Cristian Leone (1992) si è laureato all’Università di Roma Tre nel 2015 in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, conseguendo poi la laurea magistrale in Storia e Società nel luglio del 2018. Attualmente è dottorando di ricerca presso l’Università degli studi Guglielmo Marconi di Roma. Ha pubblicato La via di Sorel al socialismo (pref. di D. Breschi, Luni Editrice, Milano 2022).

Recensione a
M. Fini, Il vizio oscuro dell’Occidente
Marsilio, Venezia 2012, pp. 217, €12,00.

Il vizio oscuro dell’Occidente rappresenta un’opera importante per chiunque voglia leggere in modo critico quelle che sono le dinamiche caratterizzanti la moderna società occidentale. L’Occidente inteso dall’autore è quello basato sulla democrazia parlamentare e sulla sacralità del libero mercato. È il modello americano ad essersi imposto e ad aver trionfato nel mondo, sconfiggendo prima il fascismo e dopo il comunismo. Dalla critica del mondialismo e della globalizzazione alla pretesa totalitaria dell’Occidente, passando per l’analisi antropologica dell’homo oeconomicus, l’autore descrive l’odierna società liberal-capitalista, mettendone in evidenza le contraddizioni e sfatando il mito del “migliore dei mondi possibili”.

Il testo di Massimo Fini vuole dimostrare come in realtà, dietro i valori apparenti di libertà, giustizia e uguaglianza, il sistema occidentale, identificato nel modello americano, possiede intrinsecamente un lato totalitario in cui il dominio non è del popolo ma appartiene a un sistema di oligarchie, politiche ed economiche. Il «vizio oscuro» dell’Occidente è rappresentato dalla sua «pretesa totalizzante», dalla sua volontà di omologare l’«intero esistente» al proprio modello economico, sociale, valoriale, il cui «involucro legittimante» è la democrazia: «L’Occidente si percepisce come “cultura superiore” (che altro non è che una declinazione del razzismo classico, diventato indicibile dopo l’esperienza nazista), crede di aver creato “il migliore dei mondi possibili”, di possedere valori assoluti e di avere quindi non solo il diritto ma il dovere di insegnare la buona educazione a popoli che hanno storie, tradizioni, costumi, senso dei legami e della famiglia, concezioni della vita e della morte completamente diverse dalle nostre. L’Occidente non è più in grado di accettare il diritto all’esistenza e la dignità dell’“altro da sé”» (p. 10).

L’Occidente descritto da Fini è «fondamentalista», «totalitario» e «integralista», imbevuto di una presunta superiorità, non può concepire il dialogo con il diverso. Esiste una pretesa manichea per cui l’Occidente, espressione del sommo Bene, è continuamente in lotta contro il Male, incarnato da qualsiasi sistema divergente dal proprio. È in quest’ottica che vanno considerati tutti i conflitti condotti dagli Stati Uniti dal secondo dopoguerra ad oggi.

Dalla guerra del Golfo alla Libia, passando per Serbia, Afghanistan e Iraq, l’autore focalizza la sua attenzione su quei conflitti che, dietro la formale motivazione della salvaguardia dei diritti umani, hanno portato gli Stati Uniti ad abbattere governi ostili alle loro politiche e ideologicamente inconciliabili con l’american way of life: «L’Occidente non concepisce e non tollera “l’altro da sé” che, in un modo o nell’altro, con le buone o con le cattive, per ragioni che di volta in volta sono economiche o etiche o umanitarie, deve essere omologato al modello egemone che si considera, per dirla con il Candide di Voltaire, “il migliore dei mondi possibili”» (p. 17). Fini, tra i vari esempi, è particolarmente attratto dal Mullah Omar, descrivendolo come antitetico e quindi pericoloso per il sistema capitalistico: «Il Mullah Omar era l’Orrore, più di Bin Laden, più di Saddam, più di qualsiasi tiranno e tirannello mediorientale, col quale si può sempre venire a patti. Perché era veramente l’“l’altro da sé”, l’alieno, il mostro. Osava proporre, nell’era della modernità trionfante, avanzante e conquistante, una sorta di “Medioevo sostenibile”, cioè una società regolata sul piano del costume da leggi arcaiche, risalenti al VII secolo arabo-musulmano, non del tutto aliena però da far proprie alcune mirate e limitate conquiste tecnologiche» (p. 51). Eliminazione del nemico politico e acquisizione di nuovi mercati, sono questi i motivi che, secondo Fini, inducono gli americani ad esportare la democrazia nel resto del mondo.

Questa imposizione internazionale del proprio sistema comporta inevitabilmente una distruzione delle tradizioni locali e un’omologazione all’unico modello ritenuto legittimo, quello occidentale: «L’uomo che vive nel “migliore dei mondi possibili” sconta poi una paurosa perdita di identità. L’omologazione è una conseguenza ovvia della globalizzazione e della mondializzazione che esigono e presuppongono una omogeneità, omogeneità di stili di vita, di consumi, di istituzioni» (p. 65). Lo smarrimento dell’individuo, tuttavia, non è una conseguenza esclusiva dei paesi in cui viene imposta la democrazia, ma è un tratto caratterizzante lo stesso uomo occidentale. Rivoluzione francese e rivoluzione industriale sono i due eventi che determinano il passaggio alla modernità. La libertà proclamata dalla borghesia è solo solitudine e abbandono a sé stesso, perché dietro l’epifenomeno democratico si nasconde il trionfo dell’elemento economico. Il mondo pre-industriale, strutturato in ceti, è caratterizzato da una sua stabilità, ogni uomo, sia esso povero o marginale, ha una parte, un posto, un ruolo, un senso, non è un semplice spettatore, un numero, un consumatore. La borghesia smantella il sistema feudale basato sulle caste e gli sostituisce il concetto di cittadinanza, che implica il diritto all’uguaglianza in una società non più cetuale. Il diritto all’uguaglianza, proclamato dalla nuova classe dirigente, non viene però di fatto garantito, in quanto le disparità sia economiche che sociali restano invariate, se non aumentate. La disuguaglianza, se può essere accettata in una società divisa in ordini in cui essa è codificata e legittimata, non viene però sopportata in uno Stato dove esiste il diritto teorico all’uguaglianza sancito dalla legge. L’individuo economicamente indigente, in una società basata sulla ricchezza come metro di valore sociale, vive in uno stato totale di frustrazione e di abbandono. Questo stato di insoddisfazione e di alienazione è però funzionale al sistema economico, perché spinge l’individuo al consumo, all’acquisto di beni che rappresentano dei “simboli di stato”, cioè oggetti che dimostrano la condizione economico-sociale della persona che li possiede: «Questa frustrazione e questa invidia sono gli ingredienti indispensabili alla società liberal-industrialista perché innescano quella corsa senza fine verso simboli di stato, cioè verso l’acquisto di beni, fossero anche i più inutili (come il recentissimo water giapponese che misura automaticamente il livello di zuccheri nell’urina, è dotato di elettrodi che vellicano le chiappe, riproduce il suono di sei colonne sonore e, infine, saluta l’utente alzando il coperchio), verso un benessere che deve essere continuamente superato, necessario a tenere in piedi l’intero ambaradan» (pp. 68-69). L’acquisto di determinati beni (status symbol) è l’elemento caratterizzante il sistema liberal-capitalista perché l’individuo può così proiettare all’esterno l’immagine del successo sociale. Nasce un nuovo tipo antropologico di uomo che Fini definisce come il «Grande consumatore». Il singolo che vive la sua bassa condizione sociale con un senso di inferiorità, mira a modellarsi sui canoni espressi da chi sta al vertice della gerarchia, tende, dunque, come unico fine, a innalzare il suo tenore di vita.

Da Nietzsche a Polanyi l’autore non solo tratteggia il carattere aggressivo della democrazia americana, il suo «vizio oscuro», ma approfondisce la genesi e la mentalità sottesa all’odierno sistema capitalistico. Poche pagine, chiare, dirette, concise, indispensabili per chiunque voglia indagare in modo critico cosa si nasconde sotto il velo delle libertà individuali e dietro la retorica del “migliore dei mondi possibili”.

 

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