Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

Il pericolo della disintegrazione personale conduce alla percezione di un’individualità che non è né “sovrana” né “narcisistica”, bensì assediata.

Ch. Lasch

«In un’epoca di turbamenti la vita quotidiana diventa un esercizio di sopravvivenza. Gli uomini vivono alla giornata; raramente guardano al passato, perché temono d’essere sopraffatti da una debilitante “nostalgia”, e se volgono l’attenzione al futuro è soltanto per cercare di capire come scampare agli eventi disastrosi che ormai quasi tutti attendono. In queste condizioni l’identità personale è un lusso, e in un’epoca su cui incombe l’austerità, un lusso disdicevole. L’identità implica una storia personale, amici, una famiglia, il senso di appartenenza a un luogo. In stato d’assedio l’io si contrae, si riduce a un nucleo difensivo armato contro le avversità. L’equilibrio emotivo richiede un io minimo, non l’io sovrano di ieri».

Così Christopher Lasch nel 1984 apriva il suo ultimo volume della trilogia che potremmo definire “freudiana”: The Minimal Self. Psychic Survival in Troubled Times (in italiano tradotto per Feltrinelli, qui si fa riferimento all’edizione 2010; di recente ripubblicato da Neri Pozza). Con queste riflessioni egli infatti concludeva il ciclo apertosi nel 1977 con Haven in a Heartless World e proseguito nel 1979 con l’uscita di The Culture of Narcissism, tutte opere in cui impiegava un lessico di tipo psicoanalitico. Anzi, si può ben dire che il terzo volume sia quello più impregnato di elementi psicoanalitici. Non a caso, gli autori più citati sono Sigmund Freud e Herbert Marcuse. D’ora in avanti, suo interesse precipuo sarà ripensare le fondamenta di una società sana, e dunque una riflessione meno critica e oppositiva, e invece più connotata da una controproposta populistico-comunitaria all’ideologia liberal imperante. Controproposta basata sul rispetto dell’autorità e delle gerarchie, del senso civico, di continuità, di ordine, di radicamento, più frequentemente riscontrabili in comunità di piccole dimensioni e connotate dal principio di decentramento.

Il punto di partenza del libro è che l’io “narcisistico” non sia tanto, fraintendendolo, un io ripiegato su stesso, dunque egoista ed auto-centrato, giacché mirante all’espansione illimitata del proprio sé, quanto piuttosto un io confuso, disorientato e reso inquieto da ciò che lo circonda. Il cambiamento continuo, il senso di sradicamento promosso dal fenomeno della globalizzazione, il passaggio da un mondo fatto di esperienze e vissuti concreti ad una realtà in misura sempre maggiore mediata e filtrata da immagini – negli anni Ottanta la realtà virtuale di oggi era ancora ben lungi dal palesarsi – rendono la persona turbata e tendenzialmente amorfa.

Il perno dell’intero discorso laschiano, pertanto, non si risolve in una (a tratti) sterile contrapposizione tra posizioni liberal e communitarian sul rapporto tra “io” e “noi”, giacché ciò che preesiste a tale contrasto sono precisamente le condizioni della società in cui si vive. Lasch, allora, non si focalizza sul contrasto epistemologico – più teorico che pratico, come dimostrano posizioni piuttosto concilianti di alcuni dei protagonisti del dibattito: si pensi, ad esempio, al caso Rawls-Walzer – tra i fautori di un sé “disincarnato” o “sgombro” dal materiale comunitario e di un self impregnato di spirito e contenuti pre-individuali, quanto sulle condizioni reali di una società capitalistica che, a un tempo, erodono gli spazi di un’autentica formazione individuale nonché di definite pratiche collettive. È come se fossero venute meno le stesse possibilità per l’individuo di formarsi una individualità sua propria, irriducibile rispetto a quella dei propri simili, da un lato, e che possa concepirsi come parte di un tutto a cui si lega non solo per la stessa sostanza biologica, ma anche per il carattere caduco dell’esistenza umana, della cui consapevolezza il sentimento religioso offre preziosa testimonianza.

I richiami ad Hannah Arendt in Lasch sono a tratti forti: non è un caso che lo studioso americano scriva l’introduzione al numero monografico della rivista «Salmagundi», dedicato proprio ad Arendt [n. 60, On Hannah Arendt (Spring-Summer 1983), pp. IV-XVI]. L’incapacità individuale di sentirsi parte di qualcosa di più grande, di percepire il “mondo-in-comune” deriva da questo stato di cose fluttuante, informe e caratterizzato dal cambiamento senza fine che la contemporaneità promuove. Non vi è il tempo di fermarsi per pensare e riflettere sulla connessione vitale tra ieri e domani, giacché l’oggi ingloba in sé tutto il vivibile. La critica laschiana, come risulta chiaro, appare impregnata dell’analisi critica operata dalla Scuola di Francoforte. Si vedano gli argomenti di polemica: primato assoluto della ragione strumentale, culto della tecnica che costruisce un mondo in cui l’uomo perde la propria centralità, dominio delle grandi organizzazioni che costruiscono una realtà unidirezionale, libertà di scelta che si rivela fittizia giacché controllata dalla razionalità tecnologica e dai monopoli economici, manipolazione dei bisogni individuali.

Tuttavia, ad una strategia per così dire negativa, incorporata nel “Grande Rifiuto”, persino violento, come quella teorizzata da Herbert Marcuse (L’uomo a una dimensione, 1964), Lasch oppone una visione che vede nella riscoperta dei limiti della natura umana e nel senso di speranza alimentato dal trascendente le cifre del suo realismo morale. L’individuo, per essere davvero tale, deve giocoforza accettare i limiti che la natura gli ha imposto – e qui rientra il ruolo determinante svolto dal senso religioso: non essendovi assoluti terreni, l’uomo non può che accettare il proprio carattere effimero e precario –, senza dunque avere la presunzione di poter liberare e così seguire i propri bisogni istintuali repressi. Al principio del piacere assoluto, non represso ma liberato – come teorizzato da Marcuse in Eros e civiltà (1955) – Lasch contrappone lo spirito di sacrificio e di lealtà comunitaria, all’idea di liberazione oppone una libertà realisticamente intesa e dunque non assoluta e illimitata. Da conservatore culturale, insomma, il sociologo è ben consapevole dei limiti che la natura ha imposto agli uomini e, in virtù di tale ragione, non va alla ricerca di un mondo che vada al di là della realtà – un’utopia del piacere e del godimento, per così dire – ma vi rimane profondamente attaccato.

Ciò che si prefigge di sfatare nel volume, criticando pure il discorso tenuto dal presidente americano Jimmy Carter nel 1979 – “Crisis of Confidence” – , è il mito che vorrebbe il narcisismo la caratteristica patologica di chi cerca di espandere il proprio “io”. Si tratterebbe, secondo questa interpretazione di un “io” ipertrofico, dedito alla propria espansione. Nulla di tutto ciò, secondo Lasch. Certamente egli aveva in mente come una certa autoreferenzialità individuale stesse erodendo pratiche collettive e senso di comunità. Tuttavia, a suo dire, il narcisismo è piuttosto una vera e propria perdita dell’individualità, la quale «fa riferimento a un io minacciato dalla disintegrazione e da un senso di vuoto inferiore» (p. 37). L’io narcisistico, insomma, cerca di difendersi dalle minacce esterne, dalle pressioni esercitate dalla società capitalistica e consumistica mediante il ritiro in se stesso. Come sostiene Daniel Bell in The Cultural Contradictions of Capitalism (1976), la cultura del consumo incentiva e sostiene una ricerca del piacere e dell’edonismo. Ma ciò che coglie Lasch rispetto all’esponente neocon – tra l’altro, non poco hanno in comune i neo-conservatori con Lasch: su tutti, il senso morale che la famiglia promuove, vero bastione di un ordinamento moralmente sano, è che il consumismo ingenera uno stato complessivo e radicato di inquietudine e di ansia (cfr. G. Himmelfarb, The De-Moralization of Society: From Victorian Virtues to Modern Values, 1995; ID, One Nation, Two Cultures, 1999).

Tutto diviene oggetto di consumo, tutto viene giudicato su basi eminentemente utilitaristiche. In questo modo, viene meno quella durevolezza, quella resistenza degli oggetti nei quali le persone si riconoscono e dalle quali traggono parte del proprio significato. La stessa cultura s’identifica ormai col consumo; e dove ciò avviene, cioè pressoché ovunque ormai, decadono le condizioni basilari di un’esistenza un po’ meno piatta e scialba, e dunque umana. Come scrisse Hannah Arendt in un pensiero di rara bellezza, «la casa terrena diventa un mondo, nel vero senso della parola, solo quando le cose fabbricate, nella loro totalità, sono organizzate in modo da resistere all’usurante processo vitale degli uomini che l’abitano, così sopravvivendo a loro. Solo dove tale sopravvivenza sia assicurata si parlerà di cultura; solo dove si abbiano cose la cui esistenza è svincolata da ogni processo utilitario e funzionale e la cui qualità rimane sempre uguale – conclude Arendt – si parlerà di opere d’arte» (H. Arendt, La crisi della cultura: nella società e nella politica, in Tra passato e futuro, trad. it., Garzanti 2021, p. 271).

Dal canto suo, scrive Lasch: «La produzione di beni e il consumismo non alterano soltanto la percezione di sé ma anche quella del modo circostante» (p. 18). L’industrializzazione massiccia con la sua idea che ogni oggetto possa e debba essere rimpiazzato da sempre nuovi e migliori prodotti offre il panorama di un cambiamento incessante e senza fine. Il mondo perde consistenza e oggettività. L’io, dunque, smarrisce i punti di appoggio e il senso del limite, giacché ogni desiderio può essere più o meno appagato ogni volta, a piacimento. E questo sistema, argomenta il sociologo americano, non solo crea dipendenza nelle persone, ma le irretisce e fa loro smarrire un senso di fiducia in se stessi. Ciò che preoccupa di più l’Autore è che un manipolo di tecnici e pianificatori tendono a controllare la popolazione. I lavoratori sono ingranaggi di un meccanismo al di fuori del loro controllo, ne sono in pratica soggiogati. In tal senso, solo un’inversione di tendenza rispetto alla modernizzazione ossessiva, tramite un controllo sul lavoro più spostato verso i lavoratori medesimi, potrebbe ripristinare, a sua detta, condizioni per una vita meno meccanica e controllata dall’alto, e così più umana – similitudini possono essere trovate nel pensiero di Adriano Olivetti, per l’enfasi posta sulla umanizzazione dei rapporti di lavoro e la centralità accordata al lavoratore-uomo e non mera macchina; ma certamente Lasch, a differenza dell’imprenditore di Ivrea, era ben più diffidente dello sviluppo tecnologico, auspicando una società più rurale che vocata all’industria.

Un ruolo dirimente verso questa liberazione della fantasia e dell’immaginazione, in realtà controllata da ingegneri e tecnici, è stata secondo Lasch svolto dalla scienza. Come ha notato Eric Miller nella biografia intellettuale dedicata al pensatore americano (Hope in a Scattering Time. A life of Christopher Lasch, W.B. Eerdmans Publishing Company 2010), Lasch ha la tendenza a reificare e ipostatizzare i concetti. Così come è propenso a fare con il concetto di “società”, quasi che agisse, pensasse ed esistesse in sé, allo stesso modo è incline a procedere col concetto di “scienza”. Più che un metodo impiegato dall’uomo per cercare di migliorare il mondo, la scienza per Lasch diviene un meccanismo non guidato ma che guida gli uomini dove vuole. Essa, in ultima istanza, alimenta nell’uomo l’idea che illimitate siano le porte del progresso e illimitati i desideri che da essa possano essere esauditi. Inoltre, criticando in modo particolare John Dewey, la scienza e la visione progressista ad essa sottesa mina quei modi di pensare tradizionali e quei habits of the heart – per riprendere un’espressione di A. de Tocqueville, poi impiegata come titolo di un importante volume, assai apprezzato da Lasch, scritto da Robert Bellah e da suoi collaboratori e uscito nel 1985 – sradicando così caratteri tipici di società più umane e ostili all’omogeneizzazione culturale (cfr Ch. Lasch, Mass Culture Reconsidered, «Democracy», October 1981, pp. 7-22).

Questo cambiamento radicale nel modo di pensare e di agire, promosso dalla scienza, pone un ulteriore problema secondo Lasch. L’idea che si possa andare sempre oltre un limite, la pretesa che si amplino le vie della libertà di scelta comportano in realtà una riduzione del senso morale delle persone. Infatti, un mondo imperniato sul consumo e sul progresso scientifico da vita ad una società che fa della libertà di scegliere “tutto e subito” e della costante ed impaziente richiesta di sempre maggiori progressi una società deresponsabilizzata, incapace cioè di sostenere l’onere della scelta medesima. La libertà di scelta così intesa viene a configurarsi come un processo che guarda solo avanti, senza vedere che ogni scelta operata comporta impegni e responsabilità morali: «Ma se la scelta non implica più impegni e conseguenze – osserva salacemente l’Autore – la libertà di scelta si riduce in pratica a un’astensione della scelta stessa» (p. 24).

Scegliere, evidentemente, richiede la capacità di sobbarcarsi tutta una serie di conseguenze prevedibili e, soprattutto, imprevedibili, derivate dalle proprie azioni, a cui l’uomo, ebbro di progresso, non riesce più a far fronte. Ed è proprio per questa ragione che Lasch auspica un ritorno a comunità di ridotte dimensioni, tendenzialmente autosufficienti e basate sulla piccola proprietà, in cui l’uomo torni ad essere al centro, non già sostituito dal progresso, esercitando il proprio senso morale acquisito in famiglia e coltivato e fortificato nel “mondo-in-comune” di una polis rediviva. Il problema della società di massa, dunque, non è tanto la presenza delle “masse”, quanto, per dirla con Hannah Arendt, «l’essere questa una società di consumatori, dove il tempo libero non serve più per il perfezionamento di sé e l’acquisizione di un posto migliore nella società, bensì per aumentare sempre più i consumi e i divertimenti» (La crisi della cultura: nella società e nella politica, cit., p. 272).

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