene forse ancor più critico della sinistra medesima – prende di mira la civiltà industriale e l’alienazione che la routine quotidiana promuove. Sotto tale punto di vista i richiami alla Scuola di Francoforte, per mezzo della quale egli filtrò Marx, sono evidenti. Ma non si limitò a questo. Infatti, la sua critica assume pure un impianto che potremmo definire tipicamente conservatore – non è un caso che in The Revolt of the Elites and the Betrayal of Democracy consideri The Closing of the American Mind (1987), opera di Allan Bloom, allievo di Leo Strauss, un testo imprescindibile – nella misura in cui si rende conto di quanto il sentimento religioso, ormai sbiadito, potrebbe ripristinare quell’orientamento vitale che la stessa istruzione di massa ha contribuito a decostruire e demitizzare.

Com’è noto, in inglese education sta a significare, a un tempo, educazione ed istruzione. In tal senso, esse costituiscono due facce di una medesima medaglia, la cui prima faccia, tuttavia, ovvero l’educazione che viene impartita da altre istituzioni socializzanti, segnatamente la famiglia, ha una certa preminenza. Ebbene, questa, come è già stato detto, è stata erosa da istituzioni artificiali come la scuola medesima. In ciò ha perso una parte significativa del proprio costitutivo ruolo. L’istruzione, però, ha smarrito anch’essa il proprio ruolo, che era in fin dei conti quello di istruire, per mezzo di una democratizzazione al ribasso, ovvero di una sua massificazione. Quantunque l’istruzione di massa fosse «un lusinghiero tentativo di democratizzazione della cultura superiore, generalmente riservata alle classi privilegiate» essa, secondo un’eterogenesi dei fini, «ha ottenuto come risultato finale di inebetire persino gli stessi privilegiati. La società moderna – prosegue Lasch – ha raggiunto un’espansione senza precedenti dell’istruzione scolastica, ma insieme ha dato vita a nuove forme di ignoranza» (p. 145).

A detta di Lasch, la moderna società industriale tende a creare condizioni di vita poco umane. Il lavoro si riduce a semplice routine spersonalizzante. Se così è, non saranno più necessarie grandi capacità dei lavoratori, spirito di intraprendenza e di iniziativa. Gli uomini vengono ridotti alla stregua di automi e, in tal modo, la scuola non deve far altro che fornire individui inebetiti, proni a mansioni ripetitive e alienanti. Non servono più materie educative, ovvero formanti il carattere e lo scheletro intellettuale di una persona, quali la storia, la filosofia, il pensiero politico: esse aiutano a pensare, non a eseguire ordini. Ciò nonostante, nota il sociologo, questo incide sulla tenuta democratica: «se un elettorato preparato è la più efficace arma di difesa contro un regime dispotico, bisogna dire che la sopravvivenza delle libertà politiche appare, a voler essere ottimisti, incerta» (p. 147). L’istruzione statale obbligatoria, nelle intenzioni dei riformatori sociali, avrebbe dovuto concorrere alla determinazione di cittadini capaci di discernere e reggere così una democrazia. L’esito inintenzionale, tuttavia, è stato quello di promuovere apatia e torpore intellettuale, per non dire passività in termini politici. Ciò mina nel profondo l’ideale repubblicano, per il quale i cittadini dovrebbero essere in grado di resistere alle tentazioni demagogiche e sorreggere l’ordinamento politico. Essi devono coltivare certe virtù per sorreggere la polis.

Non solo la famiglia è stata deprivata delle proprie funzioni educative ma, trasferendo alla scuola pressoché qualsiasi compito educativo-istruttivo, quest’ultima istituzione socializzante non riesce ad assolvere nessuno dei compiti assegnati. Se si vuole, il parallelo è un po’ quello di uno Stato che, sovraccaricato di ogni tipo di fine, non riesce in definitiva ad ottemperarne alcuno adeguatamente, causando inoltre deresponsabilizzazione e incrinando l’autonomia di persone e comunità pre-politiche. Sobbarcata di molteplici e gravosi oneri, la scuola viene svuotata di contenuti stimolanti e gli studenti di impegni vincolanti. Le rivolte studentesche e la richiesta di democratizzazione degli anni Sessanta, poi, hanno aperto la strada, o, meglio, hanno accelerato la via verso una scuola priva di vere difficoltà. La vita degli adulti è noiosa, il lavoro ripetitivo, la vita è piatta, dunque la scuola deve almeno far sì che gli studenti possano godere del periodo della propria gioventù. Così facendo, tuttavia, «il lento declino dell’istruzione pubblica procede quindi indisturbato: il persistente indebolimento degli standard intellettuali in nome dell’“attualità” e di altre parole d’ordine di ispirazione progressista; l’abbandono delle lingue straniere; l’abbandono della storia a vantaggio dell’analisi dei “problemi sociali”; una generale defenestrazione nei confronti della disciplina intellettuale di ogni genere» prendono piede (p. 159). Al netto dell’insegnamento delle lingue straniere – certamente utili non solo per la conoscenza, ma anche per lo scambio e il confronto più ampio da esse permesso –,  che sono il fondamentale fulcro di un mondo che è deprivato del senso delle radici e dell’appartenenza comunitaria, ma proiettato verso l’“altrove”, ed è per questo che continuano ad essere insegnate, tutte le altre tendenze delineate da Lasc si sono platealmente acuite.

In generale, la democratizzazione massificante, quindi l’elemento quantitativo, ha comportato un impoverimento complessivo dell’elemento qualitativo. Salacemente lapidario è Lasch quando definiva l’università, così come era stata ridotta già a fine anni Settanta: l’erogatore di «un servizio di sala bar dove gli studenti non avevano che da scegliere le “frequenze” preferite» (p. 167). Gli anni Sessanta, osserva, hanno minato – forse definitivamente – il ruolo morale e intellettuale da sempre appannaggio dell’istituzione universitaria. Da formatrice di caratteri e allevatrice di menti pensanti, essa è divenuta il luogo in cui si costruiscono nicchie di pensiero alternativo che vogliono sbarazzarsi del passato e degli alti standard: «l’università […] ha assimilato le principali correnti del modernismo culturale amalgamandole e depauperandole del loro contenuto, riducendole a una vuota ideologia che predica la rivoluzione culturale, a realizzazione personale e alienazione creativa» (p. 171). In ciò, allora, pure il carattere elitario dell’università viene meno, in quanto non esiste davvero più una superiorità riconosciuta ad una certa cultura: si apre così l’era dell’ignoranza di massa.

L’ossessione per il presente e la focalizzazione estrema sui problemi della contemporaneità, dunque esperibili direttamente, comportano una perdita secca nei termini del concetto di istruzione. Essa diviene semplice strumento di intrattenimento, senza perciò stimolare riflessioni e discussioni impegnative, a carattere generale. Le grandi questioni sono vissute come orpelli, se non intralci, alla realizzazione narcisistica. L’educazione liberale, allora, risulta non solo troppo gravosa e affaticante, ma pure inutile in vista di una carriera redditizia e appagante. Quello che manca è la profondità che sola può derivare dallo studio della storia e della riflessione filosofica eterna. Ma, lo abbiamo visto, il carattere narcisista presuppone proprio tale vuoto. La realtà è lo specchio della vacuità personale. L’istruzione, di conseguenza, non può che riflettere queste caratteristiche, allevando individui sempre più sprovveduti e adatti ad un mondo formalmente dotato di contorni ben definiti, ma contenutisticamente arido e bolso.

«L’emergenza della personalità narcisistica riflette tra le altre cose un drastico mutamento del senso storico. Il narcisismo – continua il pensatore politico americano – emerge come forma tipica di struttura del carattere di una società che ha perso interesse per il futuro» (p. 234). Non solo questo è visibile nelle dinamiche scolastiche, come abbiamo appena notato. Ciò può essere inoltre riscontrato nel modo in cui viene trattato il tema della vecchiaia. La società è appiattita sul presente, il “sé” non riesce più distinguersi da ciò che gli è esterno, giacché parole come confini e limiti, in un mondo che fa dell’apertura incondizionata e assoluta l’orizzonte ultimo, non hanno più alcun significato. Il concetto di autorità è svanito, dissoltosi nei meandri di organizzazioni burocratiche distanti e anonime. Non vi sono più modelli di riferimento, così come cardini a cui aggrapparsi in momenti di crisi. Il sentimento religioso, che pure avrebbe una funzione di primaria importanza e per connettere le generazioni e per relativizzare la vita terrena, è sbiadito. Esso potrebbe rendere la paura della morte come qualcosa di accettabile, in definitiva. Ma, senza di esso, la morte è minacciosa, capace di instillare angoscia e spaesamento. Il narcisista, incapace di collegarsi a passato e futuro, teme sommamente la morte. Non è interessato a vedere nelle future generazioni, magari pure la propria progenie, la continuazione della vita, dell’esistenza. Egli è focalizzato sul sé, poiché non ha risorse interiori per sfuggire al qui e all’oggi. Non stupisce, dunque, il tentativo ossessivo di mantenersi in vita magari attraverso assunzioni di farmaci e medicine, al fine di condurre una vita quasi “artificiale”. Ad egli sfugge il senso tragico e malinconico dell’esistenza umana. Non è in grado di far fronte alle asperità della quotidianità, ancor meno può pensare ai grandi scogli dell’esistenza, come appunto la sua fine.

Il dualismo insito nell’esperienza umana, riconosciuto da Lasch, ad esempio, nella pratica conversazionale del presente col passato e col futuro, nella dinamica ineliminabile e conflittuale tra individui e comunità (al plurale), nella libertà che va di pari passo con la sua limitazione, e nei diritti che si accompagnano ai doveri, tale dualismo, si diceva, viene ulteriormente compreso dallo storico delle idee nella prassi intimamente relazionale e insopprimibile tra vita e morte – come anche tra vero e falso. Non vi può essere vita senza una sua concezione limitata, almeno su questa terra. Non riuscire ad accettare la fugacità dell’esperienza terrena, a causa soprattutto dell’inaridimento del sentimento religioso, crea le condizioni per una vita poco consona ad un essere limitato come l’uomo. Riconoscere il carattere transeunte della vita consentirebbe al narcisista, se solo disponesse delle necessarie risorse psicologiche e morali, di abbracciare l’eternità che travalica questo mondo. Accettare il crooked timber di cui egli è fatto potrebbe pure fargli ripensare in chiave critica il concetto di progresso, innestando una dinamica positiva e dialogante tra libertà e autorità, diritti e doveri, così come tra conservazione e innovazione. Un approccio, insomma, non appiattito sul carattere economicistico dell’esistenza né, tantomeno, succube delle derive paternalistiche e scientistiche della società. Il liberalismo, secondo Lasch, avrebbe dovuto scoprire o, forse, solo, si fa per dire, riscoprire un’etica del senso del limite rifuggendo la ricerca del “paradiso in terra”.

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