Redattore

Nicolò Bindi (1991): è laureato in Filologia Moderna all’Università degli studi di Pisa, discutendo una tesi su “Teoria e pratica del futurismo. Palazzeschi, Marinetti, Soffici”. Interessato principalmente agli aspetti stilistici, metrici e linguistici, sta concentrando le sue ricerche letterarie soprattutto sugli autori delle avanguardie storiche e del modernismo italiano ed europeo. Collabora con diverse associazioni culturali.

«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!». Così parla Pluto, il demone infernale, alla vista di Dante e Virgilio. Il poeta fiorentino si spaventa a sentire queste parole, pronunciate con voce roca e rabbiosa. Non si capisce se Dante, in quel momento, ne abbia compreso o meno il significato; certo non si perita a chiedere delucidazioni su cosa vogliano dire alla sua guida. Il significato generale del verso, come adesso vedremo, è stato oggetto di varie interpretazioni anche per i commentatori antichi, a confermare che pure per i contemporanei di Dante suonavano oscuri.  Il verso conta tre parole: pape, Satan e aleppe. Considerando che «Satan» è chiaramente l’appellativo del re degli inferi, la ricerca deve concentrarsi sul signficato di «pape» e «aleppe».

Per quanto riguarda «Pape», rintracciarne il senso non è così complicato; i commentatori antichi infatti convergono tutti verso la stessa spiegazione. Iacopo Alighieri, figlio di Dante e uno dei suoi primi commentatori, scrive: «si ritegna, in prima, che Pape è avverbio ammirativo».[1] E Iacopo della Lana, nelle sue chiose alla Divina Commedia: «Pape est interiectio admirantis; quasi a dire che quando Pluto vide D. vivo, chiamò Satàn demonio sotto voxe de meraviciarse digando: ve, ve, ve»[2]. Pape, quindi, è una espressione di meraviglia, Francesco da Buti nel suo commento ci informa che è una interiezione di origine greca: «Pape è una intergezione greca, che manifesta l’affezione dell’anima, quando si maraviglia: ché sogliono li latini dire quando si maravigliano: oh, oh, e li Greci: Pape, pape»[3]. Il vocabolo lo troviamo anche nella poesia latina, ad esempio nella quinta satira di Persio:

verterit hunc dominus, momento turbinis exit
Marcus Dama. papae! Marco spondente, recusas
credere tu nummos[4]

dove «papae» acquisisce certamente un significato di espressione di meraviglia.

Arrivare al significato di «aleppe», invece, risulta essere più problematico. Di questa parola, infatti, non hanno precedenti all’uso che ne fa Dante. Sembrerebbe derivare dalla prima lettera dell’alfabeto ebraico: alef, e su questo punto i commentatori antichi e moderni sembrano convergere. Questa derivazione è avvalorata anche dal fatto che alef segue il normale processo di toscanizzazione di parole ebraiche affini, dove la –f finale si trasforma in –ppe (si veda Yosef  > Giuseppe).

Sul significato che questa parola ricopre nel contesto in cui Dante la utilizza, però, troviamo pareri discordanti. Scrive il Buti:«Questo è nome ebreo, e chiamasi così la prima lettera del loro alfabeto; cioè A; e per questo vuole dimostrare che Pluto dicesse: Ah! Che è voce che significa dolore, e per questo mostra che si dolesse del discernimento di Dante»[5]. Secondo il Buti, quindi, Dante avrebbe scritto «aleppe» con il significato di interiezione «ah!», una esclamazione che racchiuderebbe il dolore di Pluto nel vedere un uomo ancora in vita girare per il regno dei morti. Di altro avviso è, invece,  Iacopo Alighieri:

Alep in lingua ebrea è in latina “A”, e altri dissero “alpha”: però, sì come principio della scrittura la quale in sé tutto contiene, figurativamente qui si dice alep, cioè iddio, sì come principio di tutto l’universo, maravigliandosi dell’essere del presente autore[6].

Che la prima lettera dell’alfabeto ebraico fosse ricondotta all’alfabeto latino e, nel caso di Iacopo, addirittura a quello greco è un tratto tipico della cultura medievale. Possiamo trovare questa visione linguistica descritta pure da Isidoro di Siviglia in Etimologie e Origini, opera molto diffusa tra i dotti del tempo:

Le lettere latine e greche derivano evidentemente dalle lettere ebraiche: furono infatti gli Ebrei a coniare quella lettera aleph ad imitazione della cui pronuncia dapprima i Greci crearono la lettera alfa, quindi i Latini la lettera A. Il traduttore, infatti, creò tale lettera sulla base dell’analogia sonora esistente tra le due lingue in modo da permetterci di riconoscere la lingua Ebraica come madre di tutte le lingue e di tutte le lettere[7].

Secondo il figlio di Dante, quindi, «aleppe» è sì riconducibile alla prima lettera dell’alfabeto ebraico, ma sarebbe usata nel significato propriamente simbolico che la lettera Alef ricopre nella cultura ebraica. Egli dimostra, quindi, di conoscere il significato simbolico di alef, e come lui, anche il fratello Pietro, parimenti commentatore dell’opera paterna. Questi, addirittura cita il passo riportato delle Etimologie a spiegazione del verso.

Alef, ha, in ebraico, il significato di «primo», di «principio di tutto», di «Dio»; è, in poche parole, una invocazione alla divinità. Questo lo apprendiamo dalle sacre scritture ebraiche, soprattutto dall’ Alfa Beta de-rabbi Aqiva, opera sulla scienza delle lettere:

Alef è il Santo, sia Egli benedetto, che è il primo e l’ultimo, supremo sulle moltitudini di sovrani. Come l’alef è alla testa di tutte le lettere, così il Santo, sia Egli benedetto, è alla testa di tutti i sovrani e alla retroguardia di tutti i principi. Donde risulta che Egli è il primo e l’ultimo? Da quanto è detto: Io, il Signore, che sono il primo e che sono ugualmente con gli ultimi (Is. 41. 4)[8].

Dunque, secondo tale interpretazione, «aleppe» sarebbe una invocazione; Pluto coerentemente alla sua natura infernale, con le sue parole si riferirebbe rabbiosamente la «sua» divinità, ovvero Satana, per l’ira suscitatagli dalla visione del poeta.

Abbiamo detto che «aleppe» compare per la prima volta in questo verso, mentre è possibile registrare l’uso della parola alef, o aleph, anche se molto rara e principalmente legata alla lirica latina medievale. In questa sede, citiamo il significativo esempio dell’Elegia di Arrigo da Settimello: «quomodo sola sedet probitas! Flet, ingemit, aleph». Che l’uso non fosse proprio comune, lo testimoniano i diversi errori dei copisti nel riportare il passo (chi lo sostituisce con «heu», chi con «scientia»)[9]. Ora, nel verso di Arrigo da Settimello, «aleph» si trova accompagnato dai verbi fleo e ingemo, che appartengono indubitabilmente alla sfera concettuale del dolore e della tristezza; per quanto questo uso non vada a contestare per forza l’interpretazione promossa da Iacopo e Pietro Algihieri, certo attesta un uso di aleph affine a quello promosso dal Buti.

Resta quindi da chiarire se il significato che il poeta voleva dare della parola fosse più vicino a quello indicato dal Buti o dal figlio Iacopo. Scrive Ettore Caccia, nell’Enciclopedia Dantesca:

La proposta d’interpretare letteralmente il verso: “Oh Satana, oh Satana Dio”, come voleva il Guerri, e secondo l’interpretazione di un gran numero di commentatori, sembra convincente. […] Quanto al significato dell’intera esclamazione, non sembra assurdo pensare siano espressi qui due movimenti diversi dell’animo, dapprima la meraviglia, […] quindi l’invocazione a Satana, ma Satana è invocato per rabbia, per richiesta d’aiuto, per minaccia quindi indirettamente: l’ira, il bisogno di aiuto, la minaccia sono tutte realtà in nuce nelle parole di Pluto. Soprattutto, per analogia con altri incontri infernali, l’ira[10].

Caccia sembra voler conciliare le due parti, riconoscendo tanto l’interpretazione simbolica, quanto quella emotiva. Può darsi, in effetti, che sia la spiegazione più proficua. Al di là del significato delle parole singole, però, resta un mistero irrisolto: come mai un demone infernale dovrebbe parlare una lingua mista di greco ed ebraico? Appellarsi alla volontà di riprodurre la babele linguistica non risolve la complessità del quesito, è dunque necessario volgere altrove lo sguardo critico.

In questa sede, si propone di volgere tale sguardo su Isidoro di Siviglia, e sul passo già riportato delle Etimologie. In questo testo Isidoro esprime, con lodevole sintesi, la tesi di fondo alla sua teoria linguistica: in principio, e fino alla costruzione della torre babelica, vi era una unica lingua al mondo, e questa era l’ebraico. Tale linguaggio, doveva per forza essere quello con cui il Signore si era espresso con i primi uomini ed è quindi modello di perfezione comunicativa. In seguito alla maledizione divina e alla dissoluzione dell’unità linguistica, la lingua ebraica originaria è decaduta, “degenerando” prima nella lingua greca, successivamente nella lingua latina, che da essa hanno ereditato la propensione a volersi universalizzare. Per quanto, infine, il greco e latino siano imperfetti rispetto all’ebraico, sono le lingue genealogicamente più vicine alla comunicazione originaria. L’ambiente infernale è, in ogni suo aspetto e nei suoi abitatori, degenerato; è indubbio, dunque, che anche il sistema comunicativo si presenti come degenerato. La lingua di Pluto, dunque, potrebbe mostrarsi come parodia “imbastardita” del linguaggio celeste, e alle parole in ebraico si alternano, senza soluzione di continuità, le sue “degenerazioni” greche e latine, creando un caos incomprensibile che è l’esatto opposto della comunicazione divina – che, da parte sua, non ha bisogno neanche di pronunciarsi, per essere compresa.

NOTE

[1] http://gattoweb.ovi.cnr.it/(S(3b52fw555ldtbtbp0hld1u45))/CatForm22.aspx

[2]http://gattoweb.ovi.cnr.it/(S(3b52fw555ldtbtbp0hld1u45))/CatSecond.aspx?calling=3&sigla=ik1&evento=11&CurrTab=OutOccTesto

[3]http://gattoweb.ovi.cnr.it/(S(3b52fw555ldtbtbp0hld1u45))/CatSecond.aspx?calling=3&sigla=bt1&evento=19&CurrTab=OutOccTesto

[4] Aulo Persio Flacco, Satura Quinta, vv. 78-80.

[5]http://gattoweb.ovi.cnr.it/(S(fmlcpb55wqk334zhnrohrie5))/CatSecond.aspx?calling=3&sigla=bt1&evento=6&CurrTab=OutOccTesto

[6]http://gattoweb.ovi.cnr.it/(S(knoglo45lkchkaelld5h5g55))/CatSecond.aspx?calling=3&sigla=jsn&evento=1&CurrTab=OutOccTesto

[7] Isidoro di Siviglia, Etimologie e origini, a cura di A. Valastro Canale, Utet, Torino 2014, p. 65.

[8] Alfabeto di rabbi Aqiva, in Mistica ebraica, a cura di G. Busi e E. Loewenthal, Einaudi, Torino 2006, p. 97

[9] A. Pagliaro, Dialetti e lingue dell’oltretomba, in «Cultura e scuola»,  nn. 13-14, gennaio-giugno 1965, p. 269.

[10] http://www.treccani.it/enciclopedia/pape-satan-pape-satan-aleppe_(Enciclopedia-Dantesca)/

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