Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

La famiglia secondo Christopher Lasch

Senza lottare con le emozioni ambivalenti che nascono dall’unione di amore e disciplina nei genitori, il bambino non padroneggerà mai la collera interiore o la paura dell’autorità. Ecco perché ai figli occorrono i genitori e non già istitutrici e consulenti (Ch. Lasch).

Christopher Lasch (1932-1994) è stato uno studioso americano, storico di formazione, poi col tempo interessatosi alla sociologia e alla teoria politica. Uno dei suoi principali interessi, tale da accompagnarlo pressoché tutta la vita, ha riguardato la critica del paradigma liberale, da lui definito come l’ideologia apologetica del progresso in quanto tale, riguardante sia la destra che quella sinistra dalla quale egli stesso proveniva. Pur avendo grande considerazione di tale poliedrica tradizione di pensiero, come ammise egli stesso in una delle ultime interviste rilasciate prima di morire di cancro, era giunto infine a ritenere che il pensiero progressista si fosse totalmente dimenticato della dimensione comunitaria dell’esistenza umana, a vantaggio di logiche contrattualistiche e impegni sempre meno vincolanti. Inoltre il progressismo di sinistra aveva rimosso, o meglio combattuta e infine cancellata, l’importanza del rispetto di certe forme di autorità a favore di una liberazione indistinta e illimitata dell’individuo (si veda C. Blake, Ch. Phelps, History as Social Criticism: Conversations with Christopher Lasch, «The Journal of American History», vol. 80, n. 4, 1994, pp. 1310-1332).

La preminenza della sfera economica e, diciamo pure, consumistica della vita individuale aveva fatto perdere di vista, secondo Lasch, ciò che più contava. In primo luogo, un senso del passato come bagaglio esperienziale da cui trarre insegnamenti perenni (così da non rimanere schiacciati da e sul presente, ma nemmeno ostaggi del futuro, immaginato come orizzonte radioso del paradiso in terra). In secondo luogo, è importante un senso del limite che affonda le radici nella consapevolezza della caducità della vita, la quale, perciò, va accettata pur nella sua tragicità. È interessante, in tal senso, un certo afflato religioso che emerge da un autore che pure aveva vissuto in un ambiente del tutto secolarizzato. In terzo luogo, Lasch sottolineava l’essenziale ruolo svolto da alcune istituzioni sociali, tra cui spiccava la famiglia, che costituiscono l’ossatura fondamentale di una società sana.

Proprio a quest’ultimo aspetto egli dedicò un libro pubblicato per la prima volta nel 1977, Haven in a Heartless World. The Family Besieged, e riproposto in lingua italiana nel 2019 dall’editore Neri Pozza (dopo l’edizione Bompiani del 1996). Al medesimo editore, tra l’altro, si deve la riproposta delle opere del Lasch “maturo”, ovvero quelle che riguardano la riflessione laschiana seguita alla delusione per le rivolte giovanili degli anni Sessanta. Due anni dopo Haven in a Heartless World vide la luce The Culture of Narcissism (la sua opera più conosciuta), cui seguirono The Minimal Self (1984), The True and Only Heaven (1991) e The Revolt of the Elites and the Betrayal of Democracy (1995). Il volume dedicato all’analisi della crisi dell’istituzione famigliare, a detta dello stesso “critico sociale”, come egli si definiva, è, insieme a Il paradiso in terra, quello che gli diede più difficoltà nella stesura, ma che rappresenta la sua produzione migliore. Tal testo, infatti, fungerà in buona misura da apripista per quello che verrà dopo, ovvero La cultura del narcisismo e L’io minimo.

La tesi del libro è che la famiglia è in crisi ormai da molto tempo, già dall’Ottocento, epoca in cui cominciarono ad aumentare sensibilmente i divorzi, iniziò ad espandersi la causa femminista così come la rivolta giovanile contro l’autorità paterna e l’autorità in senso lato. La famiglia ha letteralmente subìto un’invasione crescente del proprio campo, a favore di istituzioni sociali oltremodo “artificiali”, ossia create all’uopo e dunque imperniate su un particolare interesse. Con l’industrializzazione complessiva della società e con la sua razionalizzazione, le istituzioni naturali e spontanee, come la famiglia, vengono a mano a mano soppiantate da specialisti dell’educazione. L’erosione del ruolo preminente della famiglia, invasa dall’esterno, non solo comportò una certa perdita di fiducia da parte degli stessi genitori nei confronti della propria capacità di svolgere adeguatamente il proprio ruolo, bensì incentivò la prole a guardare altrove per trovare modelli imitativi cui rifarsi (gruppi dei pari).

La famiglia, scrive Lasch, è la principale agenzia di socializzazione esistente. Senza di essa, non possono essere introiettati quei precetti etici che plasmano la personalità individuale, facendo sì che, a sua volta, la prole, divenuta a sua volta genitore, possa nuovamente riprodurli. Si tratta di un meccanismo conservativo profondamente precario, il quale necessita di continua manutenzione. Una volta poste le basi per una sua sostituzione, risulta difficile tornare indietro. Ciò che a Lasch preme osservare ed evidenziare è che nelle figure del padre e della madre si uniscono amore e disciplina: non è pensabile che un genitore sia solamente veicolo di amore né, tantomeno, di severità e punizioni. La commistione di tali due elementi consente al bambino di carpire che al mondo si può stare e lo si può adeguatamente abitare, senza subirlo e soffrirlo, solo limitando i propri desideri, costringendo e incanalando le proprie aspirazioni. In altre parole, il duplice ruolo genitoriale, amorevole e severo, dà la possibilità al giovane di comprendere come al mondo il conflitto non sia estirpabile: è la cifra caratterizzante l’esperienza umana. È inoltre ciò che conferisce al modello politico democratico nerbo e possibilità concreta di sviluppo e implementazione storica.

La crescente razionalizzazione non solo del processo produttivo, avvenuto con l’industrializzazione, ma anche di quello riproduttivo, vide l’emersione di figure tecniche e specializzate volte ad allevare “meglio” le nuove generazioni, liberandole di tradizioni, usi, costumi e pratiche reputate d’intralcio allo sviluppo della comunità nazionale. Nel primo trentennio del Novecento, afferma Lasch, le cosiddette professioni assistenziali iniziarono ad evocare l’immagine della salute pubblica e della “medicalizzazione della società” per sostituirsi ai genitori. Scrive a tal proposito l’Autore: «Con il sorgere delle “professioni assistenziali” nei primi trent’anni del Novecento, la società, camuffata da “nutrice” affettuosa invase la famiglia, la roccaforte dei diritti privati, rilevandone la gran parte delle funzioni. [..] Persuadendo la massaia, e alla fine anche il marito, ad affidarsi alle tecniche e ai consigli di esperti esterni – prosegue Lasch – l’apparato di tutela di massa, che in una società laica aveva preso il posto della chiesa, indebolì la capacità della famiglia di far da sé, giustificando così la continua proliferazione dei servizi medici, scolastici e assistenziali» (p. 41). In questo passo è ben esemplificata la critica laschiana al tentativo di sostituire all’autogoverno individuale e collettivo, incardinato anzitutto sulla famiglia, una sorta di regime basato sulla scienza e la tecnica, che riprenderà poi nei libri seguenti. Il paternalismo progressista, secondo Lasch, è ciò che di peggio ci possa essere: deresponsabilizza individui e comunità locali, inaridisce i legami decentrati caldi e profondi, porta alla disistima complessiva, rendendo il potere statale più saldo e pervasivo.

L’attacco alla famiglia, aggiunge lo studioso americano, era già stato in qualche modo intravisto dalla scuola di sociologia urbana di Chicago, la quale, rifacendosi a teorici della società come Durkheim, Simmel, Max e Alfred Weber, aveva capito che ormai, nel mondo moderno industrializzato e razionalizzato le forme tradizionali di autorità venivano man mano sostituite da meccanismi di controllo più deboli e formali. La concorrenza, l’individualismo sfrenato, la sostituzione del costume col diritto positivo, l’autorità dei gruppi primari (come la famiglia) che perdeva capacità di direzione e controllo a vantaggio di quelli secondari basati sull’interesse: tutti questi elementi finivano per favorire l’emergere di una società frantumata, disgregata, disordinata, in cui il ruolo di orientamento della famiglia aveva ormai ben poco da dire. La razionalità economica, asserisce Lasch, era ormai entrata all’interno della stessa istituzione famigliare: da baluardo di un common purpose, la famiglia era diventata un insieme di diverse istanze singolari.

Le posizioni “liberazioniste” di chi vedeva nella società tradizionale, basata su gerarchie e legami comunitari forti e capaci di donare senso agli individui, un ostacolo da superare per raggiungere una società progressista fu attaccata da Willard Waller. Le ideologie di liberazione, sosteneva il sociologo della famiglia, sono solo ingannevolmente liberatorie. Liberandosi dai vincoli e dall’autorità della famiglia e di istituzioni sociali forti, l’individuo non può che sviluppare caratteri più compatibili con regimi totalitari che con sistemi democratici, osservava Lasch nella prefazione all’edizione economica del volume: attaccamento di gruppo, senso di solitudine, alienazione dal passato, pronunciato desiderio di affermare la propria “autenticità” sugli altri e senza alcuna forma di mediazione, mancanza di introspezione della propria interiorità (p. 12).

Allora, asseriva l’autore de La cultura del narcisismo, non bisogna attaccare la famiglia come istituzione in qualche modo promotrice della “personalità autoritaria”, come avrebbero voluto Adorno e i suoi collaboratori (va ricordato, comunque, che Lasch lesse e fu vicino al marxismo freudiano). Il dispotismo non dipenderebbe pertanto da una presunta promozione dell’autoritarismo da parte della famiglia, bensì dalla dissoluzione di tale modello educativo e di comportamento: «Anziché liberare l’individuo dalla coercizione esterna, la decadenza familiare lo assoggetta a nuove forme di dominio minandone contemporaneamente la capacità di opporvisi» (p. 123). Tuttavia, scienziati e patologi sociali seguirono gli insegnamenti dello studio sulla “personalità autoritaria”, sentendosi in tal modo investiti della missione di guarire ed emendare la società malata. La psichiatria americana, in altre parole, si proponeva di modificare i modelli culturali e incunearsi nella sfera dei valori, per ribaltare il ruolo ricoperto dalla famiglia.

Lasch, a tal proposito, notava come la creazione dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) si fosse inserita in tale contesto. Con le parole di uno dei suoi ispiratori, C.B. Chisholm, la missione più alta ed eticamente centrale era di «creare una generazione di cittadini maturi» (p. 133): non dunque attraverso l’introiezione di certi freni morali interni appresi fin dall’infanzia in seno alla famiglia, bensì mediante l’imposizione paternalistica esterna di comandi ad opera di istituzioni artificiali. Era l’apoteosi del credo progressista. Sosteneva infatti Lasch che l’autorità medica e psichiatrica andava in tal modo a sostituirsi all’autorità dei genitori, giacché rappresentanti di modelli culturali vieti e autoritari. Ad un’etica obsoleta e basata sulla disciplina, la democratizzazione della società imponeva un’etica permissiva ed egualitaria che essiccava la centralità dei genitori: il bene e il male non erano più qualcosa che andava introiettato a partire dall’esperienza in famiglia, ma che andava conosciuto insieme ai propri pari e attraverso la rigenerazione del sistema etico operato degli esperti medici. La morale non era più qualcosa che apparteneva all’esperienza di tutti i giorni, magari vissuta dolorosamente, ma che proveniva dall’esterno, limitando così la capacità dell’individuo di sviluppare capacità di discernimento e di autocontrollo.

La famiglia tutta è così diventata un paziente che va seguito da operatori esterni. Lasch qui ricordava il ruolo svolto da Talcott Parsons in merito alla “razionalizzazione” dell’educazione. La conseguenza è che non solo il bambino ma anche il genitore diviene incapace di far da sé, dando vita a un complesso sistema di controllo sociale che deresponsabilizza gli individui e accresce il potere di autorità esterne. Il bambino dunque si trova in difficoltà a riconoscere l’autorità, non solo quella che dai genitori arriva ai figli, bensì pure quella parimenti centrale, a suo modo, che unisce il docente al discente. La precarietà che ne deriva dà vita non più ad individui autodiretti, ma eterodiretti, per dirla con David Riesman. Per inciso, The Lonely Crowd è riconosciuto da Lasch come uno dei testi che più lo hanno formato, insieme a Love in the Western World di Denis de Rougemont (si veda ancora C. Blake, Ch. Phelps, History as Social Criticism: Conversations with Christopher Lasch, cit.).

L’individuo autodiretto è colui che interiorizza l’autorità fin dai primi anni di vita, attraverso la propria famiglia: in tal modo egli detiene una sorta di guida interiore che lo orienta durante la propria vita, donandogli una certa stabilità. Al contrario, l’individuo eterodiretto vive in costante e permanente precarietà, giacché manca proprio di quella direzione interiorizzata fin da piccolo: la fonte di direzione è costituita dai propri coetanei e mediata dai mezzi di comunicazione di massa, impedendogli così di vivere e provare quella stabilità di orientamento talché è reso perennemente inquieto. Pertanto, aggiunge Lasch, non c’è affatto da stupirsi del fatto che ormai pervasiva risulti l’ideologia degli “impegni non vincolanti”. Mancano i punti di riferimento, modelli culturali stabili e interiorizzati, la libertà di scelta è divenuta il metro di misura di una società liberata da qualunque tipo di vincolo. Essa, «superficialmente ottimista, sprigiona pessimismo: è la visione del mondo di chi è rassegnato» (p. 179). Prova ne è il fatto, argomenta l’Autore, che il matrimonio è diventato semplice rapporto (precario) di coppia: è frutto di una libera scelta, scevro da una dimensione comunitaria, ma basato esclusivamente su logiche contrattualistiche, nonché deprivato di uno elemento vivificante e consustanziale, ovvero il generare prole.

Gli individui, insomma, hanno perso la capacità di pensare al futuro, connettendosi al passato dei propri genitori: vivono in un fluido e amorfo presente, senza che vi sia un telos che li unisca agli altri. Com’è noto, secondo Lasch tale fenomeno si riverbera anche sulla dimensione politico-democratica. La società borghese ha sì conquistato la libertà di scelta, ottenuto il benessere materiale (nonostante le diseguaglianze), raggiunto il dominio della natura per mezzo della ragione. Nondimeno, obietta Lasch, ha smarrito un senso, un orientamento, che non solo poteva provenire dalla religione, ma anche da quelle istituzioni sociali, come la famiglia, che costituiscono l’ossatura di una società sana. Attraverso la vita in famiglia non si ritrova e fortifica solamente il senso di un fine comune per cui combattere quotidianamente, ma anche una capacità di responsabilizzare se stessi, di autolimitare i propri impulsi, i propri capricci. Favoriva la formazione di un “Super-io” che potrebbe evitare di distruggere la società dal proprio interno. Mediante la famiglia, insomma, vi è lo spazio per riscoprire che il presente poggia sul passato e, attraverso i figli, potrà sfociare nel futuro.

Siccome, argomenta Lasch, «la dissoluzione dell’autorità procura non la libertà ma nuove forme di dominio» (p. 228), al fine di evitare che si perpetui un super-Stato, che già domina e dirige non solo il corpo ma anche lo spirito delle persone, urge la riscoperta del ruolo preminente svolto dalla famiglia che sola è in grado di costituire una resistenza al potere. Allevando la capacità di autodirezione e di autocontrollo, in seno ad essa possono essere coltivati quei freni in grado di tenere sotto scacco l’espansione del potere medesimo. Come a dire che un istituto tradizionale come la famiglia si configura come concreto strumento di protezione del singolo, svolgendo quella funzione che il costituzionalismo liberale cercò sostanzialmente in uno Stato laico e secolarizzato. È evidente quanto lo studio dedicato da Lasch all’istituto famigliare si ponga quale necessaria premessa di un ripensamento radicale del liberalismo e del socialismo. Compito intellettuale al quale lo studioso americano si sarebbe dedicato nei quindici anni successivi alla pubblicazione di questo ancor vivo ed attuale libro, bello sin dal titolo, mantenuto sostanzialmente intatto anche in edizione italiana: Rifugio in un mondo senza cuore. La famiglia in stato d’assedio.

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