Cristian Leone, nato a Salerno il 29/06/1992, si è laureato all’Università di Roma Tre nel 2015 in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, conseguendo poi la laurea magistrale in Storia e Società nel luglio del 2018. Attualmente è dottorando di ricerca presso l’Università degli studi Guglielmo Marconi di Roma.

Recensione a
E. Jünger, La battaglia come esperienza interiore
Piano B, Prato 2014, pp. 160, €14,00.

La battaglia come esperienza interiore rappresenta una meravigliosa immersione nella psicologia del soldato al fronte. Questo testo, frutto della testimonianza diretta del tenente Jünger, catapulta il lettore nel cuore pulsante della Grande guerra e lo fa in un modo del tutto inedito rispetto alla comune memorialistica bellica. L’opera, a differenza di altri diari, non mira a ricostruire, sic et simpliciter, la narrazione degli avvenimenti, lo svolgersi delle battaglie, la vita della trincea ma vuole penetrare in profondità nell’animo umano, descrivendone emozioni, pulsioni e sentimenti. Lo scopo di Jünger è quello di presentare, andando oltre ogni sovrastruttura politica e morale, la natura più profonda, più violenta e più sconcertante dell’essere umano: «nudo come ai tempi andati torna alla ribalta lui, il primo uomo, il cavernicolo irruento con i suoi impulsi scatenati» (p. 19). L’essere umano, spogliato da ogni costruzione sociale, si mostra nella sua condizione reale. L’autore, con una prosa coinvolgente e inspirata, presenta dunque quella dimensione interiore della guerra caratterizzata dal sangue, dall’orrore, dalla paura, dall’eros, tutti elementi che, interconnessi, riescono magnificamente a proiettare il lettore nelle viscere vive del soldato in trincea.

Immediato, diretto, sconvolgente, Jünger svela subito il nesso antropologico tra la guerra e l’essere umano. L’autore evidenzia un legame indissolubile tra la natura dell’uomo e la battaglia, una simbiosi intrinseca e non estrinseca all’indole umana. Il conflitto bellico non è, come molti sostengono, un fattore esterno, causato da caratteri di contingenza, da motivazioni di natura politica, economica, sociale ecc. ma è il frutto della volontà di potenza, di conquista, presente nel nostro essere: «E non nasce (la guerra) certo grazie a statisti e diplomatici, come molti credono. Sono solo cose esteriori, queste. Le vere fonti della guerra sgorgano dal profondo del nostro petto, e tutto l’orrore che poi inonda il mondo è solo un’immagine riflessa dell’anima umana che si palesa negli avvenimenti» (p.59). È la voglia di distruzione ad essere radicata nell’indole umana, per questo motivo, uomo e guerra sono due facce di una stessa medaglia: «Così sarà finché gli uomini faranno la guerra, e le guerre si faranno finché ci sono gli uomini» (p. 20). L’essere umano è quindi composto da un elemento razionale, ma anche, soprattutto, da una parte irrazionale, animalesca che mira all’affermazione di sé attraverso la sopraffazione dell’altro: «vivere significa ammazzare» (p.57).

La violenza, dunque, in questo quadro, perde qualsiasi valenza utilitarista per essere intimamente legata a quell’uomo considerato come animale guerriero: «La guerra è umana quanto l’istinto sessuale: è legge di natura, perciò non ci sottrarremo mai al suo fascino. Non possiamo negarla, altrimenti finiamo divorati» (p.55). La distinzione tra eros e violenza diventa sempre più labile e i due ambiti finiscono per sovrapporsi. L’eccitazione di imbracciare il fucile per far fuoco sul nemico è inebriante, scatena una scarica di adrenalina tale da rendere attraente, eccitante, lo spettacolo della carneficina provocata: «Ma quando sei tu, in piena goduria, a startene accovacciato dietro la mitragliatrice, quel movimento là davanti altro non è che una danza di mosche. Fuoco, fuoco! Ehi, spara che è un piacere! Il piombo sembra non finire mai. Poi ci si raduna e si racconta: “vecchio, è stato bellissimo! Quella sì che era guerra. Tutti stecchiti in fila, come sputi!”» (p. 65).

La violenza non è solo connaturata all’uomo ma diviene una vera e propria forza motrice della storia. La conflittualità, dunque, è concepita da Jünger come fonte di sviluppo senza la quale nessun progresso si può realizzare: «Poco importa quali idee e quali questioni agitino il mondo, è sempre stata la disputa del sangue a deciderne. Probabile che la libertà, la grandezza e la cultura siano nate nel silenzioso mondo delle idee, ma è stata la guerra a ottenerle, a diffonderle o a perderle» (p. 55). La brutalità della violenza viene, nel contesto della Prima guerra mondiale, esaltata dalla maestosità della tecnica che tende a farsi protagonista del conflitto: «La battaglia delle macchine è così rintronante che l’uomo per poco non vi scompare» (p.138). Per Jünger, tuttavia, nonostante la centralità dell’attrezzatura bellica, è l’uomo ad essere l’artefice, il fautore reale della guerra: «Eppure: dietro a tutto c’è l’uomo. È lui a imporre alle macchine una direzione, un senso. È lui a far sì che lancino proiettili, esplosivo e veleni. Egli si leva al loro interno come un uccello predatore sopra il nemico. Si accovaccia nel loro ventre quando avanzano massicce sul campo di battaglia, sputando fuoco. È lui la creatura più pericolosa, assetata di sangue e risoluta del pianeta» (p.138).

Il passaggio dalla società borghese alla trincea è caratterizzato da una vera e propria trasmutazione dei valori: «La finezza dello spirito, il delicato culto della mente sparirono nella chiassosa rinascita della barbarie. Ben altri dèi furono posti sul trono della quotidianità: l’energia, la forza bruta, il coraggio virile» (p.47). L’uomo riscopre quella natura guerriera, quell’istinto violento che la mentalità borghese ha sempre cercato di occultare dietro un formalismo concepito come norma di buon comportamento sociale: «Appena egli, galvanizzato dall’orrore, ha scaricato un’animalità fin troppo tenuta a freno ripristinando la memoria degli attimi perduti, il sangue comincia a scorrere dalle ferite, e su di lui calano le tenebre» (p. 22). Il soldato rappresenta l’antitesi del borghese, quest’ultimo, infatti, manca totalmente di spirito virile e combattivo, di dinamismo, di coraggio e di amore del rischio. Si tratta di una mentalità passiva e supina che si fa promotrice di un’esistenza conservatrice, priva di slancio ideale e la cui massima aspirazione consiste nella conquista di un posto sicuro. L’odio di Jünger verso un simile spirito, incapace di trascendere sé stesso, lo ritroviamo in uno dei principali motivi dell’interventismo: «Ogni senso di reputazione borghese era rimasto indietro, a distanze siderali. Cos’era la buona salute? Utile, semmai, a persone che contano di vivere a lungo» (p. 51). L’ideale della vita comoda determina tutta una serie di disvalori che portano l’uomo a concepire l’esistenza non come lotta ma come adattamento abitudinario alle norme imposte dall’alto. La mentalità borghese non prevede nessun tipo di elevazione spirituale e si estrinseca nell’ambizione materiale di ciò che riguarda l’utile proprio.

È l’eroismo forgiato nella battaglia ad essere il nuovo valore supremo del soldato. La lotta diviene in Jünger la mistica da opporre alla morale borghese della vita comoda. Dallo scontro emerge un nuovo spirito combattentistico e il conflitto assume, per la gioventù che vi prende parte, una funzione palingenetica. È dunque la guerra, definita come «grande scuola», a creare un rivolgimento antropologico, un uomo nuovo: «Lo spirito della guerra materiale, della lotta in trincea, uno spirito che divenne sempre più spietato, selvaggio e brutale, e forgiò uomini come il mondo non li aveva mai visti. Una razza completamente nuova, energia fatta carne, carica di furia alla massima potenza. Corpi flessuosi, nerboruti e scarni, volti marcati, occhi impietriti sotto l’elmo dopo mille spaventi. Trionfatori, nature d’acciaio programmate per la battaglia nella sua forma più cruenta» (p.50).

Quest’opera è di un’importanza straordinaria non solo per chi vuole scoprire, scavando nell’interiorità umana, cosa si nasconde al di sotto dell’epifenomeno della guerra ma anche perché permette di comprendere la psicologia, la mentalità e lo spirito di quegli uomini che, rigenerati dal conflitto, saranno i protagonisti dei principali rivolgimenti europei del primo dopoguerra.

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