Matteo Antonio Napolitano è dottore di ricerca in Geopolitica e Geoeconomia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi Niccolò Cusano di Roma, con tesi in Storia contemporanea.

Recensione a
D. Breschi, A. Ercolani, A. Macchia (a cura di), Il tramonto degli imperi (1918-2018)
Aracne, Canterano (RM) 2020, pp. 288, €15,00.

Quando si pensa ad un impero, traducendo i frammenti di ricordi degli anni scolastici, le prime immagini ci riportano verso estensioni geografiche immense – sulle quali spesso si diceva che “non tramontasse mai il sole” –, all’interno di una certa dimensione ideale del potere e del suo esercizio, alle gesta di figure divenute eroiche, ma anche alle crisi, al declino, ai fallimenti, ai definitivi crolli in alcuni casi preventivabili, altre volte improvvisi e inaspettati. Solo nel Novecento, però, «le date storiche si sono impadronite con tanta voracità dell’esistenza di ciascuno». È il giudizio, quest’ultimo, dello scrittore ceco-francese Milan Kundera che, nella polifonica opera L’ignoran­za (Adelphi, Milano 2001, p. 16), tratta non per caso del crollo dell’impero sovietico, in particolare delle modificazioni intervenute, dopo il 1989, nella quotidianità di quanti, fuggiti dal giogo di Mosca negli anni più duri del bipolarismo, vissero da esuli in terra straniera.

Il volume curato da Danilo Breschi, Antonella Ercolani e Antonio Macchia si fa carico della “sentenza” kunderiana per indagare con approccio comparatistico e multidisciplinare, a distanza di cento anni, il tramonto degli imperi seguito alla Grande Guerra e, con esso, la profonda e duratura crisi dell’Europa e dell’Occidente che ne scaturì. Il lavoro, frutto di un Convegno tenutosi a Roma nel novembre 2018, organizzato dall’Università degli Studi Internazionali (UNINT), si presenta al lettore con tratti eterogenei e un respiro tematico dialogico, favorito senz’altro dai molteplici spunti scientifici derivabili dal tema. Il punto di partenza è comune: il 1918, lo “spartiacque”, la data a partire dalla quale gli europei e gli occidentali – sommersi prima e poi sopravvissuti alla catastrofe – guardandosi nello specchio stentarono a riconoscersi secondo il rimembrare della loro precedente fisionomia. Le secolari consuetudini lasciarono invero il passo al tratto incerto, le poderose strutture dei mosaici imperiali a tante realtà nazionali, i fermenti dei belligeranti a una pace tortuosa.

Il testo ripercorre il declino dei quattro grandi imperi – austro-ungarico, russo, tedesco e ottomano –, con molte contaminazioni di primissimo rilievo derivanti da suggestioni contemporanee. L’obiettivo infatti è gettare uno sguardo critico anche ai tempi più recenti, al momento in cui – riprendendo un noto titolo dello storico delle relazioni internazionali Ennio Di Nolfo – è maturato il passaggio Dagli imperi militari agli imperi tecnologici (Laterza, Roma-Bari 202011), comprensibile solo mediante un’attenta analisi sia delle vicende interne ai singoli contesti all’inizio del XX secolo, sia degli aspetti culturali e geopolitici.

Nel saggio di apertura, Stéphane Pesnel analizza – con il piglio del fine letterato e uno spirito da anatomista – i valori, le resistenze e le circostanze storiche che gravarono sul crollo dell’impero austro-ungarico (definizione condivisa da Pesnel); un impero d’altro canto considerato sull’altra sponda dell’Adriatico, nel 1915, tutt’altro che morente – si veda l’origine della questione legata al porto di Fiume, al quale l’Italia rinunciò per evitare di rimettere in discussione Trieste con l’Austria-Ungheria, presumendo dunque la sua esistenza postbellica – e ancora in grado, nelle fasi terminali, di ipotizzare pur senza successo soluzioni risolutive per la propria sopravvivenza (è il caso del tentativo federale). Le letture di Giorgio Del Zanna e Roberto Valle, rispettivamente sulla fine degli imperi ottomano e russo, si incentrano su un gioco di intrecci tra le divergenti percezioni della crisi, in un’interpretazione potremmo dire plurale, intessuta sulle ragioni dei vincitori, ma anche su quelle dei vinti. Giovanna Cigliano conferma l’approccio analitico multilivello per guardare alle cause storiche del crollo dell’impero russo, alle tesi – politiche, sociali, economiche –, alle antitesi e alla sintesi portata, in un primo momento, dalla conflagrazione del 1914 e successivamente dagli eventi del 1917 fino al post Brest-Litovsk. Di intervento di sintesi si può parlare anche nel caso del lavoro di Alberto Basciani, che compie uno sforzo interpretativo comparatistico sul declino degli imperi asburgico, zarista e ottomano, nel quale si cerca di vedere come la spinta modernizzatrice («On the eve of war, any observer could rightly say that this was the world of Empires», p. 80) fu, nei tre casi, la scossa che mosse le faglie e quindi le corde profonde di un destino ancora in parte sotterraneo nel 1914, ma pronto ad emergere («the central issue was their inherent fragility rather than their strength», ibidem). Bisogna ad ogni modo precisare che, quest’ultimo elemento antinomico, è presente – palesemente o meno – in tutti i saggi del libro.

Allargando lo sguardo sulle conseguenze del tramonto degli imperi, gli scritti di Ciro Sbailò e Antonella Ercolani sottolineano in modo originale quali lezioni l’Europa attuale può apprendere dal 1918-1919: il primo, partendo dalle difficoltà sistemiche che vanificarono l’esperienza comunque progressista di Weimar – affossata dalla crisi del 1929 e proprio da quel Führerprinzip che aveva tentato di rielaborare criticamente –; la seconda, invece, dal Requiem di François Fejtö, nutrito non dalla nostalgia nei confronti dell’impero austro-ungarico, ma dalla voglia di riaffermare il ruolo della storia, scevra da pregiudizi e personalismi, e la concretezza dell’esperienza (o meglio, nel caso di Fejtö, «di un’occasione mancata»). Con i lavori di Alfredo Breccia e Andrea Frangioni appare la vivida immagine dell’ordine internazionale seguito al primo conflitto mondiale, con le sue contraddizioni e il primo affacciarsi di nuovi protagonisti, gli attori delle manifestazioni imperiali future sotto altre forme, in particolare gli Stati Uniti.

Proseguendo nel volo d’uccello sui contenuti, gli interventi di Danilo Breschi e Stefano Procacci, condividendo una base logica fondata sulla radicalizzazione sconvolgente nell’approccio al cambiamento derivata dalla Prima guerra mondiale, si inoltrano nel contesto politico-culturale (i Figli del 1918 di Breschi) e nelle trasformazioni semantiche dello spazio politico seguite alle «“guerre costituenti” o di sistema», quale fu anche la Grande Guerra (nelle parole dello stesso Procacci), e quindi intervenute con l’irrompere della modernità. Sul filone delle letture storiografiche “endogene”, lontane dall’eurocentrismo interpretativo dominante nelle nostre scuole e accademie, si collocano i contributi di Angelo Iacovella sulla crisi ottomana nell’opera dello storico e poligrafo siriano Kurd ‘Alî e di Giovanni Codevilla sull’ortodossia al tramonto dell’impero russo. Questi ultimi due lavori contribuiscono ancor più a caratterizzare l’opera in esame come un vero e proprio coro di voci. Il testo di Massimiliano Valente, esperto di politica internazionale della Santa Sede, fornisce una chiave prospettica partendo dall’atteggiamento diplomatico del papato prima di fronte alla guerra e poi dinanzi ai mutamenti della fase successiva, quando, con realismo e senza retoriche, l’attenzione venne rivolta alla Turchia kemalista e ai rapporti interreligiosi, alla Russia bolscevica e ai precari equilibri della pace europea disegnata dalle grandi potenze a Versailles.

Uno dei principali fili conduttori del volume resta, in ogni caso, la reazione culturale allo sconvolgimento identitario europeo e occidentale, a dimostrarlo sono ancora i saggi di Domenico Conte, sui libri che chiama con aggettivo efficace carismatici – il riferimento è alle note opere di Oswald Spengler e Ernst Jünger –, e di Marino Freschi sui tanto suggestivi e simbolici, quanto drammatici e significativi tramonti tedeschi. Il volume si chiude con un saggio di Antonio Macchia sulla caduta del Muro di Berlino, dunque sulla fase successiva al crollo dell’Urss, e sull’affermarsi – senza trascurare le più recenti pulsioni di Pechino – del nuovo unipolarismo di matrice imperial-statunitense. Proprio dopo l’89 – l’anno del Muro, delle piazze dell’Europa centro-orientale, ma anche di piazza Tian’anmen –, Francis Fukuyama parlò di fine della storia, in un’ottica ancora legata alla staticità propria delle relazioni internazionali bipolari. Alla fine della storia rispose infatti Robert Kagan, che al contrario parlò, quasi a stringere la mano di Vico, di ritorno della storia e di fine del sogno. Un altro sognare si era però spento già nel 1918, quando, seppure non finì, per molti sembrò davvero crollare la storia. Ma, anche quella volta, si trattava del tramonto di una storia e dell’inizio di una nuova, ampia introduzione ad una serie non facilmente semplificabile e definibile di capitoli, tra le chiavi di lettura dei quali si inserisce, con successo e acume logico-costruttivo, il volume curato da Breschi, Ercolani e Macchia.

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