Carlo Marsonet ha studiato Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Genova e l’Università di Bologna, sede di Forlì. È PhD candidate in Politics: History, Theory, Science alla Luiss Guido Carli, Roma. Scrive sul blog della Fondazione Luigi Einaudi e collabora con Mente Politica. Ha pubblicato: Democrazia senza comunità. Il populismo quale reazione collettivistica alla modernità, in «Rivista di politica», n. 3/2018, pp. 59-70.
Su Sir Isaiah Berlin (1909-1997) è stato scritto moltissimo, e a ragione. Egli rimane una delle figure intellettuali non solo più affascinanti e stimolanti, ma anche un esempio di scrittura: limpida, chiara, comprensibile. Tutto il contrario, insomma, di quanto è misteriosamente ritenuto più “scientifico” ovvero serio e rigoroso da esperti e intellettuali vari oggi. Come tutti gli autentici difensori della libertà, delle libertà, egli sapeva bene che questa non era una conquista raggiungibile una volta per tutte e tantomeno un traguardo senza ostacoli e difficoltà. Non bastano i panegirici a favore della libertà per essere davvero liberali. Anzi, accade spesso che, parlando di Libertà, come un ideale astratto, assoluto e razionalistico, si dimentichi la realtà: quella concretezza imperfetta popolata da molteplici individui ciascuno dei quali caratterizzato da un proprio punto di vista sulle cose, unico e irripetibile – quantomeno sulla carta.
Proprio questo pluralismo di vedute e valori è alla base della filosofia liberale berliniana. E proprio tale visione intimamente pluralistica ha portato il pensatore naturalizzato britannico a enfatizzare l’eterno pericoli dei guaritori dell’umanità. Perfettisti di natura diversa ma accomunati da una presunzione e da un fine a essa collegata: la pretesa di possedere le chiavi per la realizzazione del perfezionamento della condizione umana. Questo è probabilmente il fulcro di un’opera purtroppo postuma del compianto Luca Demontis. Responsabile della formazione presso il Collegio universitario San Carlo di Modena e membro attivo del comitato di redazione della rivista “Il Pensiero Storico”, Demontis è stato uno studioso di storia del pensiero liberale e soprattutto di Berlin. A quest’ultimo è infatti dedicata la tesi di dottorato, discussa presso il Collegio San Carlo di Modena e pubblicata ora da Rubbettino: Il legno storto della storia. Isaiah Berlin e le scienze sociali.
La premessa dell’Autore chiarisce, se ce ne fosse ancora bisogno, ciò che già il titolo afferma: il proposito del lavoro, destinato a diventare un punto di riferimento obbligato per chiunque si addentri nel pensiero di Berlin, è quello di discutere le critiche del filosofo alla pretesa di tanti scienziati sociali di nascondere dietro la Scienza qualche cosa d’altro. In breve, il desiderio di imporre uno schema di vita, un piano per la felicità, il segreto della libertà. Per Berlin, scrive Demontis, è la tecnocrazia il pericolo di una società libera. Ciò poiché essa parte dal presupposto monistico che la perfezione sia di questo mondo. E facendo questo, inoltre, lede proprio ciò che Berlin considera alla base della vita umana: un pluralismo etico-politico che non può essere espunto, se non a costo di rendere gli individui oggetti a-morali agiti. Sul punto, forse il riferimento più significativo di Berlin, che Demontis si perita di ricordare, è quello a Saint-Simon.
Come si legge in un libro che rientra appieno tra i suoi belli, anche se si tratta in realtà di sei lezioni tenute nel 1952 alla BBC e poi riunite da Henry Hardy, La libertà e i suoi traditori, per Berlin il francese «fu posseduto per tutta la vita dall’idea che egli era il grande, nuovo Messia infine giunto a salvare la terra». Quello che Wilhelm Röpke chiamava «sansimonismo eterno», cioè la cieca volontà di voler in definitiva razionalizzare l’intera esistenza umana altro non è che una tendenza che Berlin riscontra nelle scienze sociali novecentesche. In sostanza, la pretesa di eliminare il conflitto che è alla base della vita. Posto che la Ragione ha la caratteristica para-divina di illuminare gli uomini e la loro coscienza e stabilito, di conseguenza, che tramite essa si possa pervenire con assoluta certezza a ciò che è giusto, vero, buono, il risultato non può che essere uno e uno soltanto: l’abolizione di quella conflittualità che è la radice di ciò che umano significa. Demontis parla giustamente, in tal senso, di «velleità terapeutiche delle scienze sociali». La scienza non è più quello strumento imperfetto, cioè umano, che aiuta l’uomo a risolvere problemi: una luce che, per quanto forte possa essere, non potrà mai illuminare il buio totale che attanaglia la condizione umana. Essa è diventato per molti lo strumento di certezza, la sola e unica bussola incontrastata per la direzione del mondo. Sul piano delle scienze sociali ciò significa anche qualcos’altro: ridurre un punto di vista diverso da quello illuminato a una patologia. Ecco così che, scrive Demontis, la società occidentale rischia di «diventare un grande ospedale, in cui ciascuno si sente in dovere di trattare il prossimo come un minorato o un infermo». Qualsiasi prospettiva che prenda una deviazione rispetto al canone razional-illuministico diventa dunque inconcepibile, e non può che essere raddrizzato.
Quest’aspetto del pensiero berliniano, investigato accuratamente da Demontis, ricorda assai curiosamente quanto pressappoco negli stessi anni andava dicendo un pensatore a lui molto distante, Christopher Lasch. Per lo storico americano, una certa interpretazione illuministica aveva dato vita nel Novecento alla sostituzione della politica, dell’etica, della vita stessa con prassi terapeutiche e ortopedico-pedagogiche: la società, diceva Lasch, è diventato ormai un paziente da curare, e non è più visto come un insieme di individui morali, cioè in grado di comprendere la differenza tra bene e male, giusto e sbagliato, buono e cattivo.
Rimane il rammarico di non aver avuto il tempo di discuterne con Luca.