Alessandro Della Casa (1983) è docente a contratto di Storia del pensiero politico e di Filosofia, etica e tecnologia all’Università della Tuscia. Ha conseguito l’abilitazione a professore di II fascia in Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche (2022-2034). Ha svolto attività di ricerca presso gli atenei della Tuscia e di Torino. Tra le sue pubblicazioni: Isaiah Berlin. La vita e il pensiero (Rubbettino, 2018),La dinamo e il fascio. Volt, l’ideologo del futurismo reazionario (Sette Città, 2022) e Liberali, realisti e pluralisti. L’eredità di Isaiah Berlin per il XXI secolo(IPS Edizioni, 2024). Nel 2022 ha ricevuto il Premio Isaiah Berlin – Monografie.
Recensione a Giovanni Amendola, Un’idea d’Italia liberale. Discorsi politici (1919-1923), introduzione di Zeffiro Ciuffoletti, Straborghese Edizioni, Bagni di Lucca 2026, pp. 236.
Con la pubblicazione di Un’idea d’Italia liberale. Discorsi politici (1919-1923) (Introduzione di Zeffiro Ciuffoletti) la neonata Straborghese Edizioni, fondata da Federico Bini, rende nuovamente disponibili gli interventi di Giovanni Amendola che nel 1924 la casa editrice di Piero Gobetti aveva raccolto in Una battaglia liberale.
Nella Prefazione, Amendola rivendicava una «coerente direttiva di pensiero politico, mantenutasi rettilinea attraverso le accidentalità, gli imprevisti e le catastrofi di questi anni eccezionali». Tale direttiva si esplicitava in «una appassionata ed incrollabile fede nello Stato nazionale, concepito come la sola creazione veramente rivoluzionaria in un millennio di storia del popolo italiano, e come la sola garanzia efficace del suo avvenire», purché «tutto il popolo» fosse introdotto «nella vita dello Stato, allargando, profondando e consolidando le sue fondamenta in tutta l’estensione spirituale della coscienza italiana». In quei vocaboli è racchiuso il nocciolo della concezione politico-filosofica di Amendola, oltre che della «consapevole volontà d’azione» svolta nel drammatico quinquennio postbellico.
Presentandosi all’elettorato di Mercato San Severino nelle elezioni politiche del 1919, che per la prima volta lo avrebbero visto eletto deputato, egli aveva evocato un’immagine che ricorda la metafora tocquevilliana del vulcano prossimo a eruttare nel 1848: «Incediamo cautamente sull’orlo di un abisso che si chiama rivoluzione». Egli riteneva che la «grande quantità di esperienza storica […] ammassata nel fondo inconsapevole delle coscienze più umili» dovesse rendere avvertiti gli italiani. Ma paventava la minaccia portata «dalla coltura poco diffusa, dal feroce individualismo delle classi politiche, dalla retorica nazionale e dal sentimentalismo fantasioso e loquace delle masse». Occorrevano, pertanto, «grande fermezza di carattere e grande precisione di idee per superare la crisi».
Morale, sociale, economica, politica e istituzionale al tempo stesso, la crisi italiana era stata «rivelata» dalla «necessità ineluttabile» della partecipazione al conflitto. Lo stesso Amendola aveva sostenuto il coinvolgimento dell’Italia, combattendo come volontario e venendo decorato con la medaglia di bronzo al valor militare. Era convinto che il «frutto della vittoria» sarebbe stato, sul piano internazionale, l’accrescimento dell’indipendenza e del prestigio. Sul versante interno, invece, aspirava all’avvento di «uomini nuovi, una nuova classe dirigente», e alla prosecuzione del cammino risorgimentale verso l’unificazione e il coinvolgimento spirituale del popolo nelle sorti del paese.
Più che la palingenesi antropologica e politica auspicata in altri ambienti interventisti, Amendola aveva dunque sperato – e continuava a sperare – in un rinnovamento incanalato entro gli argini istituzionali e ideali della tradizione liberale. Nel peculiare liberalismo di cui si faceva interprete, Amendola faceva confluire tanto la lezione di Silvio Spaventa quanto, sottolinea Zeffiro Ciuffoletti, quella di Giuseppe Mazzini, confermate entrambe dall’esperienza bellica. La guerra, spiegava Amendola, aveva mostrato che l’«individuo non ha diritti assoluti contro la tradizione e contro la società», che «l’autonomia del singolo, su cui è fondata la libertà civile, non assolve l’individuo dalle sue responsabilità verso il passato, il presente e l’avvenire della società in cui egli vive; ma anzi le rende più precise e imperative». «Individui, classi e ceti», pertanto, avrebbero dovuto «tener conto, nella loro azione economica, della solidarietà di fatto che indissolubilmente li congiunge, e per cui l’azione di ciascuno si ripercuote, fatalmente, a vantaggio od a svantaggio di tutti». Ciò significava innanzitutto provvedere concordemente e tenacemente alla «ricostruzione organica della vita nazionale in tutti i campi», attraverso un ordinato e responsabile «ritorno al lavoro». Ribadendo implicitamente l’adesione alle convinzioni esposte negli scritti filosofici degli anni Dieci, influenzati dalla lettura di Maine de Biran, Amendola individuava allora il risanamento della situazione italiana nella soluzione del «problema morale»: lo sforzo della «volontà» individuale e collettiva per l’inibizione delle passioni disgreganti e il recupero di un giusto equilibrio.
D’altra parte, benché «parte ed aspetto della crisi del mondo», per Amendola, la congiuntura vissuta dal paese era frutto del contrasto tra «elementi opposti» nell’«anima italiana»: «Vi è una corrente di scetticismo e vi è una corrente di fanatismo, le quali si avvicendano nella storia dei nostri secoli, e che, in questi anni della guerra mondiale, hanno generato in noi, col loro strano connubio, correnti impetuose, intransigenti, intolleranti di opinione, che hanno diviso il paese, che hanno scavato solchi profondi». E le passioni, esaltate innanzitutto dalla fascinazione socialista per la Rivoluzione sovietica, si riversavano nell’aula di Montecitorio, anche per via della riforma elettorale proporzionale, non estesa almeno – con soddisfazione del parlamentare nittiano – nell’ambito amministrativo.
Amendola comprendeva però che la tenuta stessa dello Stato, già incapace di ristabilire l’«ordine pubblico», era messa a rischio dall’indisponibilità dei popolari e dell’ala riformista del Partito socialista ad assicurare ai governi liberali la stabilità necessaria alla ripresa del paese. E certo non ignorava la difficoltà per i «partiti di masse» – in realtà «partiti di minoranze» distanti dai sentimenti del grosso dei cittadini concentrati sul «lavoro individuale produttivo» – di scendere a compromessi, a causa dell’imposizione pratica del mandato imperativo da parte delle segreterie politiche più ancora che degli elettori.
Tra le cause determinanti dell’ascesa del movimento fascista fu l’incapacità dei deboli esecutivi che si succedevano di riaffermare il monopolio statale della forza, che più volte il politico demosociale reclamò: «Non riconosco altre forze militari all’infuori di quelle che dipendono dallo Stato. Quelle che non dipendono dallo Stato sono contro allo Stato!». Consapevole dello spirito totalitario – fu tra i primi, con Luigi Sturzo, ad adoperare il termine – del fascismo, Amendola fece poco affidamento, a differenza di altri liberali, sulle possibilità che esso venisse riassorbito nel «tradizionale meccanismo della nostra vita politica». Nessun effetto ebbero i suoi appelli all’intervento della monarchia che, di fronte alla «conquista» del Sud da parte delle camicie nere, egli proclamava ancora collante dell’anima meridionale assieme alla democrazia da cui sarebbe scaturita, «domani, una più alta vita nazionale». L’imbelle Corona, prevedeva però il fondatore del quotidiano «Il Mondo» durante il dibattito sulla riforma elettorale Acerbo (effettivamente una «riforma costituzionale» che avrebbe imposto la «dittatura di una minoranza»), sarebbe divenuta nient’altro che un inutile «decoro araldico dello Stato».
Ferito da un gruppo di fascisti nel dicembre 1923, Amendola, dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti, riuscì a coalizzare le opposizioni (a eccezione dei comunisti e dei giolittiani) nella secessione aventiniana; ma tale convergenza era ormai tardiva. Il 20 luglio 1925 subì una nuova e più grave aggressione a Pieve a Nievole, a opera di una squadraccia legata al federale lucchese Carlo Scorza. Le lesioni riportate avrebbero condotto Amendola alla morte, avvenuta a Cannes il 7 aprile 1926. Al di là della doverosa rievocazione a un secolo da quel drammatico evento, l’opera amendoliana ha ancora molto da insegnare. Consentirci di tornare a meditarne il valore politico e morale è uno dei meriti di Un’idea d’Italia liberale.
![]()

