Enrico Palma è attualmente dottorando di ricerca in Scienze dell'interpretazione presso il Disum di Catania. Lavora a un progetto teoretico ed ermeneutico su Proust sotto la supervisione del Prof. A.G. Biuso. Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni in numerose riviste di filosofia, estetica, ermeneutica, critica letteraria e fotografia. Nel 2022 ha curato il volume L'anima della collana del «Corriere della Sera» Greco. Lingua, storia e cultura di una grande civiltà a cura dei Proff. M. Centanni e P.B. Cipolla.

Recensione a
S. Brugnolo, Dalla parte di Proust, Carocci, Roma 2022, pp. 208, € 17,00.

Il romanzo di Proust, finito giustamente sotto gli occhi della critica specialistica e non solo con rinnovato interesse in occasione dei cento anni dalla sua scomparsa, diversamente dal panorama desolante che in molti credono che costruisca e offra al lettore, costituisce, nella proposta di Brugnolo, un viatico per l’insensatezza e un balsamo per le piaggerie della vita. La Recherche è un romanzo amico che procura gioia cognitiva, una «festa della mente» (p. 59), un piacere dell’intelligenza provato non appena lo si gusti dal punto di vista della conoscenza, per le verità che provoca e che fa scoprire. Permette di ritrovare il tempo, certamente, ma anche di conoscerlo, per dirla con Heidegger, nell’estasi del presente, in cui c’è spazio per la comprensione della tragicità della vita come divenire inarrestabile culminante nella morte, ma anche per l’ironia, che con una forza insospettata riesce a risollevare e a cogliere la vanità di molti di quei comportamenti e rituali di cui è la continua esibizione. Ma è anche un’opera di trasfigurazione: i dettagli apparentemente insignificanti, tra i quali persone i cui gesti non avrebbero destato in noi alcunché, d’un tratto assumono un’aura sacrale, poiché innalzati dal regno creaturale verso una dignità superiore, quella dell’arte senza tempo.

Dell’unione tra quotidiano e solenne, tra fuggevole ed eterno, tra tragico e comico, Brugnolo tratta come primo tema dell’episodio delle scarpette rosse di Oriane de Guermantes, il locus del romanzo in cui la meschinità umana raggiunge una delle sue manifestazioni più acute: gli amici di una vita, o presunti tali, duca e duchessa di Guermantes, che alla notizia dell’amico Swann di non avere che qualche mese di vita rispondono con una sovrumana indifferenza. «Proust parlava di impressioni anche minime (chétives) e apparentemente trascurabili, di come esse siano essenziali se il romanziere vuole o no ottenere un effetto di verità. Se vogliamo, è proprio questo dettaglio delle scarpe (e quel che significa nel contesto della scena) a costituire il valore aggiunto di verità, ed esso non è naturalmente messo lì per un intento didascalico, ma proprio perché così è la vita: l’unione dell’effimero e del meschino, con il grave, con il tragico» (p. 24). L’autore, con questa formula, riassume molto bene l’arte narrativa proustiana, la costruzione eccellente di un episodio, nonché delle premesse spesso lunghe decenni nella trama del romanzo, che fanno emergere, infine, il carattere infirmo dell’umano, a volte la sua insulsaggine, in cui si manifesta la durezza delle relazioni e l’insopprimibile distanza tra le persone, persino tra quelle che, pur non rendendosene conto, hanno trascorso gran parte della loro vita nella reciproca, ma non per questo nutriente e affettivamente impegnata, compagnia. Il fatto che Proust racconti questi episodi addirittura con distaccata ferocia, non fa altro che rivelare, inoltre, la sua metodologia di fondo, il suo credo narrativo: quello di esasperare ciò che la realtà offre e che senza la costruzione letteraria, altrimenti, non si sarebbe reso perspicuo. E ciò senza mai arrivare a risultati definitivi, tanto da far durare i suoi personaggi facendoli spesso esibire in spettacolari acrobazie mondane. Questo, secondo l’autore, è un altro motivo di grandezza dello scrittore francese: «Questo modo di procedere di Proust mi comunica un piacere ermeneutico allo stato puro. Tanto che con lui, invece che di melodia infinita, potremmo parlare di un’ermeneutica infinita, perfettamente disinteressata a raggiungere risultati o dimostrazioni definitive» (p. 26-27).

La nefandezza umana, si può aggiungere, fu uno dei motivi principali per cui Proust iniziò a scrivere, per permettere a noi lettori, che pur apparteniamo alla stessa specie irredenta di umanità, di identificarci con essa. Nessuno è infatti senza peccato, soprattutto se si pensa ai due tra i maggiori della Recherche: lo snobismo e lo spreco del tempo. Contrariamente a Pound, afferma Brugnolo, Proust «ci invita a rispecchiarci nei suoi personaggi vanitosi, a riconoscerci simili a loro» (p. 38), in cui è da cogliere almeno un doppio movimento: il primo, certamente, di mero riconoscimento, come una catarsi che nell’identificazione di ciò che è male può suscitare una purificazione; il secondo di distacco, come se questa palestra che è la lettura di tali patetici siparietti umani possa consentirci, una volta immersi nella vita reale, di non soffrirne poiché ne abbiamo individuato, grazie a Proust, la legge. Come doppia è anche la dinamica che governa il Marcel narratore e il Marcel autore, il ragazzo che assiste a queste scene senza quasi capirne la verità e lo scrittore maturo che invece mistifica questa verità al suo io riflesso per offrirlo al lettore in tutta la sua chiarità.

C’è una però possibilità di salvezza dai peccati della società e dalla natura umana così bassa e turpe? In modo diverso, ad esempio rispetto a Dante nel suggerimento ermeneutico di Brugnolo, Proust non aspira a nessuna salvezza sostanziale in dimensioni ultramondane a cui la propria opera può servire da via, ma la sintesi dell’autore sul parigino è comunque acuta e corretta: «L’unico modo che ha Marcel per redimersi e salvare sé stesso [trovo strepitosa l’accoppiata redenzione-salvezza così densamente collocata nella concezione proustiana] e gli altri è ritirarsi e scrivere un libro che racconterà il mondo perduto, abitato da anime perdute. Sappiamo che questa salvezza giungerà solo alla fine di tutto quel suo errare, ma in realtà, mentre leggiamo, ci accorgiamo che al fianco di un protagonista peccatore c’è sempre qualcun altro, il Marcel narratore onnisciente, che non si lascia mai fuorviare dalle illusioni che caratterizzano il protagonista durante il suo processo di formazione» (p. 38).

Brugnolo scruta fino in fondo nella ratio teoretica che motiva la Recherche, una linea che lascia aperta e che approfondisce con alcune intuizioni successive. È notorio che l’odissea proustiana altro non è che la conquista, da parte di un dilettante mai convinto della bontà del suo talento, della vocazione, il raggiungimento della decisione di scrivere il libro che, in realtà, ha covato per anni e anni dentro di sé, fornendone così la materia, senza sapere che proprio quello sarebbe stato il bacino al quale avrebbe poi attinto. La mia idea, sostenuta in questo chiaramente anche da Brugnolo, con un peso teorico che difficilmente ho riscontrato in altre riflessioni proustiane, è che la Recherche sia stata scritta per far sì che la propria vita, nella sua interezza di saputo e non saputo, di conscio e inconscio (di cui poi la memoria involontaria ci fa meravigliosamente avvedere), non sia perduta per sempre, affinché l’esistenza, che si credeva sprecata in modo inemendabile, potesse invece durare nel segno della verità per l’eternità rivelata da quelle che l’autore chiama molto correttamente estasi metacroniche. «È solo alla fine, infatti, al gran ballo dai Guermantes (che è poi anche una danse macabre), che Marcel finalmente comprende l’immane realtà del tempo, ma comprende anche qual è la sua vera vocazione e missione: salvare dal tempo che tutto cancella quelle sue esperienze, quella sua vita sbagliata, sprecata, perduta, e insieme alla sua salvare anche quella degli altri, di tutti colori che ha conosciuto e amato, e che come lui hanno sprecato le loro esistenze» (pp. 42-43). Insieme agli uomini e alle donne che continuano a vivere nei personaggi della Recherche, per l’impressionante quantità di gesti e dettagli che le antenne sensibilissime di Proust riuscivano a cogliere e poi a rendere arte nella sua opera, ci sono anche i lettori che come pellegrini si uniscono al corteo fortunatamente già affollato di fedeli in preghiera in questa immensa cattedrale di luce, il cui potere salvifico è così forte da irradiare questa stessa luce anche a chi vi si riconosca e vi converta il proprio tempo perduto. Paragonando il libro assoluto di Mallarmé a quello «umanamente imperfetto» (p. 43) di Proust, Brugnolo conclude il ragionamento con una riflessione fondamentale e decisiva per l’intera questione: «Nondimeno, il sogno coltivato dai due è lo stesso: che l’arte possa prendere il posto della religione nel provare a dare un senso all’esperienza umana, e sia pure un senso immanente e non metafisico» (ibidem).

Credo, infatti, che Proust pensi a un tipo di sacralità appunto immanente, che non sia alla ricerca, nel suo materialismo, di una realtà altra in cui sperare, nel modo, lo abbiamo visto, di Dante; bensì di un taglio della realtà aperto dall’intuizione e in questa apertura sostenuto dall’arte, in una sorta di metafisica in cui l’oltre sia costituito dalla scrittura letteraria, un andare oltre i corpi che siamo per costruire un corpo di luce che è appunto la temporalità sillabica dell’io trasfigurato della Recherche.

Un trascendentismo immanente, per così dire, un’eternità relativa ma che salva lo scrittore che vi si dedica abbracciando, nell’ora più buia della vita, serenamente il trapasso. È per queste ragioni che la Recherche è un’opera laicamente cristologica, come nota latamente anche Brugnolo: «Proust scrivendo il suo libro ha immaginato che forse è proprio a questo che può servire l’arte: a renderci possibile immaginare un altro rapporto con la vita, un rapporto più diretto e pieno; a renderci meno distratti e automatici nel dare conto agli altri e a noi stessi delle nostre sensazioni e dei nostri vissuti, come secondo lui siamo sempre più portati a fare. Raccontandoci di una certa specifica esistenza (quella del protagonista e delle persone a lui prossime), egli ha provato in altre parole a ridare un significato alle esistenze di tutti, senza ricorrere a spiegazioni metafisiche bensì in una prospettiva totalmente immanente» (p. 46). Proprio in questo sta la grandezza proustiana, nell’aver mostrato il mondo nella sua verità e con ciò nell’averlo salvato, insieme alle nostre, futili, miserabili vite che assumono un significato, «dopo che è venuto meno il Grande Senso che la religione garantiva» (p. 78), solo alla luce di un «percorso di conversione che non ha precedenti nella storia della letteratura moderna» (ibidem), percorso che nella Recherche – e, se ci si riflette, non poteva che essere così – si conclude per il suo autore ma si apre per il suo Narratore: scelta assai sensata, poiché solo in questo modo possiamo anche noi immetterci in questo percorso, essere rivoltati, con un’immagine benjaminiana, come un calzino, cambiare di segno la nostra vita che, nel sommo après coup che è la scrittura letteraria, da sprecata diventa ritrovata, da peccaminosa diventa redenta, da perduta diventa salvata.

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