Giusy Capone insegna Lingua e cultura greca e Lingua e cultura latina dal 1998; è redattrice della Rivista culturale bilingue registrata "Orizzonti culturali italo-romeni"; si occupa delle pagine culturali di diversi portali dell'area Nord di Napoli; collabora con l'Istituto di Mediazione linguistica di Napoli; cura un blog letterario.

Intervista a David Fiesoli

I Greci si riuniscono, oggi assembrano, in occasioni pubbliche: l’ascoltare musica è una frequente e sovente circostanza. Spettacoli slegati da manifestazioni naturali e sconnessi da esternazioni dell’anima individuale. La Musica come rito di massa?

 Il rito per i Greci era manifestazione del divino, non la cerimonia vuota di sacro del mondo contemporaneo che, per citare Roberto Calasso, nega ormai la necessità di un rapporto, e di una comunicazione, con il continuo e con l’invisibile, ovvero con le potenze estranee all’ordine sociale. La musica è parte di quell’invisibile. Nell’antica Grecia era considerata la più bella delle arti, e le racchiudeva tutte, tanto che le dee protettrici delle arti si chiamano Muse, ed erano evocate da cantori, poeti, tragediografi, commedianti, attori e anche dagli scienziati e dai filosofi.

Omero inizia il racconto delle gesta degli Eroi con un canto alla Musa. Per Platone era la Musica, insieme alla Ginnastica, la base dell’educazione per i governatori della sua Città Ideale. Per Aristotele, la musica era una medicina per l’animo. Pitagora accostò la musica sia alla matematica che all’astronomia, e per i Pitagorici la musica si relazionava strettamente all’animo umano: è la dottrina dell’Ethos, che la filosofia greca sviluppò e che è arrivata fino a noi, che siamo abituati a collegare la musica con la variabilità degli stati d’animo. Nella Grecia classica, inoltre, la Poesia non era mai disgiunta dalla Musica, e nelle Commedie e nelle Tragedie aveva una funzione importantissima il Coro, che risuonava nei teatri a forma di conchiglia. Quindi: la Musica veicola ogni forma d’arte e non appare affatto slegata da manifestazioni naturali, e tantomeno dall’anima. Anzi, nasce dagli Déi, che sono la perfetta manifestazione di tutto ciò che è naturale: nell’Aiace di Sofocle leggiamo: «Insieme a un dio sempre si piange o si ride», e Talete diceva: «Tutto è pieno di Déi».

Ancora oggi è così, anche se non lo si riconosce più, e la musica – ormai lontana dalle altre discipline – si riduce a un’industria in cui vige solo quel valore di scambio-denaro che domina la modernità da qualche secolo. Ma come scrive Milan Kundera: «l’arte, ispirata dalla risata di Dio, disfa, nel corso della notte, la trama che teologi, filosofi, scienziati, hanno tessuto durante il giorno».

Nell’Inno ad Apollo si afferma che lo spettacolo sia foriero di tèrpis, diletto, per uomini e dei. Tèrpis donata dal canto identificabile con l’esito globale della festa stessa. Quanto è pervasiva la musica nella Grecia antica?

In Grecia, la musica e il canto furono accompagnamento di cerimonie, incantesimo che guarisce, inno agli dei, educazione alla filosofia, armonia dell’universo, e veicolo di ogni forma d’arte. Ogni evento si ammantava di musica: i giochi, le rappresentazioni teatrali, le feste sacre come le Efesie dedicate ad Artemis, o le Panatanee in onore di Atena, o la festa pitica a Delfi, che iniziava con gare musicali, canti accompagnati dal flauto, e un inno alla lira. Si stagliava su tutto l’orgoglio collettivo per quella vita comunitaria e felice di cui la musica era l’espressione più alta, un’espressione di civiltà che si legava strettamente non solo al culto degli dei nelle feste religiose, ma anche e soprattutto alla poesia, al teatro, alla letteratura, che erano accompagnate dalla musica come l’acqua sul letto di un fiume. I ragazzi ateniesi, dopo aver imparato a scrivere, leggere e contare, andavano per tre anni a studiare dal citarista, che insegnava loro a suonare la lira e a studiare la musica. Era una pratica sia vocale che strumentale, e mirava a completare l’educazione con il sapere musicale, perché l’istruzione musicale era una componente fondamentale della civiltà greca. Sulla musica e sullo spettacolo come diletto, ci fu una sorta di scontro filosofico già nell’antichità greca: per Platone – che sposava la dottrina pitagorica – la musica era palestra dell’anima, l’armonia musicale era organizzata da rapporti numerici che corrispondevano a quelli che organizzavano il cosmo intero, quindi la musica non doveva essere oggetto di piacere, ma strumento di conoscenza, alta forma di sapienza, adatta per formare i filosofi governatori della città perfetta, la kallìpolis. Aristotele invece – che si rifaceva ad Aristòsseno di Taranto – riteneva che la musica fosse medicina per l’anima, e quindi dovesse essere non solo educazione ma anche ricreazione, riposo, svago e piacevole passatempo: un concetto abbastanza vicino al nostro.

Semplificando, si può dire che oggi siamo abbastanza lontani dal punto di vista di Platone sulla musica come studio della teoria musicale, mai contaminata dai sensi, educatrice filosofica di una élite di sapienti e futuri governatori di città, mentre siamo vicini al concetto aristotelico di musica come piacere e svago, quindi anche più ‘democratica’: tuttavia, negando fin troppo il punto di vista platonico, abbiamo perduto sempre di più lo studio della musica, e della sua teoria, che nelle scuole è sempre più assente, come se la ‘democratizzazione’ della musica significasse abbassarla a oggetto di piacere e basta, invece che innalzarla anche ad educazione artistica e filosofica per tutti. Ma in questo modo, anche la musica diventa mero oggetto di sfruttamento, e schiava del concetto di utile, invece che forma di sapienza e veicolo verso l’invisibile.

La vocalità delle vergini di Delo costituisce di per sé «una grande meraviglia, la cui gloria non perirà mai». Sì, charme dei suoni ma anche maestria nell’imitare «di tutti gli uomini le voci e gli accenti». L’oralità stuzzica gli spettatori ad una risposta complessiva d’ordine fisico-intellettuale e sollecita ad una relazione tra pubblico ed esecutore?

Le nove Muse erano figlie di Zeus e della Musa suprema, Mnemosyne, la dea della Memoria. Considerando che i poemi antichi si trasmettevano oralmente e si recitavano per generazioni, la dea della Memoria doveva per forza assistere chi si occupava di tramandare i poemi epici, di Omero o Esiodo. Fino a quando qualcuno aiutò la dea Memoria trascrivendo le opere che sono arrivate fino a noi. Ma già Esiodo racconta che le Muse, e quindi la musica, invadono la mente, portano le molte conoscenze e le molte verità del presente, del passato, e del futuro, all’unisono, e come un dono divino svelano la bellezza e l’essenza delle cose: il poeta, il cantore, colui che canta e suona, è soltanto un mediatore, e talvolta un profeta, proprio per quell’invasione della mente che può arrivare al misticismo profetico attraverso la musica. Dunque le Muse attraversano il poeta – cantore, aedo, profeta – in modo che possa cantare gli dei e la loro gloria, l’origine di tutte le cose, e il destino mortale degli uomini. In fondo, è ancora questo che fanno – o dovrebbero fare – la musica e tutte le arti: elevare lo spirito e affinare le percezioni, al di là dello spazio e del tempo, dove si incontrano «le voci e gli accenti di tutti gli uomini».

La grande meraviglia imperitura del coro delle vergini di Delo risuona sull’isola sacra a tutte le città della Grecia, quella che ne custodiva i tesori, l’isola che vide nascere i gemelli divini Apollo, luminoso dio della musica, e Artemis, lunare dea della natura.  Musica, natura, e senso del sacro. Recita un frammento di Alcmane: «Ruppero il canto le fanciulle / Come uccelli quando fulmineo / appare sopra d’essi lo sparviero».

La parola thèlxis è adoperata per rappresentare il canto delle Sirene. Il linguaggio musicale foriero di reazioni fisiologiche: tremolii, afasia, cardiopalma, freddo e caldo? 

Non sono mere reazioni fisiologiche. È possessione. È quella “Follia che viene dalle Ninfe” di cui racconta Calasso nel libro omonimo. Il canto, nella Grecia antica, poteva essere anche un rombante portatore di follia, e un melodico filo conduttore tra la vita e la morte, fatto di suoni. Le Sirene, figlie del fiume Acheloo e della musa Melpomene, erano per metà donne e per metà uccelli, e con il loro bellissimo canto stregavano i viandanti finché non morivano: la thèlxis, incanto e lenimento, era l’inizio della possessione. Nelle Fenicie di Euripide la Sfinge rapisce i giovani con un canto. E anche le Baccanti cantavano e suonavano ebbre e folli, con il loro coro sfrenato nelle processioni in onore di Dioniso, il dio liberatore: potevano essere pericolose assassine, ma sapevano anche far sgorgare fonti di acqua, di vino, e di miele. Ma non occorre essere sempre squassati da cardiopalma e tremolii. Quando la musica possiede è sempre all’opera un dio: basta accogliere in sé la vicinanza dell’invisibile, che porta con sé la follia delle Ninfe, il canto delle Sirene, e quella thèlxis che può sopraffare. Come diceva Plotino: «Chi è posseduto da un dio, da Apollo o da qualche Musa, contempla il dio dentro se stesso», se ne ha la forza. Questo fanno i poeti, che del canto sono i primi portatori: neutralizzano gli effetti devastanti della possessione accogliendola attraverso la letteratura. Citando il Patmos di Hölderlin: «Vicino, e difficile da afferrare il dio. Ma dove è il pericolo, cresce anche ciò che salva».

Esiodo nella Teogonia palesava la capacità del canto di far sì che le disgrazie venissero obliate, che la memoria venisse cassata. La dimenticanza può essere indotta dall’evocazione?

Al contrario. Le Muse sono figlie della Memoria. Quando Esiodo nella Teogonia si riferisce al potere catartico del canto delle Muse, parla di lutti, e non di disgrazie in generale: celebra la gioia del canto, che allieta innanzitutto gli dèi, i quali non hanno bisogno di dimenticare alcunché perché sono immortali, ma soprattutto consente ai mortali di superare i lutti, ovvero di accettare il limite supremo della morte, di dimenticare momentaneamente l’angoscia dell’essere mortale, ma non certo di obliarla: sarebbe peccare di hybris. C’è molta differenza tra dimenticanza e oblio. Esiodo nel proemio della Teogonia è grato alle muse per aver scelto proprio lui come veicolo della verità, e perciò inizia proprio dalle Muse, «che a Zeus padre inneggiando rallegrano la mente grande in Olimpo, dicendo ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu con voce concorde».  Dunque nessuna dimenticanza: la memoria non viene mai cassata dal canto, sarebbe come se le Muse uccidessero la loro madre. Il Canto e la Memoria possono invece aiutare: prima di tutto a non peccare di hybris, e quindi ad accettare il limite, anche quello estremo ricordando di essere mortali, e poi ad allentare momentaneamente quelle spire di serpente che ci stringono tutti, e che sono le estremità intrecciate di Ananke, la necessità, e di Chronos, il tempo eterno, a cui tutti noi siamo sottoposti. Quando Esiodo recita «beato colui che le Muse amano» perché con i doni delle dee «scorda i dolori né i lutti rammenta», si riferisce all’amabile canto che dona gioia anche nel dolore, e non oblio. A donare l’oblio nel mito greco è la fonte Lete, che non a caso è figlia di Eris, la dea della discordia.

Invece, «se un aedo, delle Muse ministro, celebra le glorie degli uomini antichi e gli dèi beati signori d’Olimpo», come dice Esiodo, si torna al contemplare il dio dentro se stessi, superando ogni contrapposizione tra gioia e dolore, tra normalità e follia, tra vita e morte. L’arte, e il mito greco, non conoscono il principio di non contraddizione: la testa recisa di Orfeo, fatto a pezzi dalle Baccanti infuriate, continua a cantare. 

Tucidide fa osservare a Pericle che Atene va encomiata per «agònes e feste per tutto l’anno». La Musica come tèrpsis, godimento, via di fuga dalla spossatezza causata dalla fatica del quotidiano? 

Precisiamo: non è un’affermazione di Tucidide, ma è l’orazione che Tucidide riporta nel libro II della Guerra del Peloponneso, recitata da Pericle per i caduti del primo anno di guerra, e che celebra Atene come faro di civiltà e democrazia. E però: le feste tutto l’anno, e i giochi, e lo sfarzo dell’Atene di Pericle, così dedita al godimento, erano stati finanziati con i soldi della cassa delio-attica – custoditi nel santuario di Delo – che dovevano servire in funzione anti-persiana a tutte le poleis greche indipendenti, legate tra loro da un’alleanza che in questo modo veniva scalfita pesantemente. Pericle spostò quel tesoro dal santuario di Delo all’Acropoli di Atene, e fu anche questo atteggiamento tracotante che precipitò Atene nella disastrosa guerra del Peloponneso contro Sparta, che sancì la fine della civiltà greca classica, e che è stata raccontata proprio da Tucidide. Ma fin dalla luminosità della Grecia arcaica, il canto per i Greci era una costruzione spirituale. Nel regno di Apollo e delle Muse, la musica e il canto non nascono dall’esaltazione del sentimento, sia pure quello del piacere, ma nascono dalla percezione e dall’osservazione del mondo, dall’esperienza e dalla sua costruzione vitale: canto e musica sono annunciatori del vero, veicolo di conoscenza, e sono connessi al linguaggio che eleva l’uomo verso il sapere. Racconta l’Inno omerico ad Apollo che quando il dio salì per la prima volta sull’Olimpo, suo padre Zeus gli offrì una coppa di nettare «e subito tutti gli Dei non si curano d’altro che della cetra e del canto. Le Muse che, tutte insieme, rispondono con la loro bella voce, cantano gli immortali privilegi degli dei e la sorte miserabile degli uomini». A quel suono e a quel canto, si unisce la danza: danzano le Cariti e le Ore, a loro si uniscono Afrodite e Ares, che si spoglia delle sue armi, e la loro figlia Armonia: amore e guerra sono così accordati al suono armonico della musica.  Difatti, perfino gli Spartani, per niente dediti ai piaceri ateniesi, sacrificavano alle Muse prima di ogni battaglia, perché il loro senno rimanesse vigile e trasparente. Il poeta Archiloco presenta se stesso dicendo: «Pur seguace del dio delle battaglie, io delle Muse conosco i dolci doni».

La musica costruisce perfino le città: nell’Antiope di Euripide i due gemelli Anfione e Zeto erigono le mura di Tebe. Zeto unisce i massi con la forza, ma Anfione muove le pietre con il suono della lira che gli ha donato Hermes. Quindi, le mura che cingono le città sono intrise di musica: quando Anfione suona, i massi si dispongono lentamente l’uno sull’altro a costruire i filari delle mura di Tebe. E quando le mura furono completate, furono aperte sette porte come sette erano le corde della lira. È qui evidente il valore della cultura nel costruire una città: quello della musica è soprattutto un ruolo civilizzatore, e l’encomio di Pericle ad Atene riportato da Tucidide andrebbe meglio letto in questa chiave, piuttosto che nel senso di quella térpsis, di quel sollazzo ormai dimentico delle modeste virtù di epoca omerica, che fu uno dei fattori della decadenza di Atene e della Grecia.

 

David Fiesoli è giornalista per «La Gazzetta di Parma», «Il Tirreno», «Diario», «Suono», «Outsider». Ha condotto rassegne dedicate alla scrittura e all’attualità, come Narrare è un destino, Che mondo che fa. Tra le sue pubblicazioni, il romanzo breve Il vincolo ricurvo (Marotta, Napoli 1997) e il saggio Il segreto di Talete sulla rivista di poesia e filosofia «Kamen’», 16, 2000.

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