Luca Demontis è dottorando presso la Scuola Internazionale di Alti Studi della Fondazione Collegio San Carlo di​  Modena, dove ha precedentemente conseguito una specializzazione annuale in 'Scienze della Cultura'. S i è laureato in Filosofia all'Università di Siena. Ha trascorso periodi di ricerca presso il Wolfson College dell'Università di Oxford e l'Universidad Autónoma di Madrid. È stato relatore a convegni internazionali in Italia, Austria, Paesi Bassi, Svizzera, Ungheria. Si occupa prevalentemente di teoria e storia del liberalismo moderno e contemporaneo, e in particolare del pensiero di Isaiah Berlin.

Tra gli effetti collaterali della pandemia c’è la drastica riduzione della mobilità internazionale. Gli anni di distanziamento ci hanno reso fisicamente più inerti e intellettualmente più pigri rispetto all’esperienza del viaggio. Con l’esplosione dei nostri avatar digitali, la possibilità di attraversare concretamente i confini, incontrare altri popoli in carne ed ossa e sperimentare la quotidianità di stili di vita differenti rischia di essere derubricata a fenomeno sociale di un’era passata, invece che riaffermata come caposaldo imprescindibile della nostra libertà.

È buona norma capovolgere periodicamente i nostri orizzonti per comprenderli più a fondo; ciò è vero in particolare per chi, come noi europei, nutre la convinzione, forse provinciale ma non del tutto ingiustificata, di vivere in uno dei contesti privilegiati della storia umana in termini di diritti, opportunità e qualità della vita. Il confronto con le altre civiltà ci riporta all’essenza del pluralismo culturale, che si alimenta della confidenza diffusa con i vari modi di stare al mondo alle diverse latitudini, imparando da quelli che ci appaiono migliori e cercando di comprendere le ragioni di quelli che non condividiamo.

Alcuni luoghi hanno il potere di rappresentare plasticamente modelli di vita differenti: è il caso, ad esempio, della città di Dubai, uno dei posti più iconici al mondo nel raffigurare il “totalmente altro” rispetto alla vecchia Europa. Lo slancio verso il futuro che la pervade, l’apertura internazionale, la percezione di stabilità politica e di crescita economica, il senso di sicurezza e di rispetto delle leggi, la religiosità onnipervasiva ma accomodante, insieme a quel certo spirito libertario che è intrinseco nel suo anarco-capitalismo, ispirano un immediato senso di stupore nel visitatore europeo, abituato a categorie interpretative e ordini di grandezza ben diversi sia nel tempo che nello spazio.

Gli straordinari progressi raggiunti in appena cinquant’anni di storia potrebbero giustificare una certa indulgenza rispetto al fatto che molti dei diritti individuali vi si esercitano per gentile concessione dell’Emiro, che ha non pochi strumenti per revocarli all’occorrenza; e si potrebbe poi ragionare a lungo sulle ambiguità del contratto sociale emiratino, in base al quale una cerchia ristrettissima di cittadini dispone di privilegi strepitosi, garantiti da una massa di meteci immigrati che sbrigano tutte le incombenze più gravose senza ricevere troppi complimenti.

Eppure, anche senza cadere nei luoghi comuni dell’orientalismo romantico, difficilmente il visitatore resiste al sospetto che la natura umana sia inesorabilmente attratta dal monismo politico dell’Emiro, nonché dai principi d’ordine e di autorità che ne conseguono, semplicemente perché le leadership monolitiche generano condizioni di vita più semplici e intuitive, con coordinate di senso di più rapida comprensione, mentre per apprezzare le virtù entropiche della democrazia serve uno sforzo di astrazione storica e  filosofica molto più elevato. Ciò è particolarmente vero quando quest’ultima non sembra mantenere le promesse di equità e benessere diffuso che sono intrinseche nel suo patto con i cittadini.

Se le si osserva dall’alto dei grattacieli della metropoli del Golfo Persico, le nostre società democratiche possono generare semplicemente quel senso di fastidio che provocano gli ambienti rumorosi e disorganizzati. Quest’impressione è tanto più forte in un periodo come quello post-pandemico in cui i regimi democratici sono stati costretti ad introdurre forti limitazioni alle libertà individuali senza offrire in cambio un adeguato surplus di sicurezza sanitaria ed economica, per cui il cittadino medio, sentendo compressi i propri diritti, può perdere di vista i vantaggi offerti dalle architravi istituzionali che servono a tutelarli.

È un’esperienza non da poco: questa forma di disincanto da un lato, e di fascinazione dall’altro, è probabilmente la più grande sfida che devono affrontare le nostre democrazie nel ventunesimo secolo. Nel corso del Novecento l’argomento decisivo a favore della democrazia è stato la sua raffigurazione come il regime più idoneo a consentire la fioritura dei caratteri, la creatività e la libera espressione degli individui, specie se confrontata con il grigiore asfittico dei totalitarismi sia di destra sia di sinistra. Al contrario, oggi le nostre democrazie appaiono ripiegate nelle proprie paure, nelle proprie lentezze e, spesso, nei propri vaneggiamenti autarchici, mentre regimi autoritari come quelli degli Emirati si ispirano a visioni roboanti, elaborano piani a lungo termine, incentivano i grandi investimenti e le collaborazioni internazionali, presentandosi inoltre come terra delle opportunità imprenditoriali – a patto, ovviamente, che queste siano coerenti con la Visione dell’Emiro.

Gran parte del successo delle civiltà si misura sulla loro capacità di esercitare soft power, stabilendo nuove frontiere e incoraggiando progetti ambiziosi: in breve, di convincere soprattutto i più giovani a “votarle con i piedi”, scegliendole come luoghi più consoni alla realizzazione dei propri sogni. Dopo aver vissuto per decenni nella convinzione che, una volta “finita la storia”, il fascino della democrazia fosse destinato a trionfare ovunque, ci siamo ormai assuefatti all’idea che assetti politici completamente diversi possano esercitare attrattive superiori. Dopo la Brexit e Trump non sogniamo più Londra e New York; con la fobia degli assembramenti non è più tempo di California Love e California Dreaming; oggi andiamo a cercare le frontiere della libertà e della prosperità sotto lo sguardo accondiscendente e onnipotente dell’Emiro.

Tra i segni inequivocabili del nostro disincanto c’è la rapidità con cui si diffondono gli imbarazzi rispetto alle conquiste dell’Occidente e con cui perseguiamo progetti di decostruzione radicale delle nostre fondamenta culturali. A differenza dell’Emiro, che non perde occasione per esaltare la storia del suo popolo anche a costo di funambolismi non da poco, tanta parte della nostra produzione intellettuale odierna sembra finalizzata a svincolarci da qualunque riferimento a tradizioni e simboli comuni, ignorando così un elemento strutturale dell’esistenza umana, cioè il bisogno irriducibile di strutturarsi intorno a significati condivisi.

Tra le forme di dissonanza cognitiva che ne conseguono, spicca l’incapacità di comprendere l’occasionale tragicità della storia. Cancelliamo le nostre tradizioni, abbattiamo i monumenti di chi ha lottato per affermare un principio, censuriamo le opere di letteratura appena perturbanti, al fine di rinchiuderci in una bolla di sapone che ci protegge dalle durezze del mondo adulto, finché non arriva un autocrate a noi alieno come Vladimir Putin che ci riporta alla realtà nuda e cruda dell’imperialismo; incapaci di collocarlo in un orizzonte di senso razionale, la nostra unica reazione è quella, puramente emotiva, dell’indignazione permanente.

Il linguaggio politicamente corretto ci ha abituato a disinnescare il potere esplosivo delle parole, per cui non siamo più in grado di interpretare i pensieri e prevedere le azioni di chi, con il politicamente corretto, non ha mai avuto niente a che fare. Come in una continua Prova d’orchestra di Fellini, ci siamo assuefatti a vivere in un parco giochi foderato di cuscini e materassi, finché la palla di demolizione lanciata a gran velocità da un virus o da un tiranno non ci riporta alla brutalità che purtroppo è intrinseca nella condizione umana.

Mentre ci crogioliamo nel mito della superiorità morale del nostro umanitarismo e della nostra cultura dei diritti da offrire gratis a ogni costo, i nuovi regimi autoritari acquisiscono potere, splendore e influenza, commiserando l’intero Occidente come un campus delle buone intenzioni, disordinato e inoffensivo come una manifestazione studentesca nel centro di Bologna.

Vista la velocità con cui la storia ha ripreso a correre, è evidente la necessità di reinnestare rapidamente nei nostri sistemi di pensiero la consapevolezza che “armi, acciaio e malattie” stanno rientrando a pieno titolo nel nostro orizzonte degli eventi, che speravamo ormai prossimo al “rischio zero”. Urge ricordare che la democrazia liberale è un’eccezione assoluta nella storia, e che servono spiriti forti e argomenti robusti per preservarla, con l’umiltà che occorre per imparare dalle culture distanti da noi nel tempo e nello spazio, ma anche con la consapevolezza dei successi ottenuti dalla nostra cultura umanistica, scientifica e liberale, e il coraggio di rivendicarli con orgoglio.

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