Enrico Palma (1995) è dottore di ricerca in Scienze dell’Interpretazione e collaboratore della cattedra di Filosofia teoretica del Disum di Catania. Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni per numerose riviste nazionali e internazionali. Le sue aree di ricerca sono principalmente la metafisica, le intersezioni tra filosofia e letteratura in chiave ermeneutica e l’ontologia della scrittura letteraria. Nel 2022 ha partecipato alla collana Greco. Lingua, storia e cultura di una grande civiltà del "Corriere della Sera" con la cura del volume ψυχή. L’anima. Nel 2024 ha pubblicato De scriptura. Dolore e salvezza in Proust (Mimesis, Milano-Udine). Nel 2024 ha conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di Professore di II fascia per il S.S.D. di Filosofia Teoretica (11/C1).
Recensione a: A. Sichera, Fino alla fine. Il silenzio di Dio, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2026, pp. 204.
Ha certamente ragione Antonio Sichera nel ritenere che l’esperienza di Gesù nell’Orto degli Ulivi, il Getsemani, sia punto di snodo fondamentale, anzi decisivo, per chiunque voglia dirsi pienamente cristiano e abbracciare con convinzione questa fede. È il momento in cui il divino si mostra in tutta la sua, se vogliamo, incomprensibile e persino inconcepibile fragilità, umano tra gli umani, un Dio fattosi carne che soffre dello stesso destino della creatura che intende salvare, che si getta a terra fino a prostrarsi, dai cui pori fuoriescono grumi di sangue, che geme, è inquieto, si turba, ha un cuore contrito e prossimo alla morte, prova un’angoscia indicibile e asfittica almeno fino al punto da riuscire a pronunciare la sua preghiera, risollevando con sé le sorti dell’intera creazione e, con essa, di tutta la condizione umana.
Sichera intende allora l’accostamento al racconto così come si articola nei quattro Vangeli come una profonda esperienza di fede e di verità, in cui è effigiata per intero, come anzidetto, l’esistenza umana e soprattutto la possibilità del suo riscatto, di ritrovare quell’amore per la vita nella sua accettazione e accoglienza, in cui rinvenire la redenzione di sé e dell’altro, mediata da quella presenza divina e allo stesso tempo umanissima che sostiene l’uomo nell’ardua prova al cospetto del nulla, affinché non degeneri in un gratuito e anche facile nichilismo, ma si proponga come benedizione di speranza, perché questa vita venga trasfigurata e innalzata.
Sichera introduce alla lettura dei brani del Getsemani, seguendo con ciò il sempre utile rimbalzo che già Šestov aveva proposto con acume tra Atene e Gerusalemme, convocando quali bussole d’orientamento il Pavese della conclusione (Gli dèi) dei Dialoghi con Leucò e il Dostoevskij del Grande Inquisitore, brani che restituiscono, da punti di vista certamente diversi se non per certi aspetti opposti, un sentire nondimeno convergente e accordato su quella parola che tace, ovvero su quella presenza “assente” che nel vuoto si fa ascoltare e presagire, nel foro interiore che diventa, in questo modo, luogo di assoluta ospitalità, dimora in cui abitare con la fiducia solida di stare al mondo. Ma sempre all’insegna della teoria ermeneutica, che aggancia la lettura al presente, alle urgenze di senso che l’attualità reclama con forza, per non mancare quel compito storico che riguarda le epoche e tutti gli uomini di buona volontà, come ha insegnato il molto citato Bonhoeffer, il quale affermava convintamente che l’esperienza cristiana è per suo statuto segnata da vuoti e da silenzi, che quella umana è una finitudine incontrata, potremmo aggiungere, che consente di sporgere, di trascendere verso l’altro, che è il Tu divino quando presentito dentro di sé, anche nella notte fatidica di Getsemani.
È l’esperienza del paradosso, che come ammoniva Kierkegaard in pagine famose della Malattia mortale costituisce l’essenza più profonda del cristianesimo, tutto il suo assurdo, quello che farebbe realmente ammattire e perdere la testa. Il Gesù di Getsemani è l’exemplum della vita che trema di fronte a se stessa, alla sua mancanza di senso, alla morte che incombe, alla sofferenza inferta e subita, a un mondo triste e offeso, a quel sussurro insistito e che non si spegne mai del tutto per cui il nulla, nonostante tutto, sarebbe stato preferibile all’essere. Ma questa è la prova da vincere: chi, provato questo, nel proprio interno più irriducibile, come Gesù, intravista l’essenza della vita e del calice del sacrificio che avrebbe dovuto bere, lo accetta fino in fondo, se ne fa carico, non si sottrae al compito, ed esiste perciò con pienezza. E in questa scelta l’uomo cristiano, anche lui, se vogliamo, cavaliere della fede, può trovare ciò che lo regge, può riconoscere in Gesù la sua stessa esperienza e quindi ottenere il fondamento altrimenti indisponibile.
Eppure, la prova si può anche non superarla, non perché le difficoltà eccedano le forze umane, per il fatto che solo un Dio poteva farcela. Bisogna rivolgersi semmai a un uomo richiamato alla scelta nella sua vita quotidiana. Perché entrati con Gesù con il suo stesso stato d’animo in quell’Orto, si può venire sopraffatti dalla carica di male che l’esistenza, direi l’umanità in generale, reca in sé, la stessa umanità che non a caso giaceva nel peccato e che forse nemmeno un Dio fattosi uomo e agnello sacrificale ha potuto redimere. L’umanità ha tradito il suo Messia e si è addormentata come i suoi improvvidi discepoli, il fondatore della Chiesa lo ha rinnegato, un intero popolo lo ha preferito a un assassino e gli ha inferto un supplizio infinito, e, come ultima ironia, è su questo male che il cristianesimo chiede di erigere se stesso e di fondare la fede: Gesù che supera la prova, che accetta che tale destino passi da lui, dal commovente appello al suo Abbà perché evidentemente l’umano, per essere salvato, necessita che si compia tale vergogna e che per giunta gli sopravviva per ricordargli che una redenzione è ineludibile, cioè il Salvatore messo a morte da coloro per cui era venuto.
Gesù, così come il cristiano che confida in lui nel farsi reggere nella prova, non è, ricorda Sichera, un filosofo, uno stoico, un moralista, un virtuoso, è un uomo come tutti gli altri, che riscopre e fa riscoprire la divinità in quella che è indubbiamente una teologia in forma di frase, a cui può essere ricondotta la conquista della fede nelle doglie tenebrose e lancinanti di Getsemani: «L’impero cruento della morte e la commovente resistenza della vita» (p. 101). Una frase di un uomo legato alla vita, al corpo, di cui sente il sorgere in modo istintivo, e vi si aggrappa, quasi un calco di ciò che dirà Camus nel suo romanzo per certi versi più estremo, La peste, all’insegna di quella santità, laico-mondana che dir si voglia, in cui il mondo lo si incontra all’insegna della lotta, del mistero dell’affidamento a una fede in qualche modo persino disperata e inammissibile, e tuttavia fortemente richiesta, anche come “articolo” di ragione.
Gesù, allora, si fa capo, ma «nella debolezza e nella passività orante e fiduciosa, diventando ‘il primo’ per noi in un solo senso, quello di essersi assoggettato per primo alla prova, di esser passato per primo da Getsemani» (p. 69). Il Gesù che Sichera ci spiega non è un Dio onnipotente, è semmai un uomo fragile, tradito, sofferente, che chiede ragione del suo destino come del resto lo facciamo tutti, come lo fanno anche i cristiani che, sulla scia anche non saputa di Dostoevskij, si domandano appunto perché, se un Dio c’è, possa consentire tutto questo, debba rendere necessario passare dalla prova e vedere l’orrore della vita, dell’umano e del mondo, e nonostante tutto avere fede. Getsemani, in uno dei suoi sensi possibili, forse quello più profondo, è come viene descritto da Sichera: «Sperare contro ogni speranza, credere in Dio nella notte più fonda, difendere la potenza della nostra umanità nella distretta irreparabile, gridare nel proprio cuore che Dio verrà, che Dio non ci abbandonerà nel momento in cui Egli si manifesta come l’assente, l’assurdamente silenzioso: questo è il senso della preghiera di Getsemani, dove Dio viene creduto e interpellato nella purezza di un’umanità priva di schermi, dove si continua a dire che Dio ora, e non domani, non in un altro mondo, ma nell’attualità inconcepibile di questa vita che finisce, raccoglierà e darà compimento al desiderio annientato, perché questo desiderio il Figlio lo tiene stretto sulla terra del giardino e consegnandosi non lo abbandona all’agguato mortale del nulla» (p. 74).
Certo il male multiforme e bestiale tenderebbe a far credere che si tratti di una patina illusoria per rendere più sopportabile la vita e meno amaro il morire, anzi «una bella favola, un inganno infantile, un velo inutile sulla vera realtà» (p. 81). Ma a questo, aggiunge Sichera, bisogna opporre come parto esistenziale di Getsemani la «fiducia difficile e faticosa, posta al di là di ogni religione, in un Padre avvolto nel mistero, vibrante di misericordia nelle viscere eppure inafferrabile, inconcepibile, spiazzante. È in questa relazione che Gesù si gioca tutto in quella notte, da autentico credente, da modello della fede, che non può che essere semplice ed oscura» (p. 156). Questa è la prova, tale è tutta la difficoltà, l’enigma, il “caro prezzo” che la fede impone all’uomo che voglia abbracciarla e farsene possedere e conquistare. Credere assurdamente che il male non è tutto, che anche se una Passione è dinanzi a noi il divino ha mostrato che la giustezza della vita è questa, che persino Gesù, appiattitosi sulla terra, vi è dovuto passare.
Certo, si può anche, come il più cinico e razionale dei fratelli Karamazov, Iván, provare orrore per tutto ciò, per la fame, la guerra, l’amicizia tradita, l’amore insultato e usato contro chi ama, le malattie inoppugnabili, il dolore generalizzato e senza scopo, la perdita irreversibile, l’amarezza celata dietro ogni raggio di sole, il sacrificio degli innocenti. Spesso il cristianesimo intende l’essenziale della vita soggettivamente, come se si fosse incolpevoli nel subire il male, mancando invece l’opportuna oggettività per cui tale male non è solo subito ma agito, e da tutti, stavolta inevitabilmente colpevoli, talché l’esistere diventa un notturno, a cui la forza dirompente del messaggio cristiano, se accolto e creduto, propone la speranza invincibile di una Pasqua luminosa, l’alba che con i suoi raggi trafigge l’angoscia. Iván voleva “restituire il biglietto” dinanzi a un’umanità e a un’esistenza cosiffatte, un uomo che Dostoevskij, tuttavia, rese folle, come figura irredenta dall’amore.
Forse c’è un altro insegnamento in Getsemani, oltre all’uscire cristiani, abbracciare la croce e quindi vivere. Nell’istante più segreto e inviolabile della solitudine sofferente e angosciata, nel silenzio assordante della speranza mancante, dove la parola orante può non essere intuita non perché privi di risorse o voglia di vivere, si può trovare confortante lo stare presso la terra dell’Orto, avvolti nell’intatto buio, quando insomma per quella roccia, per quei sassi, si prova invidia e si può persino lacrimare di gioia, liberati. Nella consapevolezza che esiste un mondo in pace e senza dolore, di fronte al quale l’esistenza umana sarà sempre un inutile turbamento, un assalto al niente, ma non per finirla lì e in Getsemani restare, rinunciando alla vita, bensì per vivere nello splendore di questo nulla invincibile la cui scoperta non richiede nessun Dio altro, poiché è esso stesso Dio.
Si tratta, infine, di una scelta del cuore, dell’urna in cui riporlo. Scrive Sichera che è di fronte all’assenza e al silenzio di Dio, alla domanda pressante su dove Egli sia, che si fa il cristiano. «È duro ammetterlo, ma questa domanda non è senza risposta. Noi lo sappiamo dov’è Dio. Dio è a Getsemani. Dio è quell’uomo che nel giardino degli ulivi lotta e grida contro la morte, mostrandosi a noi in una debolezza abissale, in una umanità sconvolgente, al limite inammissibile» (pp. 164-165). Questa riflessione di Sichera è una prova comunque lucida e finissima perché, invece, la prova di questo Dio possa pensarsi, secondo verità e per una “vita umana” nel mondo e con gli altri, come ammissibile.
![]()
