Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.

Recensione a
AA.VV., La sfida dei liberalconservatori. Una opportunità per l’Italia
la Bussola, Roma 2022, pp. 140, € 12.00.

Nel 1953, Richard M. Weaver, uno dei tanti pensatori conservatori semisconosciuti nel nostro Paese – o deliberatamente posto nell’angolo, in quanto bastian contrario rispetto allo Zeitgeist liberal – dava alle stampe un importante volume, The Ethics of Rhetoric. In seno ad esso, il pensatore che insegnò all’Università di Chicago fino alla propria scomparsa nel 1963, ma che in realtà era un epigono dei cosiddetti Southern Agrarians, sceverò tra due tipi di parole o termini, i «god terms» e i «devil terms». Gli uni lo specchio degli altri, i primi a ben vedere rispecchiano quelli che sono i valori socio-politici centrali di un’epoca. Così, il sostantivo “democrazia” e relativo aggettivo “democratico”, “progresso” (e “progressista”), “scienza” (e “scientifico”). E si potrebbe ancora seguitare: ma il punto è che tutte queste parole, ammantate quasi di sacertà, vanno ad assumere un ruolo di primo piano nel modellare lo spirito del tempo di una comunità. Allo stesso tempo, “aristocrazia”, “conservazione” e “religione” (e relativi aggettivi) non sono che i poli negativi che vanno banditi dal discorso, oppure demonizzati, in quanto collidono con i cruciali valori storico-sociali che non possono essere messi in questione.

Così è oggi, in particolare, col termine “progressista”, qualsiasi cosa esso, alla fine, voglia significare. Poiché, come scriveva Weaver, proprio queste parole divenute vocaboli “para-religiosi” non assumono un referente chiaro, definito e comprensibile: il loro semplice utilizzo pone chi le utilizza quasi aprioristicamente in una posizione di sommo favore, ed è nella loro vaga astrattezza che risiede la loro forza. La loro potenza, in altre parole, sta per l’appunto nella loro capacità di unire chi vi si identifica dalla parte dei giusti. Secondo il pensatore americano, nativo della North Carolina, il linguaggio va però impiegato con cautela e accortezza, giacché è anche, e forse soprattutto, attraverso esso che il mondo umano viene ordinato: un popolo che utilizza una lingua che perde chiarezza e comprensibilità rischia di smarrire se stesso e l’ordine in cui vive.

C’è spazio e desiderio, allora, per una tradizione politica e culturale – o, forse, prima culturale e solo dopo politica: senza cultura, senza una profonda cultura può esservi una tradizione politica? – che s’identifichi, seppure nella propria pluralità di voci e tonalità, con il liberalconservatorismo?

A leggere questo primo volume del think tank “Lettera 150” parrebbe proprio di sì. Nato durante la pandemia e coordinato da Giuseppe Valditara, questo pensatoio si pone l’obiettivo di elaborare idee e proposte che rivitalizzino l’Italia da una prospettiva diversa rispetto al pensiero culturalmente egemone. Questo primo lavoro della collana appena creata, “I quaderni di Lettera 150”, statuisce quelli che sono i principi che stanno alla base di un ordine liberalconservatore. Con una prefazione dello stesso Valditara, il volume raduna quindici contributi provenienti da autori con diverse sensibilità, chi più orientato verso una prospettiva di liberalismo classico chi più spostato sul lato conservatore (liberale). Vi può essere, dunque, punto di equilibrio tra queste due (o forse più) anime?

La risposta la fornisce Valditara nella prefazione, asserendo che il liberalconservatorismo può essere considerato «una filosofia della politica che coniuga libertà e identità, proiezione verso il futuro, partendo da una forte consapevolezza del proprio passato, difesa della proprietà e della sicurezza dei cittadini, equilibrio, realismo, e rifiuto di avventurismi rivoluzionari, conservazione di fondanti valori tradizionali e ragionata contezza che non tutto ciò che è nuovo è necessariamente buono». Quando si tratta di coniugare tonalità diverse di un poliedrico spettro colori vi è sempre la possibilità, come nota il giurista milanese, che qualche purista sia riluttante. Tuttavia, il punto cruciale è il tentativo di trovare un terreno comune, imperniato su principi condivisi, affinché sia possibile una concreta ed effettiva convergenza di idee.

Come si chiede pertinentemente Giovanni Orsina nel suo articolo, che cosa c’è da conservare nel 2021? La risposta, di primo acchito, parrebbe quasi automatica: pressoché nulla. Se c’è un paese che necessita di radicali riforme e cambi di paradigmi, l’Italia è tra quelli. Incrostazioni burocratiche, parassitismi fiscali, ipertrofia legislativa, ma pure una discutibile visione di cosa l’uomo sia e di cosa esso, alla radice, richieda, e chi più ne ha più ne metta. Purtuttavia, come più volte ha sottolineato uno dei maestri di chi scrive, Sergio Belardinelli, ciò che rende l’Europa – non l’Unione Europea: le differenze sono più che formali – ciò che è, è un’idea di uomo.

L’uomo europeo, che poi va a mescolarsi con quello occidentale, è caratterizzato di un ineffabile dignità che nessuno, persona, istituzione o organizzazione può permettersi di toccare, altrimenti ledendo proprio la radicale alterità di quest’idea. L’uomo, o meglio la persona, con la sua dignità, la sua libertà di agire e provare a fare meglio, seppur dovendo fare i conti l’imperfezione che le è intrinseca, la responsabilità che le deriva dalla capacità di gestire la libertà che esperisce, i doveri che si accompagnano ai diritti – concreti, non astratti proclami utili solo a deresponsabilizzare l’uomo in carne e ossa per potenziare organizzazioni “centriste”, per dirla con W. Röpke –, un senso del limite che si accompagna a chi, umilmente e con prospettiva storica, sa che il proprio potere trasformativo della realtà cozza alla radice con la hybris scientistica: questi sono alcuni principi fondamentali alla base di una visione liberalconservatrice che ponga enfasi sull’uomo come creatura viva, spirituale e raziocinante, in antitesi a quella «mente liberal» che Kenneth Minogue così bene ha delucidato.

I pensatori di riferimento degli autori del volume spaziano, solo per fare alcuni nomi, da Giuseppe Prezzolini, richiamato da Andrea Ungari, secondo cui «il vero conservatore sa che a problemi nuovi occorrono risposte nuove, ispirate a principii permanenti» (che ricorda, peraltro, un pensatore ivi non citato, ma che potrebbe costituire un’altra fonte di saggezza, Russell Kirk), a Michael Oakeshott, secondo cui, menzionato da Alberto Mingardi, la libertà altro non è che una condizione, e non un progetto razionalistico, identificantesi con «l’assenza di soverchianti concentrazioni di potere nella nostra società», e Wilhelm Röpke, evocato da Flavio Felice, come colui che ha ricreato un fondamentale ponte tra conservatorismo e liberalismo (classico), e tra quest’ultimo e i principi cristiani. Molti altri se ne potrebbero fare e, auspicabilmente, come fece ormai troppo addietro quella straordinaria esperienza culturale che è stata “Ideazione” (e in parte sta facendo pure l’Istituto Bruno Leoni), “Lettera 150” promuoverà alcuni classici della tradizione qui superficialmente rievocata, magari pure con l’aggiunta di alcuni “mavericks” del pensiero come Christopher Lasch.

Contro la caricaturale visione di quell’«ottimismo isterico» (R.M. Weaver) tipico di chi ha la «presunzione fatale» (F.A. von Hayek) di instaurare il «paradiso in terra» (Ch. Lasch) nelle cose umane, il liberalconservatore, con umiltà e senso del limite, buon senso e responsabilità, si rende conto che, per dirla ancora con Weaver, l’uomo «è una creatura che sceglie. Un corollario di questa scoperta è che è una creatura dotata di dignità. La sua dignità proviene dal suo potere di scelta; proviene dalla radicale precarietà e dal pericolo della sua posizione, così che la sua dignità è qualcosa che deve perpetuamente preservare attraverso l’esercizio. Sono queste qualità che lo rendono diverso dagli insetti sociali e lo rendono capace di creare culture razionali – razionali nel senso che esprimono una relazione tra fini e mezzi umani».

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