Redattore

Nicolò Bindi (1991) si è laureato in Filologia Moderna all’Università degli studi di Pisa, discutendo una tesi su “Teoria e pratica del futurismo. Palazzeschi, Marinetti, Soffici”. Interessato principalmente agli aspetti stilistici, metrici e linguistici, sta concentrando le sue ricerche letterarie soprattutto sugli autori delle avanguardie storiche e del modernismo italiano ed europeo. Collabora con diverse associazioni culturali. È docente presso l'Istituto "Francesco Datini" di Prato.

Tra gli appunti di una delle lezioni da lui tenute in Brasile tra il 1937 e il 1942, Giuseppe Ungaretti si nomina continuatore della linea poetica inaugurata da Francesco Petrarca e comprendente anche Giacomo Leopardi. Con questo, però, si deve pensare a un’adesione critica alle teorie “genealogiche” che vedono nella letteratura italiana la presenza di una “linea petrarchesca” e di una “linea dantesca”. Certo, l’idea di un albero genealogico poetico è decisamente forte in Ungaretti, che sin dagli esordi ha mostrato una predisposizione a stilare elenchi dei suoi più cari scrittori, indicandoli come suoi “antenati”; non si trovano però tra le sue pagine critiche allusioni a rami diversificati, tutt’altro: la linea è unica e, in un certo senso, anche viziata da un certo determinismo. Per comprendere meglio questa affermazione, è bene soffermarci sulle affermazioni di Ungaretti contenute nelle già citate lezioni brasiliane.

 Negli anni in cui Ungaretti compie questo ciclo di lezioni, il poeta ha superato da diverso tempo il suo periodo sperimentale e avanguardista – che vede il suo punto più alto, probabilmente, nel Porto sepolto del 1916. In linea con la temperie artistica del dopoguerra, il poeta che più efficacemente di tutti aveva distrutto la metrica e la sintassi italiana opera una riscoperta proprio di quei metri e di quello stile tanto maltrattati dalle avanguardie; dopo il caos si cerca di tornare all’ordine: si riscopre il fascino dei classici, la bellezza della forma antica. Per questo, nella lezione di Introduzione alla metrica del 1937, Ungaretti arriva a scrivere:

La differenza estrinseca più sensibile tra prosa e poesia, è, come sapete, data dal ritmo. Non che la prosa manchi di ritmo; ma non è regolato con alcuna precisione: l’orecchio ne è giudice. In poesia ubbidisce invece a certe, e non poche, leggi esattissime, le quali, per la poesia italiana, riguardano il numero delle sillabe, la disposizione degli accenti e il suono delle parole.

L’inventore del “versicolo” si fa divulgatore delle «leggi esattissime» che regolano la metrica italiana e che, nella più classicista delle affermazioni, dividono la poesia dalla prosa. Stando così le cose, il protagonista indiscusso di queste lezioni di letteratura non poteva che essere il poeta-simbolo della tradizione lirica italiana: Francesco Petrarca.

Più di una volta, Petrarca è individuato come iniziatore della poesia moderna e dell’umanesimo. I due eventi sono tra loro estremamente collegati, poiché i versi di Petrarca sono ispirati da un nuovo tipo di mentalità, frutto di un lungo percorso iniziato da San Francesco. Il santo, con il suo Cantico, compie la scoperta dell’esterno, ovvero della varietà della natura e delle cose del mondo. Per questo è, per Ungaretti, poeta pienamente medievale. Con Iacopone da Todi l’attenzione, dall’esterno, si volge all’interno; non più alla natura, quindi, ma all’uomo e ai suoi conflitti interiori. Nei suoi versi religiosi, Iacopone ricerca non nella natura, ma dentro sé stesso Dio e la sua Rivelazione. Successivamente, Dante indagherà l’essenza umana alla luce di una volontà di perfezionamento morale, avvicinabile solo nella contemplazione dell’eternità divina, ovvero di qualcosa sempre esterno all’uomo. Per Ungaretti, il primo poeta a concentrare la sua lirica solamente sull’esperienza umana, sulla memoria dei tempi mortali, è proprio Francesco Petrarca. Ecco quindi che al rapporto con il divino si sostituisce la memoria. Non si deve pensare, però, che questo ponga limiti temporali o individuali; Ungaretti scrive, a riguardo:

Con Petrarca, per uscire dai propri limiti temporali l’uomo non dispone più del rapporto col divino. L’idea di perfezionamento morale, cede li posto all’idea di memoria. Il Petrarca fa questa riflessione: io ho coscienza di me, un uomo ha coscienza di sé non in seguito alle sue aspirazioni morali, ma per intervento della memoria. Dunque l’uomo ha coscienza di sé in quanto porta in sé il proprio passato. Ma l’uomo porta in sé solo il proprio individuale passato? No, la memoria gli permette di andare oltre i limiti temporali del proprio essere individuale, gli permette di conoscere anche il passato di chi lo ha preceduto nel tempo. Dunque dalla parte del passato, il limite temporale può cadere ed essere sostituito, per intervento della memoria, da una linea di tempo infinita.

Perciò, da Petrarca in poi «l’uomo […] imparerà che, se vorrà conoscersi, la rivelazione divina non potrà più servirgli a nulla: ma dovrà ricorrere alla memoria».

Ora, non pochi sono i problemi che sorgono dall’interpretazione che Ungaretti dà alla poesia e alla figura di Petrarca. Anzitutto, il ruolo di “punto di arrivo” che gli viene affidato: i poeti e scrittori precedenti sembrano così avere solo un ruolo preparatorio al suo “avvento”. A rinforzare questa visione è Ungaretti stesso, dando a Iacopone, Cavalcanti e Dante l’etichetta di «pre-umanisti». Una visione del genere, oltre a essere discutibile dal punto di vista critico, va anche ad annullare le individualità poetiche dei citati, che vengono guardati non per il loro valore effettivo, ma per la loro aderenza all’idea di poesia-memoria. Questo, d’altronde, porta qualche problema anche nell’ottica di Petrarca stesso. Ungaretti, infatti, sembra sottovalutare eccessivamente il rapporto di Petrarca con il cristianesimo, come se fosse qualcosa di dovuto più alla sua formazione, che a un effettivo sentimento religioso:

Intanto dalla confessione del Secretum, che era contenuta già, per chi sa leggere nel Canzoniere, abbiamo notizia che un uomo, anche se umanista, anche se pone tutto il reale nell’uomo, rimane di pensiero e di sentimenti irrimediabilmente cristiano […]. Sarà un Cristianesimo ridotto da legge divina e da promessa mistica a complesso psicologico e a fermento e a utopia sociale, sarà ciò che vorrete, ma il Cristianesimo ha impastato così profondamente lo spirito e la carne dell’uomo che non ce ne sapremo più liberare.

Così, Petrarca appare come un cristiano “costretto” e il suo conflitto religioso più come un effetto collaterale, che come parte integrante del suo pensiero. L’invocazione alla Madonna che chiude il Canzoniere diventa quasi un chiedere scusa per il suo distacco religioso, scusa che arriva comunque «troppo tardi». Insomma, Il Petrarca di Ungaretti appare, per molti versi, sin troppo simile al suo “successore” poetico, ovvero Giacomo Leopardi.

Per Ungaretti, la linea inaugurata da Petrarca trova il suo più naturale successore proprio nel recanatese. Sulla vena petrarchista di Leopardi, vi è certo poco da dire, tuttavia non tutta la sua poesia può essere letta in questa chiave. Per riuscirvi, Ungaretti arriva a “deformare” Petrarca, conferendogli un distacco nei confronti della religione e una maggiore sensibilità nei confronti del divenire storico, caratteristiche che certo più si addicono al pensiero leopardiano. D’altronde, nonostante la cronologia, nella formazione del poeta Ungaretti, Leopardi ha un ruolo più profondo e duraturo nel tempo. Da molte dichiarazioni dello stesso autore, si evince infatti che Leopardi è una delle prime letture e uno dei primi amori poetici, insieme a nomi come Baudelaire e Mallarmé. In una lettera a Papini datata 18 febbrai 1917, scrive:

Lontano, Niet[z]sche l’ho scoperto a diciasett’anni, ancora sui banchi della scuola, insieme al mio sfortunato Sceab che mi rovistava coll’acciaio dei suoi occhi, e scoprivamo allora anche Baudelaie e Poe, ma quell’anno stesso mi turbabo dell’armonia sconfinata di Mallarmé, e già da due anni m’ero insanguinato di Leopardi […].

A testimoniare questo legame profondo, l’influenza linguistica e ideologica presente sin dal Porto sepolto del 1916. Si prenda proprio l’ultima strofa della poesia omonima:

Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto

dove l’uso dei dimostrativi richiama anche concettualmente quello che troviamo in molte liriche dei Canti, con l’esempio illustre dell’Infinito [«Sempre caro mi fu quest’ermo colle», «interminati / spazi di là da quella» ecc. (corsivi miei)]. L’immersione nel mondo leopardiano è così profonda, da portare Ungaretti a ipotizzare un debito di Nietzsche nei confronti del pensiero del recanatese – cosa che fu effettivamente accertata successivamente. Tutto questo, però, non tutela l’interpretazione di Leopardi da distorsioni; anzi, l’immersione porta all’immedesimazione, e più di una volta l’autore di Vita di un uomo non resiste alla tentazione di “ungarettizzare” il suo amato poeta. Nelle Lezioni sul Leopardi, datate 1950-51, Ungaretti vuole applicare alla poesia leopardiana il concetto, più caratteristico invece dei suoi versi, di «rivelazione di sé a sé», così come l’interrogazione finale presente in A Silvia è commentata così: «Vedremo come la meditazione del Leopardi, concentrandosi in certi termini, richiami all’assoluto. L’A Silvia ha importanza anche perché vuol arrivare ad una espressione nella quale lo stesso vocabolo abbia valore di sogno e sia insieme colmo di memoria».

L’impressione generale è che Ungaretti sia talmente immedesimato, da commentare le poesie leopardiane come se ne fosse lui stesso l’autore, impressione già riscontrata da Mladen Machiedo, nel suo intervento sull’Ungaretti critico al convegno di Urbino del 1979. Questo, d’altronde, non riguarda solo la poesia leopardiana, ma anche quella petrarchesca.

Ungaretti sembra applicare letteralmente il suo pensiero sulla memoria, che d’altronde attribuisce quasi interamente anche ai suoi “antenati” poetici. Il ricordo diventa la via maestra verso l’infinito: con il suo lavoro di recupero, il poeta rivive il passato, e il passato rivive in lui. La reminescenza unisce Petrarca a Leopardi ed entrambi a Ungaretti. Certo, la memoria porta in sé la tragedia dell’essere nel tempo, poiché «quanto piace al mondo è breve sogno», e tutto è condannato a perdersi nel passato. Compito del poeta è farsi carico di questo dolore e stabilire un legame con ciò che è stato, tramite la ricerca della poesia pura e dei suoi interpreti maggiori. In questo senso, la linea genealogica non può che essere una, ovvero quella della poesia-memoria, completamente interna all’uomo, e tutto deve essere letto in relazione ad essa. Solo così è possibile arrivare a una concezione terrena dell’infinito. Poco sembra importare se, come afferma Leopardi, tutto questo non è altro che un’illusione.

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