Giovanni Balducci (1988) è saggista e traduttore. La sua formazione unisce sociologia e tradizione culturale europea. Autore del saggio La vita quotidiana come «gioco di ruolo» (Mimesis), adottato come testo di studio in ambito universitario, e curatore di opere di Georg Simmel (Il segreto e le società segrete, Aragno), Émile Durkheim (La sociologia e il suo dominio scientifico, Mimesis) e James George Frazer (Superstizioni degli antichi, Aragno), ha orientato le sue ricerche verso la storia delle idee e le costellazioni dell'immaginario collettivo, indagando la persistenza del mito all'interno delle forme della modernità. Suoi contributi sono apparsi su varie testate, tra cui «Almanacco Repubblicano» e «Insula europea».

Nella primavera del 1816, un sodalizio di giovani intellettuali britannici in aperta rottura con la morale dell’epoca – in fuga da debiti, scandali e convenzioni – cercò rifugio sulle rive del Lago di Ginevra. Lord Byron, ventottenne e già consacrato al successo letterario, aveva lasciato l’Inghilterra travolto dalle dicerie sulla relazione con la sorellastra Augusta Leigh, prendendo in affitto Villa Diodati a Cologny, una dimora storica legata alla famiglia di esuli calvinisti lucchesi e al teologo Giovanni Diodati. A breve distanza, presso la Maison Chapuis, si erano insediati il ventitreenne Percy Bysshe Shelley, la diciottenne Mary Godwin (futura Mary Shelley), la sorellastra Claire Clairmont – la cui presenza mirava a riallacciare la relazione con lo stesso Byron – e John William Polidori, medico personale del poeta e aspirante scrittore. Ma quello che avrebbe dovuto essere un soggiorno votato alla poesia e alla vita di piacere mutò rapidamente natura.

Il 1816 passò infatti alla storia meteorologica come l’“Anno senza estate”, conseguenza planetaria dell’eruzione del vulcano Tambora, avvenuta nell’aprile dell’anno precedente. Un imponente velo di ceneri e aerosol vulcanici alterò il clima dell’emisfero settentrionale, condannando il cantone di Ginevra a piogge torrenziali, nebbie persistenti e frequenti burrasche. Costretto a prolungate permanenze al chiuso, il gruppo sprofondò in un clima psicologico opprimente, esasperato dall’abuso di alcol e laudano, da rivalità sotterranee e da un intricato groviglio di tensioni sentimentali. Polidori, respinto da Mary Godwin, subiva quotidianamente il sarcasmo e le umiliazioni di Byron. Il tempo scorreva tra sedute di scherma, letture notturne e dispute filosofiche e scientifiche, mentre l’aura di scandalo che circondava i forestieri alimentava la morbosa curiosità dei ginevrini.

Per spezzare la monotonia di quelle giornate plumbee, attorno al 16 giugno Byron propose la lettura di Fantasmagoriana, un’antologia francese di racconti fantastici di origine tedesca. E nel pieno di una tempesta, lanciò una sfida al circolo: ciascuno avrebbe dovuto ideare e scrivere una storia di fantasmi. L’esortazione attecchì in un terreno culturale già saturo di dibattiti sul galvanismo, sulle teorie biologiche di Erasmus Darwin e sull’ipotesi che l’elettricità potesse infondere energia nella materia inanimata, in un crescendo di suggestioni che sfiorava talvolta il delirio e l’allucinazione.

Fu in questo contesto che Mary Godwin visse la celebre “visione a occhi aperti” destinata a generare Frankenstein, or The Modern Prometheus. L’intuizione si nutriva del lutto recente per la perdita della prima figlia, nata prematura e morta nel 1815, e delle sue più profonde angosce esistenziali. Mary Godwin concepì la figura di uno scienziato capace di violare i confini della vita e, al contempo, incapace di tollerare le conseguenze della propria creazione. Spinta dall’incoraggiamento di Percy Bysshe Shelley, sviluppò quel nucleo narrativo in un romanzo dato alle stampe in forma anonima nel 1818.

Anche l’apporto di Polidori si rivelò fondamentale. Partendo da un canovaccio abbozzato da Byron nel suo Fragment of a Novel, il medico compose The Vampyre, pubblicato nel 1819. La sua intuizione fu di portata epocale: sottrasse la figura del vampiro al folklore rozzo e superstizioso per trasfigurarla in quella di un aristocratico mefistofelico e irresistibile, Lord Ruthven, plasmato in parte sui tratti dello stesso Byron, creando molti dei presupposti letterari per il successivo Dracula di Bram Stoker. Purtroppo, un errore editoriale nella prima uscita su rivista attribuì erroneamente l’opera proprio a Byron, privando Polidori del giusto riconoscimento e aggravando il suo disagio esistenziale.

Da quella straordinaria estate senza sole scaturirono inoltre componimenti come Darkness di Byron, specchio di quei cieli plumbei, e sezioni significative del suo Childe Harold’s Pilgrimage. Alla fine di agosto il sodalizio si sciolse, ma quel freddo e tempestoso ritiro a Cologny ridisegnò i confini della sensibilità moderna. Tra le mura di Villa Diodati presero forma i due grandi miti destinati a incarnare le inquietudini dell’età contemporanea: la creatura mostruosa partorita dall’hybris scientifica e il predatore aristocratico che maschera la propria barbarie dietro il fascino della civiltà.

Negli anni successivi, tuttavia, alcuni fra i protagonisti di quell’estate furono rapidamente raggiunti da un destino tragico e prematuro: John William Polidori si tolse la vita nel 1821 e Percy Bysshe Shelley annegò nel golfo di La Spezia nel 1822. Lord Byron, invece, morì nel 1824 a Missolungi, in Grecia, dopo aver deciso di impiegare la propria fama e il proprio patrimonio per sostenere la causa dell’indipendenza greca contro l’Impero Ottomano, unendosi militarmente e politicamente agli insorti ellenici.

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