Giusy Capone insegna Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina dal 1998; è redattrice della Rivista culturale bilingue registrata "Orizzonti culturali italo-romeni"; si occupa delle pagine culturali di diversi portali dell'area Nord di Napoli; collabora con l'Istituto di Mediazione linguistica di Napoli; cura un blog letterario.

Recensione a
Ch. Dwyer Hickey, Tatty. Un’infanzia dublinese
trad. it. di S. Campolongo
Edizioni Paginauno, Vedano al Lambro (MB) 2021 (I ed. it. 2017), pp. 180, €18.00.

Tatty è l’effige, scioccante e spassosa, di una famiglia complessa e segnata dall’alcool, nella Dublino degli anni ’60/’70, pennellata dalla parola birichina e dalla verve trascinatrice di una marmocchia. Romanzo vincitore nel 2020 del prestigioso premio Unesco.

Con cruda lucidità, Tatty rivela la storia della sua vita con l’adorato, velleitario e sconclusionato papà, con l’afflitta, angosciata, martoriata mamma, con i suoi quattro fratelli, tra cui Deirdre, la «bambina speciale che Dio ci ha mandato perché ci ama tanto e sa che può fidarsi di noi per badare a lei» nonché la caterva benevola ed affettuosa come pure variopinta e inadeguata di zii ed amici di famiglia. Coinvolgente e dilaniante, la storia di Tatty è quella di un’ineluttabile slavina che consegnerà la sua famiglia sull’orlo del dirupo e ben oltre ma, al contempo, anche quella della puerizia che insegue se stessa affannosamente e che rincorre dolorosamente la propria redenzione dai demoni, trovandola nella potenza esplosiva dell’inventiva, dell’estro, dell’ingegno.

Tatty è un romanzo di Christine Dwyer Hickey, ultimo giunto di un’apprezzata quadrilogia, campione di vendite in Irlanda ed Inghilterra, in cui danzano armoniosamente dramma ed umorismo, dipendenze asfissianti e vitalità scoppiettanti, alcoolismo e fantasia. Vi presento Tatty, soprannome di Catherine, voce narrante: «Purtroppo intraducibile, l’accusa che il padre muove a Tatty è di essere una Tell-tale-tattler, una spia pettegola. Il soprannome di Tatty viene quindi dalla parola tattler, pettegola»

Romanzo di formazione e autobiografico, quasi privo di punteggiatura, scevro di orpelli, pressoché sfatto, con dialoghi sciolti tra le righe ad esemplificare lo sfacelo immediatamente avvertito d’una famiglia abissalmente distante dal canone pubblicitario, sideralmente lontana dagli stereotipi propagandistici, ferita dai cocci di bottiglia, schiacciata dai dispetti della sorte, frantumata dalle liti coniugali, impoverita dalle scommesse durante le corse di cavalli.

Sabbie mobili da cui esce fiera una ragazzina caparbia, brillante, intelligente, incurante di una realtà disfunzionale che combatte a colpi di leggerezza e divertimento. Tatty è «come una piccola fotografia buia sprofondata al centro dello schermo.» Tragedia e soavità di Dublino dal sessantaquattro al settantaquattro: «Tatty è anche un termine familiare per indicare la patata, Tatty Picker (raccoglitore di patate) è un modo gergale di chiamare un irlandese», giacché questo romanzo livido, in grado di rendere compulsiva la lettura, può intendersi nella duplice veste di book-biopic di una vicenda personale che mai cade nel banale e book-world di una città affatto piegata all’ovvietà, già consegnata alla storia della letteratura.

Dublino presa a schiaffi dalla malinconia, affogata nelle pinte di birra, impenetrabile incubatrice di ossimori, offuscata dalla miseria, ottenebrata dalla fatica, guerriera ideologica allergica al tiepidismo e Tatty lì, puntuale, a reclamare senza sconti il suo diritto alla felicità, tenendosi forte forte forte, inconsapevole leopardiana, alle maniglie sbilenche dell’immaginazione.

Poche pagine, meno di 200, trascinanti ed allucinate, di conoscenza provocatoria e provocante del sé e dell’altro da sé, attraverso cui si detronizzano i miti familiari, si destituiscono i vincoli parentali, si depongono le norme sociali e si approda violentemente alla realtà: «i buchi diventeranno sempre più grossi, finché non ci sarà più nessun velo. Quando questo succederà riuscirà a vederci: riuscirà a vedersi. Ci guarderà e riconoscerà le nostre voci. Allora non saremo più delle sagome».

Leggendo si cattura una città tumultuosa e cimiteriale, che issa barricate contro il melenso lieto fine ma, innanzitutto, si coglie l’introversione, la scontrosità, l’inquietudine e la disubbidienza preadolescenziale alla ricerca di coordinate, di interpretazioni univoche della realtà, di superamento delle contraddizioni. C’è una soluzione: l’immaginazione, l’ironia, la scherzosità, la capacità di aggiustare la realtà, allorché diventi ferocemente violenta.

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