Dottore in Scienze della Politica, si è laureato nel 2020 presso la Scuola “Cesare Alfieri” dell’Università degli Studi di Firenze con una tesi dal titolo “Populisti si nasce: mentalità, azione e cultura populista nella democrazia americana”, relatore Prof. Marco Tarchi.
Attualmente è borsista del “Seminario Silvano Tosi” promosso dall’“Associazione per gli Studi e le Ricerche Parlamentari”, dove si occupa dello studio dei provvedimenti adottati in riposta alla crisi pandemica SARS-CoV-2.
Dal 2019, partecipa alla pubblicizzazione degli eventi dell’associazione “Sottosopra; Idee per ripensare il futuro”. I suoi ambiti di ricerca concernono la teoria politica, la storia delle istituzioni e la filosofia normativa.

Recensione di Slavoj Žižek, Trump e il Fascismo liberale, Ponte alle Grazie, Milano, 2025

Cosa ci si può o ci si deve aspettare da un filosofo rimane una domanda irrisolta. Hegel e Marx hanno contribuito a definire la portata del lavoro teoretico chiarendo che un filosofo pensa “a null’altro che al proprio tempo”. Questa cogenza del pensare con l’esserci produce sempre una negazione o una ridefinizione dei concetti che guidano la nostra realtà. Con questo stesso intento, S. Žižek colleziona una serie di saggi ed articoli pubblicati tra il 2024 e il 2025 e li assembla in un volume destinato a creare un grande dibattito. La portata del tema è già tutta racchiusa nel titolo: “Fascismo liberale”. Contro tutto e tutti, dopo il cd. periodo idealista delle ultime opere (Sex and the Failed Absolute; Freedom. A Disease Without Cure), Žižek torna alla stringente attualità politica. Lo fa nella maniera più coerente alla sua produzione, ossia affrontando apertamente il grande ‘elefante nella stanza’ del contesto politico mondiale: D. Trump e il nuovo mondo che vuole forgiare (e che sta già forgiando). Il suo punto di attacco è niente meno che l’eradicazione di uno dei grandi assiomi che hanno sorretto la dottrina politica occidentale dal 1945 ad oggi: l’inevitabilità del legame tra democrazia e liberalismo e, di conseguenza, l’estraneità del fascismo con la democrazia.

Per Žižek, però, la sovversione dialettica che Trump sta incarnando nella politica statunitense e nelle relazioni internazionali ha come conseguenza inaspettata proprio la nascita del fascismo liberale. Nella sua lettura psicoanalitica Trump non rappresenta una frattura dell’ordine liberale del “Washington consensus”; piuttosto ne è la radicalizzazione grottesca. Il suo discorso non invoca alternative, ma rilancia le stesse coordinate di potere: «libertà ma come obbedienza […] eccesso come autenticità, violenza come diritto. La sua ideologia non ha bisogno di coerenza perché funziona come una macchina affettiva» (8). In questo senso il trumpismo rappresenta l’elemento indicibile, l’o-sceno, del liberalismo che non aspettava altro che di essere liberato dalla prigione legalitaria del super-Io statale. Ma oltre all’istrionico presidente statunitense non mancano altri rilevanti bersagli polemici.

In primo luogo, la critica è feroce nei riguardi della cd. sinistra istituzionale. Incapace di analizzare i fenomeni che si presentano, essa reitera – ormai insensatamente – l’accusa di fascismo verso tutto ciò che sfida lo status quo, finendo però per rafforzarne gli effetti. Ancor più rilevante è il portato teorico che Žižek ricava da questa sua accusa di “senso comune” (inteso a la T. Paine). Il fascismo è rimasto l’implicazione dipendente solo di una parte di mondo – una parte sempre più minoritaria tra l’altro – e sempre meno concreta come alternativa politica credibile. Il problema, chiarisce il filosofo sloveno, è che, come dimostra l’ascesa di Trump, oggi “l’oppio dei popoli” è proprio il populismo. La feticizzazione del “Popolo” come nebuloso sogno che mira ad offuscare gli antagonismi è giudicata conseguenza insita dello sviluppo capitalistico, un sistema che genera un «vissuto privo di mondo». «Il capitalismo è il primo ordine sociale che de-totalizza il senso: non è globale a livello di significato. Non esiste una visione del mondo capitalista globale, o una civiltà capitalista: la lezione della globalizzazione è proprio che il capitalismo può adattarsi a tutte le civiltà […] La dimensione globale del capitalismo può essere formulata solo a livello di verità priva di senso» (19).

Dunque, le caratteristiche del populismo trumpiano sono, per Žižek, insite nello sviluppo ipertrofico del sistema capitalistico, così come nella sua rachitica significazione del mondo. Il neoliberismo “classico”, con la sua governance ibrida e contrattualista, ha preso di mira lo stato sociale e annientato il portato emancipatorio universalistico della grande invenzione della modernità occidentale. Oggi, il fascismo liberale rappresenta la messa da requiem non solo di quella missione universalistica, ma dello stesso concetto di Stato moderno. La “seconda venuta” del tycoon certifica il carattere di necessità storica di questa tendenza attraverso la sua ripetizione e il destino appare segnato, a prescindere dalla posizione che si voglia assumere. In un caso, Trump riuscirà a perseguire il suo progetto autocratico, attentando a quella che è (in teoria) la più antica democrazia moderna; nell’altro, qualora possa essere fermato, la sua sconfitta verrà vissuta da molti suoi elettori come la prova definitiva dell’irrimediabile corruzione della poliarchia statunitense. In entrambi i casi, come detto, dello Stato moderno non resterà nulla. D’altronde, una delle prospettive più affascinanti per Trump ed il suo entourage non è neppure di distruggere lo Stato, bensì di fondarne uno. Esplicitata dall’imprenditore tecno-utopista B. Srinivasan nel suo ultimo libro, l’idea è quella di un futuro prossimo in cui comunità online possano raccogliere fondi collettivi per acquistare pezzi di territorio e ottenere riconoscimento diplomatico. Il Network-State srinivasiano rappresenta il platonismo nella sua forma più distopica: «non c’è nessuna tradizione, si immagina digitalmente uno Stato e poi si applica questa idea a un territorio reale […] non diverso dai tentativi sovietici di creare un Uomo Nuovo» (96). “Finalmente”, nessuna autorità esterna, nessuna sostanza etica su cui fare affidamento, nessun ordine simbolico da rispettare. Un modello di Stato che può risuonare con la tradizione acquisitiva degli USA, ma giudicato impraticabile in Europa o Cina.

L’autore riserva, inoltre, la sua caratteristica lettura psicoanalitica soprattutto alla figura del leader perverso post-moderno. Innanzitutto, Žižek si oppone alla visione di Trump liberatore del linguaggio pubblico dalle grinfie del politicamente corretto. L’emersione del lato osceno del nostro spazio ideologico non conduce, infatti, a un discorso più libero. Anzi, rappresenta il massimo grado della mistificazione ideologica, in cui le vere questioni socioeconomiche restano celate. L’oscenità, d’altronde, è sempre sostenuta da un moralismo nascosto: «chi la pratica crede di combattere per una causa – ed è su questo piano che va contrastato» (45). Il moralismo latente sta nel fatto che Trump, specifica la filosofa A. Zupančič, non è un relitto della vecchia destra moralista conservatrice del secolo scorso, bensì il suo sovvertimento, un prodotto delle sue contraddizioni e dei suoi limiti interni. Come avevano chiarito tanto Freud quanto Lacan, “il ritorno del rimosso è la repressione più efficace”. Nel leader perverso ciò che era stato represso ritorna in tutta la sua oscenità; ma questa riemersione scomposta non fa che alimentare altra repressione come in un circolo vizioso. È per questo motivo che nell’offensiva e indecente oscenità del linguaggio di Trump non vi è nulla di liberatorio: anzi, come in una sorta di dipendenza dell’immaginario, i suoi elettori appaltano parte di ciò che loro non possono permettersi di fare e dire, ricavandone una soddisfazione effimera e non completamente spiegabile. Infine, l’insensatezza (come assenza di senso) di questo ordine è testimoniata, oltre che dal leader osceno e dai processi, anche dalla vacuità degli eventi. Questo è evidente osservando molti dei conflitti, o, meglio, pseudo-conflitti odierni. In un mondo in cui ci viene continuamente chiesto di schierarci e di attestarci, l’autore rivendica una sana eretica terzietà: piuttosto che condannare o giustificare, a volte dovremmo accettare di non essere coinvolti.

In questa contingenza che vede la modernità politica irrimediabilmente compromessa, Žižek individua alcuni attori che dovrebbero impegnarsi più degli altri: la sinistra, l’Europa e la Cina. Si badi che, per Žižek, non è la politica ad essere in crisi oggi, ma la sua forma moderna. Lo dimostra il prepotente ritorno della religione in tutto il continente americano, ma anche in Africa e Asia. Il ritorno di questa “teologia politicizzata” è solo un altro effetto della disintegrazione post-politica neoliberale e della fine dei legami strutturati attorno alle ideologie. Oggi il fondamentalismo, nelle sue varie forme, non è una dimensione della politica: è la politica stessa; la nostra è l’epoca del ritorno della politica. Ecco allora il compito dell’Europa e, in particolare, della sinistra. Modernità politica vuol dire, infatti, modernità europea: imparare a riconoscere le colpe e le sofferenze che la conquista del mondo da parte delle potenze del Vecchio Continente ha generato è certamente giusto; tuttavia, questo non deve impedire di riconoscere i meriti. Basta osservare la natura dei dazi e delle invettive, continua l’autore, per capire che il vero nemico di Trump è proprio l’Europa. Ridotti da ormai troppi decenni a cortigiani, i paesi europei dovrebbero adottare quello che Žižek definisce “pragmatismo di principio”, esemplificato dalla celebre massima di G. Marx «questi sono i miei principi, quelli in cui credo, e se non vi piacciono… ne ho altri» (72). Per degli USA che aspirano a ridefinirsi potenza regionale, capo dei capi dei Brics, l’UE dovrebbe allora sbaragliare le carte, ad esempio attraverso una stretta collaborazione con l’altro grande peso massimo, ossia la Cina. E se lo Stato novecentesco viene messo fuori gioco dal fascismo liberale, il compito di una sinistra nel divenire storico è concepire una nuova forma di statualità che permetta di affrontare i problemi che richiedono un approccio globale: crisi ecologica, ingiustizia sociale, AI ecc. Insomma, tutto, pur di salvare il core di ciò che ha fatto dell’Europa l’epicentro della riflessione autocosciente dei sistemi politici e sociali.

Gli ultimi due capitoli rappresentano un sovvertimento inaspettato, in quanto quasi una sorta di rassegna di ciò che di “buono” c’è nel trumpismo attuale. L’autore, infatti, si dice più preoccupato che mai da quello che potrebbe succedere dopo Trump e, per questo, ad ora se ne augura la continuità politica. In primo luogo, perché sebbene di segno opposto, Žižek vede una similitudine nel progetto trumpiano con quello rooseveltiano. Da un certo punto di vista, il ruolo di Maitre incarnato da entrambi i presidenti può dare un calcio alla storia e alle idiosincrasie della democrazia liberale. In secondo luogo, perché, dopo averlo sussurrato in modo suadente, nel finale l’autore afferma apertamente che «mentre gran parte della sinistra è ancora ossessionata dal neoliberalismo, vede in Trump la sua ultima incarnazione e ne sogna il superamento, Trump lo ha fatto – ha brutalmente cancellato il neoliberalismo globale» (138). Infine, perché rievocando il parallelismo tra SA e SS, Žižek vede in Trump un pericoloso picchiatore sguaiato e rissoso, mentre nei suoi sodali ed eredi intravede la glaciale brutalità di un corpo d’élite capace di operare uno sterminio di massa. «L’oscenità trumpiana non è destinata a durare: serve un clown (Trump o Musk) per istituire un nuovo regime feudale e una volta che questo inizierà a funzionare saranno i freddi robot (Vance, Thiel) a prendere il controllo. Non avremo più un’oppressione travestita da farsa, ma l’oppressione pura e semplice» (143).

L’unica nota di speranza ci è data dalla “manipolabilità del mondo occidentale”. Dobbiamo riconoscere che «il vero dominio americano si esprime nei discorsi della protesta e del dissenso, non in quelli di ordine […] a seconda del contesto è lì che si privilegerà questa o quella manifestazione specifica dell’ineguaglianza generale: oppressione coloniale, appropriazione culturale, patriarcato, conflitti di genere e così via» (Milner in Žižek, 146). Ecco allora che il momento decisivo dell’umanità è nelle mani di un pugno di intellettuali che si stanno formando, o che si devono ancora formare. Il punto decisivo è non schiacciare l’energia pseudo-rivoluzionaria del trumpismo, ma riuscire a reindirizzarla verso il bersaglio legittimo, ossia i padroni tecno-feudali che alimentano il fascismo liberale. La pseudo lotta di classe contro il woke del trumpismo non è che il ritorno del rimosso freudiano: il nostro compito non è tornare al passato ma “traversare il fantasma” e riscrivere la storia. Così l’autore si congeda chiarendoci che l’unico modo per superare il decadimento fascista del neoliberalismo è una crasi pragmatica: rilevare dalla sinistra liberal gli obiettivi (giusti), depurando il suo ridicolo spirito censorio, rancoroso ed escludente; assorbire l’irriverente volontà di cambiamento del populismo trumpiano. Da questa complessa operazione di filosofia empirica dipende il destino di gran parte del mondo e del pianeta. Parafrasando un celebre motto, oggi più che mai per Žižek la scelta è solo “teoria… o barbarie”.

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