Pierpaolo Naso è attualmente dottorando in Scienze Giuridiche e Politiche (XXXVII ciclo) presso l'Università "Guglielmo Marconi" di Roma; si è laureato in Scienze della Politica (LM-62) presso Sapienza Università di Roma; ha conseguito il Master universitario (secondo livello) in "Geopolitica e sicurezza globale" (Sapienza). Ha pubblicato un articolo presso la "Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale" (Aracne), recensioni presso il "Semestrale di Studi e Ricerche di Geografia" (Sapienza), "Rassegna Siciliana di Storia e Cultura" (ISSPE), "Politica & Società. Periodico di filosofia politica e studi sociali" (Il Mulino), "Ricerche di Storia Politica" (Il Mulino), "Rivista di Studi Politici Internazionali" (Studium), "Il Pensiero Politico. Rivista di Storia delle Idee Politiche e Sociali" (Olschki) e "Il Politico. Rivista italiana di scienze politiche" (Pagepress).

Recensione a: E. Nolte, La rivoluzione conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar (a cura di L. Iannone), Rubbettino, Soveria Mannelli 2009, pp. 88, € 10,00.

La definizione ossimorica di Konservative Revolution fu elaborata da Hugo von Hofmannsthal nell’orazione tenuta nel 1927 presso l’Università di Monaco, allo scopo di individuare non un partito, non una scuola dottrinaria chiusa, bensì quella tendenza letteraria e culturale che, andava affermandosi ad inizio Novecento per ripensare la nazione a partire dalle «opere come spazio spirituale». Da qui, tuttavia, la creazione di un pensiero politico eterogeneo e spontaneo al suo interno, ma identificabile da un minimo comune denominatore: la filosofia di Friedrich Nietzsche. La «rivoluzione conservatrice» ebbe come punto di partenza certamente il nichilismo, ma di conseguenza si proponeva come suo necessario superamento.

Lo storico tedesco Ernst Nolte, già allievo di Martin Heidegger, ha pubblicato su questo tema La rivoluzione conservatrice nella Germania della Repubblica di Weimar, inserendosi tra gli studi principali a riguardo, come quelli di Klemens von Klemperer, Armin Mohler, George Mosse, Stefan Breuer e Alain de Benoist. Come rivela nella sua introduzione il curatore Luigi Iannone, il volumetto «riprende le lezioni tenute all’Istituto Italiano degli Studi Filosofici di Napoli» (p. VII).

L’inquadramento storico è di primaria importanza, considerando la difficile sopravvivenza politica della Repubblica di Weimar, che già dal primissimo dopoguerra si ritrovava minata dalla frammentazione partitica e dalla conseguente ingovernabilità. Inoltre, le imposizioni del Trattato di Versailles facevano della Germania – ex superpotenza continentale – uno Stato a sovranità limitata: ciò determinò un risentimento diffuso, a tutti i livelli militari, civili ed intellettuali. La neo-Repubblica era anche minacciata da un’incombente rivoluzione bolscevica sostenuta da Mosca. Perciò i Freikorps, costituiti da veterani o giovani volontari mossi da uno spirito patriottico, furono i protagonisti della difesa “ufficiosa” dello Stato weimariano contro le organizzazioni ritenute eversive. Tra questi figurava lo scrittore Ernst von Salomon, a cui tuttavia Nolte non ha dedicato un apposito capitolo.

Il libro comincia con l’analizzare alcune personalità, a suo avviso precorritrici della Rivoluzione conservatrice, come l’antropologo Ludwig Woltmann, il filosofo Max Scheler e l’anticomunista Eduard Stadtler. Già durante la prima guerra mondiale il conservatorismo di tipo reazionario risultava sterile nell’affrontare le problematiche d’inizio Novecento: difatti, le società germanica, europea e occidentale in genere stavano producendo e subendo al tempo stesso nuove concezioni dello Stato, del lavoro, della cultura e dell’arte, in senso totale e di massa. A riguardo viene annoverata la pubblicazione di due tra le opere più significative della Rivoluzione Conservatrice, ossia: Considerazioni di un impolitico (1918) del romanziere Thomas Mann ed Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale (1918-1922) del filosofo della storia Oswald Spengler. In entrambi i testi, con chiari riferimenti alla terminologia nietzschiana, veniva distinta la fase ascendente della Kultur dalla fase decadente della Zivilisation. Pertanto, Spengler per descrivere la circolarità della storia – opposta alle concezioni lineari progressiste – risaliva anche ai suoi studi accademici su Eraclito.

Di Ludwig Klages, che Nolte definisce «paladino dell’ecologia» (p. 33), viene sottolineata l’importanza di un’opera particolarmente critica dei danni ambientali ed umani causati dall’industrializzazione giustificata a sua volta dall’«ideologia del progresso e della civilizzazione»: L’uomo e la terra (1913). Non vengono neanche sottovalutati da Nolte gli aspetti anti-giudaici di Klages, seppur questi rimase distante dal nazionalsocialismo.

In quanto ufficiale delle Sturmtruppen e decorato con croce di ferro pour le mérite alla fine della Grande guerra, Ernst Jünger fu riconosciuto come maggior «portavoce della generazione del fronte» (p. 39). Nolte ribadisce la centralità della saggistica jüngeriana dalle Tempeste d’acciaio (1920) fino a La mobilitazione totale (1930) e L’Operaio (1932): il pensiero jüngeriano era la testimonianza di un nazionalismo più maturo e consapevole delle sfide della contemporaneità, soprattutto riguardo l’approccio umano e politico da impiegare nei confronti della Technik che, specialmente attraverso il conflitto bellico, andava ad assumere aspetti sempre più prorompenti e massificanti. La guerra medesima iniziava già a caratterizzarsi: non più come scontro tra Stati monarchici, ma tra ideologie totalitarie e tra Weltanschauungen contrapposte; non più da battaglie tra semplici uomini armati, ma dall’utilizzo spregiudicato di mezzi tecnologici disumanizzanti.

Come già accennato, l’instabile democrazia weimariana era minacciata sia dai comunisti che dai nazionalsocialisti. A riguardo, si distinse Carl Schmitt che proponeva il rafforzamento delle misure d’emergenza, già più volte applicate dal Presidente del Reich Paul von Hindenburg, in virtù dell’articolo 48 Cost. e della legittimità popolare acquisita attraverso l’elezione diretta. Nolte ha voluto ricordare la critica che Schmitt pose da cattolico sia contro il marxismo, sia contro il parlamentarismo liberale, non tralasciando l’influenza che acquisì anche da Georges Sorel. Una volta instauratosi il regime hitleriano, Schmitt aderì in modo ambiguo al Nsdap, e fu nominato consigliere di Stato prussiano: tuttavia, nel 1936, la rivista delle SS Das Schwarze Korps lo accusò di carrierismo nonostante il lavoro svolto da Kronjurist. Rimase relegato nella sua Plettenberg – come Niccolò Machiavelli a San Casciano – ad un’attività extra-accademica prolifica, anche nel secondo dopoguerra.

Nolte passa quindi in rassegna la figura di Arthur Moeller van den Bruck: noto per aver tradotto in lingua tedesca diverse opere di Fëdor M. Dostoevskij, oltre che essersi occupato di studi sulla cultura prussiana, così come sulla cultura italiana. Lo scritto Das Dritte Reich (1923) non va attribuito al nazionalsocialismo allora in fase primitiva: difatti, il mito del Terzo Reich con prospettive diverse preesisteva al radicale cambio di regime del 1933, e va ritenuto come un «manifesto» conservatore di Moeller e di una determinata proposta filosofica al di fuori dal contesto della mera organizzazione politica.

  Un altro dissidente dalle ideologie dominanti fu Ernst Niekisch, annoverato come fondatore della corrente «nazional-bolscevica» e della rivista “Widerstand”: nei suoi articoli propose infatti un’alleanza tra Germania e Russia in funzione anti-capitalista occidentale. Tuttavia, anch’egli, per la sua opposizione ad Adolf Hitler venne detenuto per molti anni. Nel saggio di Nolte viene descritta brevemente la figura controversa dell’ex socialdemocratico August Winnig, coinvolto prima nel putsch fallito di Wolfgang Kapp nel 1920, e successivamente fece parte della cerchia nazional-bolscevica di Niekisch. Infine si descrive il ruolo dei fratelli Otto e Gregor Straßer in quanto fautori del nazionalsocialismo «rivoluzionario» (p. 65) e come oppositori di Hitler all’interno del partito: le posizioni radicali li portarono alla creazione del Fronte nero (1930-1934). Otto riuscì a fuggire all’estero dalla conseguente repressione, mentre Gregor fu tra le vittime della famigerata «notte dei lunghi coltelli».

Si dimostra così che la Konservative Revolution andrebbe contestualizzata in una posizione distinta sia dalle precedenti forze reazionarie e sia dall’esperienza nazionalsocialista. Come già detto, vi erano opinioni diffuse – anche tra esponenti dei governi weimariani – in merito alla revisione dell’ordine sanzionatorio di Versailles, al declino spirituale dell’Occidente e all’esigenza di pensare un’economia mista, superando le obsolescenze dicotomiche tra capitalismo e socialismo. In proposito, si inizierebbe a considerare la Rivoluzione Conservatrice come un fenomeno politico-culturale di portata europea: Nolte ha attribuito questa appartenenza anche a «Enrico Corradini e Vilfredo Pareto in Italia, Charles Maurras e Maurice Barrès in Francia» (p. 71).

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