Avvocato

Avvocato e dottore in Scienze storiche. Ha al suo attivo pubblicazioni sul federalismo (Le origini del federalismo: il Covenant, 1996; Il sacro contratto. Studio sulle origini del federalismo nordamericano, 1999). Ha inoltre pubblicato Sovranità. Teologia e sacro alle origini di una categoria politica (2015); Il regime alimentare dei monaci nell'alto medio evo (2017), Paura e Rivoluzione francese nell’opera di Guglielmo Ferrero (2021); Un nuovo romanticismo per il nuovo secolo (2024) . Inoltre ha curato la riedizione del volume di Guglielmo Ferrero Palingenesi di Roma antica (2019). E' autore di articoli e relatore in convegni di studio.

La Grecia antica: una nobile, veneranda madre che per i lunghi secoli della cristianità, fu circondata di amore filiale. E la Grecia antica: ardentemente, passionalmente bramata quale amante irresistibile e fascinosa nell’utopia nostalgica di un ricongiungimento totale. La fortunata metafora illumina il diverso atteggiarsi dell’Europa latina e romanza e dell’Europa germanica rispetto alla patria spirituale ellenica, gemma rara delle più eccelse creazioni artistiche e intellettuali della storia universale. Il rapporto della Germania con l’antichità greca, complicato e problematico, attraversa tutta la cultura tedesca dal classicismo settecentesco di Winckelmann al tormentato ripensamento filosofico posteriore alla catastrofe del 1945 e la percuote, la innalza, la plasma, la trasforma, la precipita negli abissi e la risolleva. I Greci antichi s’intrecciano con le suggestioni, le idiosincrasie, i vaneggiamenti e talvolta le follie non dei soli “addetti ai lavori” (i filologhi; i filosofi) ma della larga platea delle “persone colte” e in momenti parossistici di tutto o quasi tutto il Volk. Esattamente come accade all’amante infatuato, narcotizzato e prigioniero del fascino dell’amata. Impensabile qualcosa di simile per le amorevolmente “filiali” civiltà dei popoli romanzi o per la pragmatica e distaccata cultura anglosassone. Un nome per tutti:  Nietzsche, il ventisettenne autore della Nascita della tragedia dallo spirito della musica, di quel libro cioè che il medesimo Nietzsche di età più matura, fattosi critico di se stesso, definì sprezzantemente «la professione di fede dei romantici», un testo «impossibile, scritto male, pesante, penoso, concitato e confuso nelle immagini» ma che tuttavia rivelò all’autore e a quel piccolo mondo che allora volle leggerlo una Grecia nuova, esaltatamente terrifica e al contempo meritevole di occupare tra tutti i popoli della storia «la dignità e la posizione privilegiata che compete al genio rispetto alla massa» (Nascita della tragedia, cap. XV).

Un sottile fil rouge lega Nietzsche, Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff, Werner Jaeger, Stefan George, Karl Popper, Martin Heidegger, Edmund Husserl, Erich Auerbach, Theodor Adorno, Hannah Arendt e Leo Strauss: il loro continuo riposizionamento rispetto all’origine, cioè rispetto alla Grecia e alla sua filosofia. In un recente brillante saggio (Il demone della nostalgia. L’invenzione della Grecia da Nietzsche a Arendt, Einaudi, Torino 2025) Mauro Bonazzi segue meticolosamente questo filo rosso della cultura tedesca evidenziandone le torsioni e contraddizioni dialettiche nonché i problematici e spesso tormentati rapporti con la storia politica della Germania del Ventesimo secolo e ci aiuta a comprendere quanto le diverse letture e rivisitazioni del patrimonio culturale ellenico abbiano di volta in volta alimentato e potenziato l’ideologia völkisch oppure, al contrario, l’abbiano contrastata e depotenziata. Si prenda in considerazione la figura del Wilamowitz, il “principe” della grande filologia classica tedesca, l’esemplare più rappresentativo dell’alta cultura tedesca di matrice classica dell’epoca guglielmina, nonché primo recensore (e severo stroncatore) della Nascita della tragedia di Nietzsche. Egli, dopo la catastrofe tedesca del novembre 1918 (per lui, vecchio nazionalista, inconcepibile e disonorevole), riscoprì per reazione contro la “putrefazione” della Germania weimariana il Platone del regno delle forme eterne ma non più o non soltanto nell’etica, nell’estetica e nella metafisica ma nella politica. Il filosofo della Repubblica sostituiva il filosofo del Timeo e del Fedone e diventava agli occhi del Wilamowitz la risposta attuale e perenne alla crisi della Germania, come già lo fu alla crisi della corrotta Atene democratica, un maestro autentico di azione politica, l’educatore che avrebbe plasmato una nuova classe politica tedesca ancora di là da venire ma fervidamente auspicata dall’anziano professore di filologia classica dell’Università di Berlino. E fu il più brillante dei suoi discepoli, Werner Jaeger, a proseguire lungo i binari tracciati dal maestro. Ancora una volta il Platone politico venne riscoperto, ripensato e riproposto quale educatore “spartano” della comunità popolare-nazionale, una paideia platonica etico-politica in funzione dello Stato a sua volta incarnazione del Volk. Gli eventi politici successivi avrebbero condotto Jaeger a elaborare posizioni parzialmente diverse e a recuperare una visione più ricca e meno focalizzata sul momento politico di Platone. Lo stesso Jaeger, inizialmente non ostile al nazionalsocialismo, scelse la via dell’esilio nel 1936.

In quegli anni di fervidi studio ellenico-platonici vedevano la luce altre opere ancor più decisamente politiche ma, senza più il solido ancoraggio filologico che ancora era stato di Jaeger, già proiettate in una dimensione mitologica. Attorno ai “circoli ellenici” del poeta misticheggiante Stefan George si formò una nuova generazione di intellettuali ario-ellenici i quali tennero per ferma la centralità del Platone politico portandola anzi al parossismo (il più celebre di costoro fu Kurt Hildebrandt la cui opera Platone. La lotta dello spirito per la potenza apparve nel fatidico 1933). I circoli ellenici di George rimodellarono il Platone politico trasformandolo in legislatore, maestro, fondatore (Gründer) e guida (Führer) del processo di rinnovamento della cultura (Kultur in opposizione a Zivilisation) e dello spirito germanici. Ciò che accomunava gli intellettuali dei circoli ellenici a filologi accademici come Jaeger e prima ancora al giovane Nietzsche era l’assunto di partenza: «fare di Platone (e dell’antichità) una materia vivente e non l’oggetto di studi solo scientifici o specialistici», come scrive Bonazzi (p. 56). In questo peculiare contesto di eccitazione misticheggiante e politica per il Platone della Repubblica e delle Leggi comparve nella letteratura con pretese filosofiche  il best seller dell’epoca: il Platone custode della vita di Hans Günther, intellettuale organico alla Nsdap, il quale volle leggere nel sistema filosofico dell’Ateniese un razzismo se non proprio biologico quantomeno spirituale con la sua (di Platone) esigenza di realizzare il geistiger Staat (Stato spiritual-razziale) sul modello di Sparta. In quegli anni ripresero forza, anche nel mondo accademico tedesco, idee circolanti già dal tardo XIX secolo secondo cui esisteva un vincolo di parentela biologica tra i Tedeschi e gli antichi Dori (calati nel Peloponneso dalle terre del nord): entrambi i popoli di stirpe ariana. È difficile sottostimare la forza di suggestione che l’idea di una coincidenza di sangue tra la Germania e l’antica Grecia esercitò sui Tedeschi degli anni Venti e Trenta.

Il Platone totus politicus dei circoli ellenici, di Hildebrandt e di Günther a uno sguardo retrospettivo risulta inverosimile e del tutto parziale. E tuttavia anche chi contrastò quelle letture totalizzanti, come per esempio Karl Popper, rimase prigioniero della falsa idea di una filosofia platonica tutta politica e trascurò o relegò in secondo piano come non essenziale il Platone davvero incommensurabile della metafisica, dell’eros e dell’estetica. Vero è che nella prima parte del celebre La società aperta e i suoi nemici Popper si propose di respingere completamente il Platone politico totalitario della Repubblica, senza curarsi della plurisecolare tradizione del platonismo sulla civiltà occidentale. D’altronde l’opera di Popper portava impresso su di sé un sigillo di militanza politica della libertà contro tutte le forme del totalitarismo contemporaneo, che l’Autore riconduceva in ultima analisi proprio al Platone “storicista”, al filosofo che aveva preteso di conoscere e svelare le leggi ineluttabili della storia e che aveva proposto un alto esperimento di ingegneria sociale per la realizzazione della società ideale perfetta. In una simile impostazione era chiaro che coloro i quali ritenessero di possedere la chiave delle leggi storiche avrebbero potuto lucidamente realizzare con qualsiasi mezzo l’esperimento sociale della repubblica perfetta. Anche a costo di guerre, devastazioni e genocidi. E anche a costo dell’annientamento dell’individuo e delle sue libertà. Alla Grecia totalitaria di Platone Popper oppose la Grecia razionalistica, la Grecia della ragione critica e delle confutazioni sofistiche, la Grecia di Socrate (il maestro tradito dall’allievo) e di Protagora: una Grecia “liberaldemocratica”. L’interpretazione offerta da Popper non è meno inverosimile e parziale di quella dei suoi avversari totalitari ma ebbe il merito di sollevare una domanda a cui non è stata ancora data una risposta convincente all’uomo occidentale dell’oggi, ovvero: se la filosofia politica di Platone è davvero incompatibile con la liberaldemocrazia, perché continuare a porre questo pensatore (anche) politico tra i padri nobili della civiltà occidentale?

Popper scrisse la sua opera durante la guerra dal suo remoto rifugio in Nuova Zelanda e si rivolse nell’immediato al pubblico anglosassone; solo in seguito la sua interpretazione cominciò a circolare in una Germania sconfitta e prostrata. D’altronde egli, come ricorda Bonazzi, non  fu il solo esule di lingua tedesca che dall’esilio si occupò dei Greci in chiave contraria al pensiero dominante nella Germania ante-1945. Vanno aggiunti molti altri illustri autori, alcuni dei quali tornarono a occuparsi di Platone (Leo Strauss) con nuove interpretazioni; altri, come Theodor Adorno e Erich Auerbach,  si volsero ai poemi omerici (e in particolare a Odisseo), il primo in rapporto alla critica della modernità capitalistica e il secondo per sottolinearne i limiti e la patina di luccicanza superficiale rispetto alla profondità esistenziale della Bibbia ebraica; altri ancora, come Hannah Arendt, recuperarono dagli Ateniesi del quinto secolo il concetto di vita activa (biòs politikòs), «la possibilità esistenziale di agire liberi», perché è la prosaica praxis politico-partecipativa, e non l’ideale Repubblica dei filosofi, a conferire un autentico significato all’esistenza sociale e individuale degli uomini, come già nell’Atene di Pericle.

Intanto ci fu anche chi, prima, durante e dopo il Terzo Reich, non abbandonò mai il suolo patrio e continuò a volgersi con filosofica nostalgia alla patria ideale, la Grecia. Martin Heidegger ben volentieri accettò la Gleichschaltung e si allineò al regime. Ma lo fece a modo suo, tenendo fissi gli occhi sugli inizi: l’irruzione della filosofia greca (presocratica). Compito del filosofo tedesco è guidare chi guida il popolo alla riappropriazione del “noi stessi”, della “nostra origine”. La scienza tedesca sarà «veramente se stessa solo quando [sarà] theoria greca», ove per theoria Heidegger non intende conoscenza o dottrina ma ˗ parole sue ˗ l’atto dell’interrogare «nel cuore dell’estrema problematicità dell’intero Essente», un interrogare che «diviene esso stesso la forma suprema del sapere». I filosofi della nuova Germania – pensava Heidegger –  avrebbero dovuto educare le nuove guide del Volk a questa profonda interrogazione dell’essente, e qui si coglie la disarmante ingenuità politica della più profonda mente tedesca del secolo. Ma al di là di ciò, anche Heidegger (come peraltro Husserl, seppur con approcci diversi)  conferma  l’unicità del profondo, esistenziale, nostalgico e totale rapportarsi del Geist tedesco con l’Ellade perduta, e sempre di nuovo agognata, dei secoli che furono.

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