Pierpaolo Naso è attualmente dottorando in Scienze Giuridiche e Politiche (XXXVII ciclo) presso l'Università "Guglielmo Marconi" di Roma; si è laureato in Scienze della Politica (LM-62) presso Sapienza Università di Roma; ha conseguito il Master universitario (secondo livello) in "Geopolitica e sicurezza globale" (Sapienza). Ha pubblicato un articolo presso la "Rivista della Cooperazione Giuridica Internazionale" (Aracne), recensioni presso il "Semestrale di Studi e Ricerche di Geografia" (Sapienza), "Rassegna Siciliana di Storia e Cultura" (ISSPE), "Politica & Società. Periodico di filosofia politica e studi sociali" (Il Mulino), "Ricerche di Storia Politica" (Il Mulino), "Rivista di Studi Politici Internazionali" (Studium), "Il Pensiero Politico. Rivista di Storia delle Idee Politiche e Sociali" (Olschki) e "Il Politico. Rivista italiana di scienze politiche" (Pagepress).

Recensione a
E. Jünger, La Grande Madre. Meditazioni mediterranee
a cura di M. Bosincu
Le Lettere, Firenze 2021, pp. 214, € 15,00.

Vi sono luoghi-simbolo, o meglio regioni geografiche che diventano regioni dell’anima per gli uomini più sensibili. È il caso di Ernst Jünger, di cui la casa editrice Le Lettere ha raccolto di recente un’antologia intitolata La Grande Madre. Meditazioni mediterranee, con la curatela ed un saggio introduttivo di Mario Bosincu. Dello scrittore tedesco sono già noti diversi diari e romanzi ambientati sul Mediterraneo; ne citiamo alcuni pubblicati in lingua italiana: Ludi africani (Guanda), Viaggi in Sicilia (Sellerio), Sulle scogliere di marmo (Guanda) ed Autunno in Sardegna (Le Lettere). Pertanto, anche ne Il nodo di Gordio. Dialogo su Oriente e Occidente nella storia del mondo (il Mulino) di Jünger e Carl Schmitt vi sono rifermenti al “crocevia” mediterraneo.

Sfogliare i libri di Jünger significa “leggere” il Novecento: non soltanto a causa della sua vita longeva e rocambolesca (1895-1998), ma anche per aver compreso e teorizzato pienamente il secolo del nichilismo, tanto auspicato da Friedrich Nietzsche e ripensato da Jünger stesso in compagnia di Martin Heidegger ed altri autori affini. Per questo, non mancarono rimandi all’opera di Oswald Spengler, a partire dai concetti nietzschiani di Kultur e Zivilisation, riscontrabili altresì in Thomas Mann. A seguito della tragica esperienza della prima guerra mondiale, lo Jünger delle Tempeste d’acciaio (1920) e della Mobilitazione totale (1930) spiegò ciò che la tecnica stava generando in modo sempre più disumanizzante e massificante: ovvero l’avvento di un nuovo tipo umano, l’Operaio (1932), identificabile come figura “titanica” del secolo XIX. Da qui, osservando la successiva realizzazione di ordigni atomici da parte delle superpotenze mondiali, parallelamente alla pacificazione democratica forzata, ci si renderà conto di come il conflitto bellico sia divenuto un mero strumento moralistico, impersonale e meccanizzato, in vista della creazione di un mondo unipolare: concetto ampiamente condiviso da Schmitt. Nel secondo dopoguerra, si può riscontrare uno Jünger diverso, se vogliamo più “maturo”, ma desideroso di libertà, di «passare al bosco», di rinascere, dichiarandosi apertamente ostile alla «macchina»: molti contenuti di quest’antologia non sono diversi da quelli espressi in Der Waldgang (1955). Umanità, fauna e flora sono descritte da Jünger con molta più enfasi delle piacevoli memorie goethiane, poiché egli ritrova nel Mediterraneo un rifugio spirituale ed un’alternativa metafisica al presente sofferto.

Sulle coste del Mediterraneo, la modernità tecnologico-scientifica sembra non essersi ancora imposta. Tra «fuga» (rivoluzionaria) e «ritorno» (conservatore), la ricerca interiore del viaggiatore si adempie pienamente in questi luoghi: le coste sabbiose o frastagliate di scogli, le colline desertiche o alberate, la siccità da una parte e la ricchezza gastronomica dall’altra, i monumenti storici assediati dalla vegetazione selvatica, divengono metafore dell’interiorità e della storia umana. Lo scrittore qui portò avanti anche i suoi studi entomologici, oltre che avere l’occasione di dialogare con persone umili ma portatrici di una vitalità antica e autentica. Mentre russi e statunitensi disputavano la conquista dell’aerospazio, nel Mediterraneo come in altre incontaminate parti del globo, permanevano comunità dedite alla pastorizia, alla pesca, alla caccia ed all’agricoltura più semplice: vi erano uomini e donne indifferenti di fronte a tutto ciò che si svolgeva all’esterno della loro dimensione spaziale terrestre. Eppure, a malincuore l’Autore si accorse di come elettricità, televisione ed automobili man mano giungevano in queste contrade, coinvolgendo e sconvolgendo prepotentemente la quotidianità delle diverse generazioni.

Con il realismo di sempre, il “maturo” Jünger intendeva superare il nichilismo, in favore di una nuova Weltanshauung mistica e religiosa: ricordiamo in proposito la rilevante influenza dello storico romeno Mircea Eliade. Jünger riflette sul distacco dell’uomo dalla dimensione trascendentale e divina, legandosi alle forze titaniche della natura, trasformate per fini materialistici e speculativi. La scienza così va in conflitto con la natura domata – ma di nuovo ribelle –, mentre l’uomo si ritrova ingenuamente sottomesso alla tecnica che egli stesso ha creato: «Il progresso si sottrae ad ogni controllo. […] Il mondo degli apparecchi automatici è assolutamente non-apollineo» (p. 125). Jünger sembra allontanarsi dalle estreme disillusioni nietzschiane, utilizzandone tuttavia il metodo per demistificare le concezioni dominanti, così come condividendo la morfologia sincronica della storia in Spengler, ossia quella visione ciclica-biologica di civiltà localizzate da opporre alla visione lineare di un’umanità astratta.

In quel tempo, lo scrittore, già preoccupato delle devastazioni ambientali, provò simpatia per la formazione dei movimenti giovanili ecologisti. Jünger comprese che, in Germania come nel resto del mondo, le cecità opportunistiche dell’industrialismo e della finanza avrebbero causato danni irreparabili all’ambiente ed alla salute. L’albero (1962) è uno scritto essenziale sul tema: «l’albero appartiene al mondo del Padre o della Madre? A questa domanda non è possibile rispondere con una sola frase. Ci piace annoverare la sua altezza tra gli attributi del Padre e la profondità delle sue radici tra quelli della Madre» (p. 128). Non esiste dunque nel creato uno scontro tra l’elemento maschile e femminile, quanto invece si sviluppa una relazione organica ed inscindibile tra le due entità vitali; e nell’insieme boschivo vi è una parentela di spirito più che di sangue. Nella selva, l’uomo che guarda verticalmente, noterà come il cielo venga filtrato da intensi colori del tutto assenti nella metropoli: gli alberi che hanno donato «protezione», ora meritano di essere difesi. Suggestioni, purtroppo, difficilmente comprensibili in un’«epoca ostile all’albero», dove piuttosto prevalgono il «livellamento» orizzontale e l’«accelerazione» di massa in vista del profitto economico. L’era della materia è nemica di ciò che è sacro. Analogamente, decadenza della fede significa decadenza dell’arte, quest’ultima sempre più manchevole di spirito e di originalità. Ciò si deduce dallo scritto – da pagina 140 a pagina 160 del presente libro – sulle Pietre (1966). Con sorprendente lucidità, Jünger si sofferma sui fenomeni geologici, per poi passare al fatto che, in quanto “materia” storica, la pietra – parimenti alla fonte scritta – ha permesso agli studiosi di poter conoscere il passato: attraverso essa, le comunità hanno potuto non soltanto costruire dei solidi rifugi di necessità, ma soprattutto attribuire un significato fondativo alla casa, al tempio, alla chiesa, alle tombe, alle mura cittadine, alle decorazioni, ai mosaici, alle statue, ecc. La pietra segna il tempo storico e la legge di un determinato paesaggio.

Infine, di Jünger vengono riediti nel volume alcuni passaggi sull’interpretazione della narrazione biblica e cristiana, e sulla nozione di «metamorfosi degli dèi» ripresa da Leopold Ziegler. Al soggetto divino torna a contrapporsi il titano: ciononostante si constata che, nella civilizzazione più recente, in cui l’Arbeiter va considerato come «Prometeo» contemporaneo (p. 200), l’irruenza della tecnica riporterebbe i popoli ad un livello primitivo (fellahim), – condividendo ancora Spengler –, poiché impotenti ed incapaci a creare un’identità storica. Nel complesso, questo libro antologico ha un pregevole indirizzo di lettura e fornisce un approfondimento inedito sul vasto pensiero jüngeriano, come sempre, attuale ed esule da banalità.

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