Cristian Leone, nato a Salerno il 29/06/1992, si è laureato all’Università di Roma Tre nel 2015 in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, conseguendo poi la laurea magistrale in Storia e Società nel luglio del 2018. Attualmente è dottorando di ricerca presso l’Università degli studi Guglielmo Marconi di Roma.

Recensione a
R. Vivarelli, I caratteri dell’età contemporanea
il Mulino, Bologna 2005, pp. 304, €18.00.

Il libro di Roberto Vivarelli, discusso e criticato, a giudicare dal titolo potrebbe sembrare il classico testo di carattere storiografico volto a illustrare le peculiarità dell’epoca contemporanea ma, in realtà, è molto di più. I caratteri dell’età contemporanea rappresenta non solo una semplice rassegna storica degli aspetti caratterizzanti il nostro tempo ma riesce a inserire elementi di carattere spirituale, morale, politico, filosofico in un discorso cronologico che dall’antichità approda ai giorni nostri. Secondo Vivarelli, infatti, uno studioso non può attenersi alla semplice cronaca degli avvenimenti perché è impossibile capire un’epoca se si studiano i fenomeni che la caratterizzano come vicende di per sé autonome. L’intento dell’autore è quello di interrogarsi, attraverso un metodo multidisciplinare, sui principali aspetti dell’età contemporanea, esaminandone genesi e sviluppi.

Un’analisi completa e accurata di tali elementi, infatti, trascende la sola questione storiografica per inoltrarsi in dinamiche sociali e individuali che, pur avendo un’origine nel passato, determinano in modo preponderante il presente. Come per Benedetto Croce, anche per Roberto Vivarelli, la storia è sempre storia contemporanea perché non solo lo studio del passato è strumentale alla conoscenza e alla comprensione del presente, ma soprattutto perché non può essere tracciato con precisione un limite cronologico capace di separare con un taglio netto l’epoca moderna da quella contemporanea. Scrive infatti lo storico senese: «Sono convinto che età moderna ed età contemporanea siano momenti di uno stesso periodo storico e che l’uno e l’altro si integrino a vicenda» (p.16). Ed è proprio da questa convinzione che l’autore pone i suoi presupposti atti a tracciare, in un unicum temporale, quelli che rappresentano a suo avviso i principali caratteri dell’età contemporanea. Il libro si sviluppa più che per ordine cronologico per aree tematiche. Vivarelli, infatti, individua delle idee-guida che, attraverso una prospettiva multidisciplinare, vengono inserite nelle maggiori questione storiche dell’epoca moderna e contemporanea, dando vita alla civiltà occidentale come noi la conosciamo oggi: progresso, rivoluzione, liberalismo, religione, libertà, Stato, mercato e nazionalismo.

L’autore, nell’indagare i fondamenti culturali della contemporaneità, identifica un preciso spazio geografico e ribadisce con convinzione che il mondo contemporaneo nasce in Europa e le sue radici sono da ricercarsi nella civiltà cristiana: «L’età contemporanea nasce in Europa e i suoi caratteri sono il prodotto di una particolare evoluzione, che inizialmente riguarda in modo esclusivo la storia della civiltà occidentale. Ciò va riaffermato con forza, non perché il fatto non sia di per sé noto (è un fatto di tutta evidenza), ma perché in un clima di diffusa fortuna di quel demenziale conformismo, che ha preso il nome di political correctness, anche le cose più ovvie rischiano di essere preda di mistificazioni: andrà quindi riaffermato con forza che il mondo in cui viviamo, nel bene e nel male, è ormai su scala globale il prodotto della civiltà occidentale» (p.17).

Non bisogna dunque confondere il dato oggettivo, un fatto, con un giudizio di valore. Infatti, se è indiscutibile l’egemonia odierna dell’Occidente del tutto sindacabile è invece il suo sistema valoriale nei confronti del quale Vivarelli è estremamente critico. In tutto il testo è sempre presente una questione morale che, come un collante, unisce l’intera struttura dell’opera. Emerge nel libro un profondo scetticismo dell’autore nei riguardi di un sistema che sembra aver perso nel tempo le sue antiche tradizioni e che mostra sempre di più evidenti lacune: «Viviamo, insomma, in un’epoca di decadenza morale e intellettuale di cui è chiara espressione la perdita di ideali» (p. 55).

Vivarelli, a differenza di una certa letteratura che fa del progresso il proprio feticcio, mette bene in evidenza come nell’evoluzione storica non solo non c’è stata una progressione lineare tra il miglioramento materiale e quello spirituale ma uno squilibrio tra l’aumento vertiginoso dell’uno e la diminuzione dell’altro: «In via generale, appare un dato di fatto che in questi ultimi cento anni la divaricazione tra progresso materiale e progresso morale si sia venuta sempre più accentuando, mettendo drammaticamente in luce il contrasto tra i due percorsi. E mentre sul piano della vita materiale, anche se in modo squilibrato, i risultati di questo progresso sono innegabili e in alcuni settori di portata enorme, sul piano della vita morale il bilancio sembra meno incoraggiante» (p. 53).

Centrale è quindi per Vivarelli la crisi di valori che attanaglia il mondo contemporaneo. Ma quali sono i momenti in cui questa frattura emerge e quali principi va a ledere? L’autore traccia, nel corso dell’opera, più punti di cesura capaci di invertire lo sviluppo di un progresso che per poter prosperare ha bisogno, secondo Vivarelli, di una visione liberale e cristiana. Il positivismo, la rivoluzione francese, il darwinismo sociale, la secolarizzazione sono tutti argomenti trattati con criticità dall’autore che individua, in ognuno di essi, determinati elementi che concorrono a creare uno squilibrio tra il progresso materiale e quello morale dell’umanità. Quello che viene quindi meno nella narrazione di Vivarelli è il dogma, tanto caro ad una certa storiografia, del progresso infinito a cui la società tenderebbe con inesorabile certezza. L’autore tuttavia critica fortemente anche lo stesso liberalismo non sempre capace di rispondere alle esigenze dell’evoluzione storica.

In particolare vengono affrontati due periodi di importanza fondamentale non solo a livello nazionale ma anche internazionale: la prima guerra mondiale e l’avvento del totalitarismo, definito da Vivarelli come un baratro. In entrambi i casi, infatti, l’autore imputa al liberalismo gravi responsabilità nell’aver contributo a far crollare l’intera Europa in quei «drammatici sconvolgimenti, guerra e rivoluzione, che segnano il corso della storia dal 1914 al 1945. Parve, in quel triste periodo, che si fosse scatenata una nuova barbarie, la quale aveva oscurato il concetto stesso di civiltà» (p. 279).

Come Vivarelli ben mette in evidenza negli ultimi tre capitoli, il vero fondamento della cultura europea e condizione necessaria per il liberalismo è la tradizione cristiana, dal momento che il progresso materiale non può e non deve essere disgiunto da quello morale. È proprio l’incapacità di un certo tipo di liberalismo ad inglobare l’elemento spirituale che ha finito per rendere estremamente negativa la nostra epoca, incapace, anche dopo il 1945, di promuovere una ricostruzione spirituale prima ancora di una riedificazione materiale:

Si sarebbe potuto sperare che, con la fine della guerra e la restaurazione delle libere istituzioni, a questa malattia morale si sapesse trovare rimedio, recuperando i propri tradizionali valori. Non fu così, e lo dimostra il fatto che non si seppe e non si volle, attraverso un meditato esame critico, rimettere sugli altari il concetto di civiltà, ad esso restituendo il suo valore di unità di misura (p. 279).

La società creatasi dopo il ’45, secondo l’autore, nonostante le premesse, è ancora molto lontana da quei valori tradizionali capaci di generare una catarsi morale ed è chiusa in una visione atomistica dominata dal nesso mercantile, in cui si è verificata «un’eclissi dell’ideale», tale da subordinare qualsivoglia aspetto spirituale al benessere materiale, riconosciuto come unico e solo fine a cui tendere. Scrive Vivarelli:

La conseguenza più immediatamente percepibile di questo stato di cose e, in un certo senso, la più drammatica, è che siamo ormai in balia di forze impersonali, che seguono un proprio impetuoso moto ciascuna secondo il suo particolare interesse, il quale lo porta a procedere per proprio conto, senza più alcun fine generale e senza più alcun freno (p. 285).

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