Enrico Marino (1971) è dottore di ricerca in Teoria e Storia della storiografia filosofica (2003). Fra le pubblicazioni principali ricordiamo: Democrazia e rivoluzione socialista nel pensiero di Lelio Basso (2004); Classe, proprietà, democrazia in The Red Republican (2008); Mazzini: la democrazia europea e la Comune (2010); Introduzione e traduzione di Considerazioni sul Socialismo di J. S. Mill (2012). Tra le pubblicazioni più recenti: Volontà generale e diritti dell’individuo ne Il Contratto sociale di Rousseau in Libertà, uguaglianza, democrazia nel pensiero europeo (XVI-XXI secolo), a cura di R. Bufano (2018); Basso interprete di Marx in Karl Marx nel XXI secolo, A cura di F. Lucarini, G. Marramao, S. Zanobetti (2020); Democrazia diretta e rappresentanza in «Critica marxista», n. 1, 2022.

Recensione a Federico Lucarini, L’assenza di una prova non è la prova di un’assenza: dall’esordio al consolidamento dello Stato liberale in Italia (1861-1891), Editoriale Scientifica, p. 874.

In questo ponderoso volume, con un approccio di storia della storiografia ed il contributo di elementi di storia politica, funzionali alla generale lettura storica, l’Autore discute un complesso di questioni attinenti alla politica della destra storica ed alla successiva fase del governo della sinistra storica. Attraverso il confronto con alcune tesi di fondo della storiografia, marxista, azionista, liberale e cattolico democratica, e su una estesa base di fonti, Lucarini propone la rimodulazione di alcuni giudizi storici, rivalutando l’azione di una parte della destra e della sinistra storica, in particolare per ciò che attiene alla difesa e sviluppo del regime parlamentare ed al consolidamento dello Stato nazionale.

Il titolo criptico è la tesi logico deduttiva, di derivazione dialettica, secondo cui la mancanza della dimostrazione di una tesi non implica necessariamente che la stessa tesi sia falsa; il contenuto dell’argomento cui si riferisce il titolo è la mancata dimostrazione della qualità della classe dirigente post unitaria nel periodo tra la fondazione dello Stato unitario e la fase che precede “la crisi di fine secolo”, il tentativo di svolta autoritaria del conservatorismo politico militare di fronte all’avanzare del movimento operaio in Italia. In tal senso si fa presente l’ipotesi secondo cui la classe dirigente italiana dell’epoca non sia stata politicamente inferiore a quella liberale inglese o francese, tesi condivisibile a condizione, a mio avviso, di includere nella valutazione l’opera di Zanardelli e Giolitti, quindi anche il primo periodo del XX secolo.

Nel volume si affrontano diverse questioni, alcune generali, altre più specifiche: vengono esposti elementi teorici e di azione politica della classe dirigente italiana post unitaria, cioè i principi ispiratori di buona parte di essa, il liberalismo moderato e la vocazione parlamentare, e contestualmente si espongono alcune tesi del conservatorismo liberale e non; in questo quadro ci si concentra anche sullo specifico problema del centralismo e del decentramento amministrativo.

L’introduzione prende le mosse da un confronto con alcuni giudizi della storiografia marxista ed in essa l’autore sembra oscillare fra la rilettura di aspetti specifici dei giudizi storici sulle politiche e su singole figure post risorgimentali, ed una sorta di revisione che modifichi radicalmente la generale interpretazione storiografica marxista, da Gramsci in poi, riprendendo elementi di riflessione di Rosario Romeo. Si potrebbe pensare che Lucarini si situi nella scia della interpretazione di Romeo secondo il quale il processo di unificazione risorgimentale e i primi decenni post unitari, non presentassero le condizioni per effettive alternative alla politica della destra storica. In effetti dalla lettura del ponderoso ed approfondito volume si può sostenere che non sia cosi; in primo luogo perché Lucarini non riprende le tesi principali di Romeo, ad esempio l’impossibilità di saldare media borghesia e contadini, tramite la riforma agraria, poiché si era nella fase dell’accumulazione capitalistica originaria in Italia. Nella ricostruzione del quadro delle diverse posizioni politiche, L’Autore riconosce esplicitamente che vi erano possibilità alternative nelle scelte di governo, a cominciare da quelle economiche, mentre forse non si fa presente adeguatamente che si poteva fare meglio sull’unificazione culturale del paese, rinunciando, ad esempio, ad una leva militare molto gravosa. Nella rilettura storiografica dell’Autore è presente una problematizzazione circa il valore e i limiti delle riforme liberali nella prima fase post unitaria, che tende a rivalutare l’opera dei governi liberali, distinguendola da quella degli esecutivi a guida militare espressione del monarca; in tale contesto vengono messe in luce certe contraddizioni, come l’istituzione del governo militare in alcune regioni meridionali nella pagina buia della “lotta al brigantaggio” e nel contempo si rileva il valore della riforma dell’istruzione pubblica e i primi passi della politica delle infrastrutture. Nella fase fase successiva l’Autore descrive la regressione conservatrice di Crispi con la sua specifica adesione al modello prussiano, per parafrasare Procacci.

A differenza di una certa asprezza dell’Introduzione, come ad esempio nel caso in cui l’Autore contesta la definizione di “affaristica” rivolta ad una parte della compagine parlamentare della destra storica, nel corso dell’opera è presente in diversi momenti il sostanziale riconoscimento del valore storiografico della estesa ed approfondita storiografia marxista, di cui peraltro Lucarini si mostra consapevolmente tributario, anche attraverso molte significative citazioni. La lucida disamina del passaggio dalla destra storica alla sinistra storica, con il coacervo di contraddizioni teoriche e politiche di Depretis e dell’intera sinistra, la trasversalità di certe posizioni e linee  politiche, le origini del trasformismo, è una notevole dimostrazione per esaustività e nitidezza, di conferma di tesi storiche datate ma non per questo superate.

Lucarini riprende il concetto del Risorgimento come “rivoluzione”, ma, è da chiedersi, in quale senso si può parlare di rivoluzione a proposito dell’ingresso dell’Italia nella modernità degli Stati nazione europei? La definizione del Risorgimento come rivoluzione, a mio avviso, può essere accettata a condizione di completarla con la categoria gramsciana di rivoluzione passiva; vi è nel Risorgimento un lato progressivo e uno passivo, caratterizzato dall’assenza di gran parte delle masse e di incisive riforme sociali, prima fra tutte la riforma agraria. Il dogmatismo liberista di una parte della destra storica, ad esempio, comportò che si perseguì il pareggio del bilancio prescindendo dalle compatibilità economiche, come la necessità di massicci investimenti nelle infrastrutture e l’equilibrata distribuzione territoriale delle risorse, ed inoltre restando indifferenti alle conseguenze sociali.

La scelta centralista era inevitabile, come lascia intendere Lucarini, data l’impreparazione delle classi dirigenti nel meridione e dunque fu la scelta migliore: il problema verteva su quale dovesse essere il punto d’equilibrio fra centralismo e decentramento. L’Autore ricostruisce l’interessante dibattito sul punto fra Minghetti, Carpi, Bonghi circa la necessità o no di rafforzare i poteri delle provincie: questa discussione appare il frutto di una visione realistica che la destra aveva su poteri centrali e decentramento; probabilmente, si può osservare criticamente sul piano storico, si sarebbe dovuto consentire da subito l’elezione consiliare del sindaco e del presidente della provincia per assicurare la piena partecipazione, almeno degli aventi diritto al voto, sul piano locale.

Attraverso una descrizione puntuale del succedersi dei governi e del variare delle alleanze politiche, l’Autore mette a fuoco una questione storiografica rilevantissima, attraverso l’esposizione dei diversi punti di vista degli esponenti della destra sui grandi problemi dello Stato unitario. La questione può essere cosi sintetizzata: come conciliare una lettura storiografica unificante dell’azione della “destra storica” con le contraddizioni da cui fu caratterizzata? Ad esempio, direi, fu moderata la politica economica di Sella? Si situa qui uno dei problemi di fondo della storiografia liberale, per la quale nella fase storica analizzata, sembra che liberale sia sinonimo di moderato, e di riformista, senz’altro. Lucarini cerca di esprimere un punto di vista autonomo attraverso una serie di distinzioni, che mostrano quanto fossero diversificate le posizioni della classe politica dell’epoca, in primo luogo distinguendo fra destra liberale parlamentarista e conservatori, liberali e non, che sostenevano il principio del governo del monarca. Scrive Lucarini citando un illuminante giudizio di Mario Vinciguerra:

”[Egli] si chiedeva – apertamente e senza alcun infingimento, ma operando, anzi, una revisione spregiudicata di molte idee e giudizi fino allora convenzionali – che cosa poteva significare la denominazione di «liberale» per un partito che passava per tutta la gamma delle concezioni dello stato, da quella individualistica liberista con una sfumatura savonaroliana di Ricasoli, allo statalismo germanizzante di Silvio Spaventa, passando per l’eclettismo di Minghetti e Bonghi e per il pragmatismo di Sella?

Non è un caso che, pur soffermandosi anche sulle figure di Silvio Spaventa e Ruggiero Bonghi, il volume si concentra in primo luogo sulla figura di Minghetti, il Gladstone italiano sostiene Lucarini penso a giusta ragione, il cui pensiero e la cui politica furono sintesi di un liberalismo in evoluzione, verso un limitato intervento pubblico in economia e un primo prudente riconoscimento del pluralismo “partitico”, ma forse ancora incompiuto rispetto ai problemi fondamentali della società industriale e rispetto ai compiti specifico del nostro nuovo Stato unitario. Minghetti, fa presente l’Autore, fu teorico di un liberalismo ben temperato, cioè capace di interpretare le nuove esigenze storiche; purtroppo, si può osservare, il leader britannico guidò il governo del suo paese per oltre 15 anni, mentre Minghetti diresse il governo italiano solo per 4. Lucarini quindi puntualizza il senso dell’azione della destra liberale che seppe affermare il valore del regime parlamentare, a partire dal principio de facto, poiché non previsto dallo Statuto albertino, per cui il governo esercita il suo potere solo con la fiducia del parlamento, e la difesa dei diritti civili, in contrapposizione ai tentativi di regresso verso il governo del monarca. Nel contempo l’Autore fa presente come essa riuscì solo in misura parziale ad assolvere al compito di unificare politicamente e culturalmente il paese, lasciando irrisolte profonde contraddizioni economiche e civili che graveranno a lungo sulla società italiana, e che saranno concausa del suo declino. Lucarini quindi fa riferimento in più di una occasione alla riflessione, ponderata e segnata da un tratto di amarezza, di Stefano Jacini: il risultato della prima fase post unitaria fu “la separazione fra paese legale e paese reale”; il giudizio più netto e autocritico venne quindi proprio da un rappresentante autorevole della destra storica.

Il volume chiarisce in seguito, nitidamente, il coacervo di contraddizioni che caratterizzò la politica della sinistra storica a cominciare da Depretis; in avvio liberista, e pertanto già in contraddizione con se stessa in quanto di derivazione mazziniana e quindi democratico egualitaria, la sinistra non proporrà il suffragio universale e con una rapida torsione politica approderà al protezionismo. Lucarini descrive con precisione come fra destra storica e sinistra storica non vi fosse più un confine politico netto, ma piuttosto una certa trasversalità di idee, programmi e interessi economici: da qui l’origine del trasformismo. Nel complesso le riforme della sinistra, prima, anche se limitata estensione del suffragio, istruzione, elementi di intervento pubblico in economia, furono un importante progresso anche se limitato e a volte contraddittorio, come nel caso del protezionismo.

L’arrivo al governo di Crispi segna una svolta dal liberalismo parlamentare al conservatorismo, in cui il potere principale è il governo, poiché promana direttamente dal monarca; inoltre si consoliderà lo stretto legame fra industria capitalistica e Stato attraverso le commesse pubbliche, in cui preminente sarà l’interesse privato. La politica crispina, osserva Lucarini, fu di fatto una battuta d’arresto sulla via liberale riformista, segnata dal rafforzamento del potere del governo rispetto all’organo rappresentativo, e dallo sviluppo economico dall’alto, dalla commistione fra proprietà capitalistica e politiche di governo; tutt’altro rispetto al primo impulso pubblico cavourriano dell’industria meccanica e siderurgica. Si ebbero “riforme senza riformismo” come osserva Lucarini, invertendo la formula di Ragionieri relativa alla politica giolittiana, a proposito delle isolate e molto limitate riforme di Crispi, come ad esempio l’elettività dei presidenti delle provincie e dei sindaci.

Le due questioni poste da Lucarini nella parte finale del volume sono indubbiamente di grande rilievo e pongono problemi che hanno importanti riflessi attuali: il concetto crociano di borghese come soggetto morale, cioè l’ideal tipo borghese, dove  borghese coincide evidentemente con liberale, e il principio guida della politica di Minghetti, il più preparato successore di Cavour, sintetizzato nella formula del conservare progredendo.

Conservare progredendo, concetto che sembra ripreso dalla filosofia della storia di Hegel, deve essere inteso nel senso della conservazione dello Stato unitario e del regime parlamentare e del progredire nel senso dello sviluppo economico e dell’estensione dei diritti. Il conservare progredendo corrisponde alla lettura storica di Benedetto Croce nel suo La Storia d’Italia tra 1870 e l’inizio del Novecento. Mi sembra però che a questo punto, per ampliare il campo dell’analisi si dovrebbe introdurre la tesi del suo alter ego contraddittore, Gramsci, che fa presente, detto in termini un po’ sbrigativi, come Croce sia a suo agio nelle ricostruzioni delle fasi storiche caratterizzate dalla stabilità politico istituzionale, mentre incontri maggiori difficoltà interpretative di fronte ai momenti di rottura, sia progressivi, come la rivoluzione russa, che di crisi e regressione, come l’affermazione del totalitarismo fascista in Italia.

Come spiegare la crisi dello Stato liberale, se esso aveva avuto un ininterrotto “moto ascendente” verso l’ampliamento dei diritti, e l’arrivo del fascismo al potere e la costruzione di uno Stato pressoché totalitario. Indubbiamente il fascismo fu una malattia dello spirito, secondo la celebre definizione crociana, ma quali ne furono le cause? Qui si intravvedono alcuni limiti nelle categorie teoriche e storiografiche di Croce, una certa astrattezza e indeterminatezza di queste.

E’ questo il problema teorico, per usare le parole di Luporini che discute la questione dello storicismo marxista, del rapporto continuità discontinuità nel processo storico rispetto alle contraddizioni in esso emergenti: come spiegare le discontinuità?

Il conservare progredendo segue la rottura del Risorgimento, la tenace azione di forza statale e di lotta spontanea promossa, ognuno dal proprio punto di vista, da Cavour e dai repubblicani democratici, che costruisce un moderno Stato unitario liberale sotto l’egemonia moderata. Allora il conservare progredendo dovrebbe essere meglio definito e contestualizzato perché risulti teoricamente valido, e pertanto politicamente efficace.

Il borghese come modello etico politico è quindi sinonimo di liberale, ma qual è il punto di partenza storico del liberalismo, quello cioè da cui inizia il saggio conservare, e qual è la finalità ultima, almeno nei suoi tratti essenziali, del progetto politico verso cui progredire? La categoria di liberale appare come uno schema a maglie troppo larghe che dovrebbe essere sostanziato di contenuto: storiograficamente, per fare un esempio, si tratta di non confondere figure eterogenee, e per certi versi antitetiche, come Sella e Giolitti. Mentre sul piano storico e teorico il cammino della libertà nel Novecento si è fondato sulla democrazia egualitaria, dei Rousseau e dei Mill. L’indeterminatezza dei principi ha come effetto storiografico le oscillazioni troppo ampie nei giudizi e quindi contiene il rischio di sussumere in un’unica categoria interpretativa politiche pressoché antitetiche, oltre che della mancata comprensione delle cause delle tendenze storiche regressive.

Se è consentita una digressione su vicende più vicine nel tempo ma che potrebbe essere utile a meglio chiarire il problema storiografico e teorico del concetto di liberalismo come principio indeterminato, si può fare riferimento al caso del giornale partito La Repubblica e del suo fondatore Eugenio Scalfari che, tra la metà degli anni 70 e i primi anni duemila, nel corso di venti anni, è andata incontro ad una parabola involutiva dovuta alla “sindrome” della indeterminatezza liberaldemocratica. Le posizioni de La Repubblica si situavano fra il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa e il Partito Socialista di Nenni e De Martino: erano fondate su elementi di keynesismo ed di limitato intervento diretto dello Stato in economia, sullo Stato sociale universalistico ed alcuni imprescindibili diritti del lavoro. La Repubblica ed il suo fondatore, constatata immediatamente l’impossibilità di una proficuo confronto con il Psi di Craxi, si volsero verso il PCI di Berlinguer, chiedendo, prima, che questo si trasformasse in un normale partito socialdemocratico, ed in seguito di promuovere un programma in cui, detto schematicamente, le forze del movimento operaio dovessero diventare classe generale da un punto di vista liberal democratico, più che socialista; ne seguì il calo di consensi verso la sinistra e la contestuale attuazione italiana della cosiddetta terza via mondiale fra socialdemocrazia e liberismo. La generale impostazione liberal democratica risultava dunque non adeguatamente determinata, e pertanto adattabile a politiche eterogenee; ne derivò che la corrente del corso storico, l’affermazione del neoliberismo, spinse La Repubblica verso le idee dello Stato mero regolatore del mercato, delle privatizzazioni, del ridimensionamento dello Stato sociale e dei diritti del lavoro, e dell’abbattimento del debito pubblico a prescindere dalle compatibilità economiche: da qui l’entusiasmo per i governi tecnocratici Monti e Draghi, centrati sul neoliberismo. In sostanza l’indeterminatezza liberaldemocratica condusse La Repubblica dal riformismo moderato all’antiriformismo, per restare nella scia della formula di Ragionieri.

Il liberalismo aveva invece trovato specifiche determinazioni teoriche a partire dalla distinzione rosselliana, che aveva la sua fonte in Croce e per altri aspetti in J. S. Mill, fra liberalismo come metodo e liberalismo come sistema, inteso come sistema sociale capitalistico: il primo da conservare ed estendere, il secondo da superare. Per Carlo Rosselli e Altiero Spinelli la realizzazione del metodo liberale è la democrazia, compresi i suoi fondamenti materiali, cioè la distribuzione della proprietà e i diritti sociali: dalla sconfitta del totalitarismo fascista il conservare progredendo è sostanziato dal conservare la Costituzione repubblicana progredendo nell’attuazione del suo progetto.

Ne consegue che al termine della lettura del documentato volume di Lucarini, tornando ai problemi storiografici da lui affrontati, restano alcune meritorie rimodulazioni di giudizi storici sul valore di una parte della classe dirigente liberale, e la conferma del valore del crociano etico liberalismo. E permangono anche alcuni interrogativi fondamentali su quale liberalismo: la risposta storiografica verrà forse da un futuro studio di Lucarini sul liberalismo riformista di Zanardelli e Giolitti?

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