Piero Buscioni (1973) si è laureato in Storia della critica e della storiografia letteraria presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze. Attualmente insegna lettere nelle scuole superiori. Aforista, poeta ed autore di saggi, ha scritto su riviste, quali «Erba d’Arno», «Nuova Antologia», «Hebenon», «La Clessidra», «Caffè Michelangiolo». Nel 2003 ha fondato, con amici, la rivista trimestrale «il Fuoco». È collaboratore de «il Portolano». Suoi aforismi sono stati scelti da Guido Ceronetti per il quotidiano “la Stampa”. Ha pubblicato la monografia Il rabdomante delle acque di Siloe. Studio su Arrigo Levasti (2000), l’antologia Tributo minimo al novecento italiano in sedici schegge (2004), la raccolta poetica Fa’ luce ti prego fino all’anima (2009), il saggio Parole per un altro amore. Scritti sul cinema (pref. di M. Guzzi, 2013), le raccolte Aforismi per la fine del mondo (2018; vincitore del Premio internazionale per l’aforisma “Torino in sintesi” – sezione editi) e Tra cielo e terra (pref. di A. Castronuovo, 2021).
Il ventidue gennaio del corrente anno, in Roma, Sergio Bazzini, uomo di cinema e di spirito, è morto. Era nato a Pistoia, il ventisei febbraio del 1935. Ancora un mese e quattro giorni dunque e sarebbero stati novant’anni. Non era, d’altronde, di “famiglia moritura” – per citare Berlinguer ti voglio bene, di Giuseppe Bertolucci (quello bravo) – avendo la di lui madre, la mitica Eda, di slancio superato i cento anni. Avrei potuto eufemisticamente dire “è scomparso”, “è mancato all’affetto dei suoi cari”, o ancora “è venuto a mancare” (ed è questo invero un curiosissimo costrutto), ma “è morto” mi suona troppo più reale, più solenne, nonché, in un certo paradossale senso, più vitale. E Sergio, che ho avuto la ventura di conoscere e con cui mi fregio di esser stato legato da un’amicizia a un dipresso trentennale (ma certe amicizie, più che legare, liberano), sarebbe, ne sono certo, d’accordo con me.
Nato a Pistoia, dicevo, e a Pistoia cresciuto, in quella straordinaria ed anzi unica fucina di talenti che fu Pistoia negli anni sessanta del secolo ventesimo, innamorato del cinema ma altresì del jazz, di Louis Armstrong e di Bix Beiderbecke (leggenda vuole che abbia scagliato la tromba non so da quale piano di quale stabile o palazzo avendo drammaticamente realizzato come le sue labbra non fossero allo strumento acconce), nel 1963, chiamato dalla decima musa, si trasferisce a Roma. «A Roma», soleva ripetere, «puoi pensare». E nella città eterna diventa quello che a Pistoia sarebbe restato in potenza: uno sceneggiatore di genio. Citiamo, dalla cospicua messe di film che in questa veste firma, alcuni fra i rimarchevoli: Grazie zia, di Salvatore Samperi (a proposito del quale una volta, a me e ad altri presenti, confidò: «Gliel’ho fatto tutto io». Ossia il film a Samperi); quell’arduo e quintessenzialmente bazziniano capo d’opera che è Dillinger è morto, autentica pietra miliare del cinema italiano, di Marco Ferreri, il cui titolo mi ha ispirato per il titolo di questo omaggio; sempre di Ferreri Il seme dell’uomo; I tulipani di Haarlem di Franco Brusati; Vento dell’est di Jean-Luc Godard; Marcia trionfale, di Marco Bellocchio; e ancora, di Mauro Bolognini, Fatti di gente perbene e L’eredità Ferramonti. Su un suo proprio soggetto inoltre realizza anche un film come regista, Donna è bello (co-sceneggiato con Silvano Agosti), il titolo del quale diventa un fortunato slogan; più fortunato, a onor del vero, del film medesimo.
A latere dell’attività di sceneggiatore, che ha inoppugnabilmente consegnato Bazzini alla storia del cinema, ricordiamo altresì le due prove letterarie che il nostro ci lascia: Pistoia Honolulu e Cadaveri a colazione. Le due prove che hanno visto la luce, giacché ragguardevole è la quantità di inediti che Bazzini ha prodotto nel corso degli anni; molti dei quali ho avuto io stesso il privilegio di leggere. Pistoia Honolulu avrebbe potuto recare il sottotitolo: quadri di vita di provincia. Ed è in effetti una eloquente epitome di vita pistoiese degli anni che furono, un compendio di vitellonismo acre e risentito, dove inestricabilmente si intrecciano note comiche, drammatiche e grottesche, ilarità e cognizione del dolore, impotenza e tensione creativa, senso di prigionia, di asfissia provinciale e salvifico istinto di evasione. Con quella ineffabile quidditas di pistoiesità che fa della degna tana di dantesca memoria un luogo unico sotto il cielo della luna. Pistoia, la città dello sfavìo, concetto e sentimento altrove non mai pienamente intelligibile, neanche a Firenze, dove se ne conosce una versione annacquata, una declinazione o variante in certo senso edulcorata. Sfavìo, dal suddetto libro tracimante, che sta a Pistoia come lo spleen baudelairiano sta a Parigi. Pistoia-Honolulu è stato definito un romanzo; ma Bazzini aveva il cinema nel sangue; dunque io ritengo che tale libro sia piuttosto lo straordinario soggetto di un film irrealizzato.
Prefazionando, in forma di lettera a Sergio, l’altro scritto suo letterario, Cadaveri a colazione. Poesie dall’aldiqua e poemetti in prosa, alcuni anni fa scrivevo: «Questo tuo ultimo singolarissimo lavoro – sorta di prosimetro, ovvero mescidanza di frammenti lirici e prosastici, e di ricerca del tempo perduto –, l’ho precipuamente accolto e letto come un’ulteriore tappa del tuo cammino intellettuale e spirituale; della tua inesausta, encomiabile opera di investigazione, che, per alludere fra l’altro al tuo (e anche mio) amato Rudolf Steiner, potremmo chiamare antropoteosofica».
Sì, perché negli anni Sergio Bazzini – ingegno caustico e paradossale e già straordinario scrittore di cinema – questo era divenuto: un sincero cercatore spirituale, un indagatore dell’oltre, un solitario, appassionato apprendista della trascendenza e del mistero; cui mi pare consuonino le parole altissime e sempre rivelative di Kraus: «Pazienza, voi ricercatori! Il mistero sarà illuminato dalla sua propria luce». Del resto l’arte – se è vera arte – è anche ricerca spirituale; è, potremmo dire, ricerca spirituale condotta con altri mezzi. C’è tra questi due domini dell’essere umano una irrefutabile contiguità, una potente affinità elettiva; ancorché mai una perfetta coincidenza. Quello che comunque Sergio Bazzini (cui non ho rivolto quella ridicola e ad oggi onnirisonante formula “buon viaggio”, di cui senz’altro avremmo riso insieme, come se entrare nell’insondabile fosse una sorta di scampagnata ad libitum, di gita fuori porta a tempo indeterminato e uguale per tutti) sapeva con granitica certezza è che fatti non fummo per viver come bruti, ma appunto per seguire virtù e conoscenza. E conoscenza è, naturalmente, anche e soprattutto conoscenza, o quanto meno nostalgia – qui sempre immedicabile – dell’altrove. Perché se è vero, com’è vero, che non tutto finisce con la morte, è altresì vero che non tutto con la morte comincia; ossia occorre iniziare qui a ricercare un senso, una ragione profonda ed assoluta. È in vita che occorre, platonicamente, esercitarsi a morire. E questa è stata la magistrale lezione di Sergio Bazzini, che è poi la lezione di tutti i migliori: coltivare l’arte e coltivare lo spirito. Perché in verità non c’è molto altro da fare in questo mondo.