Raimondo Fabbri (1978). Ph.D. in Scienze Giuridiche e Politiche. Ha conseguito un Master di II livello in Governance e Management della Pubblica Amministrazione. I suoi studi e ricerche si concentrano sulle infrastrutture quale strumento geopolitico. Attualmente coordinatore del Desk Infrastrutture e Sviluppo del centro studi Geopolitca.info. Collabora come redattore per il bimestrale Opinio Juris ed è autore per le riviste Geopolitica e Il Pensiero Storico
Recensione a Valentina Chabert, Guerre spaziali. Conflitti e competizione per le risorse nell’era delle società private, Ledizioni, Milano 2025, pp. 128.
Nel 1921 Giulio Douhet, generale e teorico della guerra aerea, sosteneva che «L’aeronautica, aprendo all’uomo un nuovo campo d’azione, il campo dell’aria, doveva, necessariamente, portare l’uomo a battersi anche nell’aria, perché dovunque due uomini possono incontrarsi, là una lotta è inevitabile». Cento anni dopo si è potuto constatare quanto l’evoluzione dell’aviazione e dell’esplorazione dei cieli abbiano aperto e occupato un nuovo campo d’azione e di scontro, ovverosia lo spazio extraterrestre. Nell’opera del generale casertano i mezzi aerei rappresentavano lo strumento militare principale per ottenere la vittoria nei conflitti. Attualizzando quel discorso, notiamo come il terreno di competizione si sia spostato migliaia di chilometri più in alto, anche se nulla è cambiato rispetto alle opportunità offerte dal controllo delle orbite intorno al pianeta Terra. Durante la Guerra fredda, fermo restando l’accesa rivalità fra USA e URSS per la conquista del primato spaziale, abbiamo comunque assistito alla creazione di una cornice giuridico-politica che definiva un diritto internazionale dello spazio, visto essenzialmente come res communis omnium.
Da questa originaria ed universale impostazione, il volume Guerre spaziali di Valentina Chabert prende le mosse per analizzare in maniera rigorosa e puntuale le linee di continuità ed i tratti distintivi fra la corsa allo spazio degli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo e gli scenari di guerre spaziali, appunto, cui abbiamo assistito sin dall’avvio del XXI secolo. In questo senso, l’autrice opportunamente ricorda la prima guerra del Golfo quale battesimo di una nuova forma di guerra, in cui alle informazioni fornite dall’intelligence sul campo si aggiunse il contributo della sorveglianza aerea e delle informazioni sugli obiettivi da colpire fornite dai satelliti, aprendo definitivamente la strada alla dimensione spaziale dei conflitti armati. Dal 1990-1991 abbiamo assistito a un’evoluzione delle strategie di difesa che inevitabilmente si sono concentrate sul controllo delle orbite terrestri. Sotto questo punto di vista, nel libro si evidenzia come agli attori statali, da sempre impegnati nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie e mezzi per conquistare porzioni sempre crescenti di spazio, si siano affiancati i privati, che hanno dato un nuovo impulso e un notevole contributo alla new space economy.
In un simile scenario Valentina Chabert, oltre a scandagliare le attività spaziali dei vecchi e nuovi protagonisti dell’attività spaziale — USA, Russia e Cina — non manca di soffermarsi sugli attori emergenti quali Turchia, India, Israele e il sorprendente Azerbaigian. A rendere l’ex repubblica sovietica un attore degno di nota nella corsa ai lanci satellitari è stata soprattutto la geografia, data la posizione strategica nel Caucaso meridionale con affaccio sul Mar Caspio, oltre allo sviluppo di infrastrutture spaziali che hanno permesso a questo piccolo Stato di sfruttare pienamente le proprie capacità, a partire dall’annosa questione del Karabakh, fondamentale nella sua politica interna degli ultimi trent’anni.
Inoltre, in “Guerre spaziali” emerge nitidamente la naturale applicazione della dottrina di Mahan sui choke points allo spazio e la rilevanza, per gli «astrostrateghi», di individuare i colli di bottiglia nello spazio extra-atmosferico fra la Terra e la Luna, in quei punti lagrangiani cui la Cina sta dedicando un notevole sforzo, coronato recentemente dalla collocazione di un satellite nel punto L2 in corrispondenza della faccia nascosta della Luna ed in grado di assicurare le telecomunicazioni da e verso qualunque attività di Pechino sul satellite.
La dimensione spaziale della guerra e l’implicazione dei satelliti per la conduzione della stessa si è manifestata in maniera plastica in Ucraina, laddove le operazioni terrestri hanno avuto e continuano ad avere un notevole impulso dall’utilizzo delle orbite spaziali. Sotto questo profilo, l’ulteriore elemento di novità nella guerra che la Russia ha scatenato contro Kiev è quello che ha visto il coinvolgimento delle società private occidentali nel sostegno alla resistenza ucraina, in special modo Starlink di Elon Musk. Questo contributo, oltre ad essersi dimostrato un fattore tattico-strategico determinante, ha sancito il coinvolgimento di una società privata in un confronto bellico.
Non propriamente una novità per l’autrice, che coglie delle analogie fra i nuovi giganti delle Big Tech e le Compagnie delle Indie, britannica e olandese, che fra Seicento e Settecento furono capaci di agire per conto degli Stati sovrani, talvolta condizionandone addirittura le scelte. Come avvenne all’epoca per il commercio e le esplorazioni, appare ineludibile anche ai nostri giorni il contributo, non certo disinteressato, che questi nuovi capitani di ventura sapranno dare all’esplorazione spaziale e soprattutto alla ricerca ed allo sfruttamento delle risorse spaziali presenti sulla Luna e sugli asteroidi gravitanti nell’orbita terrestre. Il nuovo capitalismo spaziale punta al potenziale di risorse che si trova sui corpi celesti, rendendoli la nuova frontiera dell’esplorazione, finalizzata all’estrazione di materiali utili al consumo e alla produzione industriale. Uno scenario senz’altro avveniristico ma che comunque condizionerà i ragionamenti degli attori interessati al dominio spaziale.
E tra questi attori Valentina Chabert include anche l’Italia, terza nazione spaziale dopo URSS e Stati Uniti con il lancio nel 1964 del satellite San Marco I. In questo senso, dei timidi segnali possono scorgersi nella riorganizzazione delle norme esistenti in materia spaziale, promossa con la legge 7/2018 e con quella sul Made in Italy del 2023, in cui la protezione e lo stimolo di alcune filiere strategiche nazionali vengono considerate nell’ottica di un effettivo rilancio dell’Italia spaziale. Un comparto che nel nostro territorio riesce ad occupare oltre 7000 persone e a movimentare un volume d’affari di circa 2 miliardi di euro all’anno, con i significativi contributi di nuovi investitori, aziende e startup che hanno pienamente compreso quanto siano vasti i territori della new space economy.
In un simile contesto il volume mostra chiaramente come la vera rivoluzione nella proiezione spaziale sia rappresentata dall’irruzione dei privati, in quanto vettori del protagonismo degli Stati in perenne competizione. Nella sfida incrociata gli Stati Uniti sembrano confermare il loro primato, grazie soprattutto a due vantaggi che le potenze revisioniste come Russia e Cina non possono sfruttare: in primis la capacità di formare coalizioni con altri alleati spaziali ed, in secondo luogo, la presenza di un settore spaziale commerciale improntato su imprenditori privati — il cosiddetto modello “dal basso verso l’alto” — su cui non possono contare a Mosca e Pechino, abituati a sostenere con poderosi investimenti pubblici il settore e ad applicarvi un rigido controllo governativo.
In sostanza la «netocrazia» emersa oltreoceano ha mostrato una maggiore capacità di adattamento e la sua flessibilità, basata su partenariati pubblico-privati e innovazioni rapide, ha permesso, tra l’altro, fino ad oggi di dar ragione alle strategie statunitensi che, sin dai tempi di Obama, hanno tracciato una rotta ben precisa che, passando attraverso la creazione della Space Force e dello Space Command, ha confermato come la politica spaziale sia divenuta un elemento fondamentale della Grand Strategy di Washington per contribuire al mantenimento della superiorità anche nell’atmosfera.
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