Dottore in Scienze della Politica, si è laureato nel 2020 presso la Scuola “Cesare Alfieri” dell’Università degli Studi di Firenze con una tesi dal titolo “Populisti si nasce: mentalità, azione e cultura populista nella democrazia americana”, relatore Prof. Marco Tarchi.
Attualmente è borsista del “Seminario Silvano Tosi” promosso dall’“Associazione per gli Studi e le Ricerche Parlamentari”, dove si occupa dello studio dei provvedimenti adottati in riposta alla crisi pandemica SARS-CoV-2.
Dal 2019, partecipa alla pubblicizzazione degli eventi dell’associazione “Sottosopra; Idee per ripensare il futuro”. I suoi ambiti di ricerca concernono la teoria politica, la storia delle istituzioni e la filosofia normativa.

Recensione a: S. Žižek Libertà, una malattia incurabile, Ponte alle Grazie, Milano 2023, pp. 416, € 24,90.

«Quel che so è che viviamo in un momento unico, in cui nasce l’urgenza di pensare. La nostra non è un’epoca di pace».

Forzare il pensiero è la missione che Slavoj Žižek ha intrapreso da ormai trenta anni, quando, stupendo e sconcertando con il suo Il Sublime oggetto dell’Ideologia, costrinse il mondo filosofico a confrontarsi con le sue rivoluzionarie e controverse interpretazioni.

«The most dangerous philosopher in the West» («The New Republic», 2012) chiarisce sin dalle prime pagine il suo intento, riaffermando il suo ormai canonico sistema concettuale: scandagliare i fondamenti dell’idealismo tedesco e del materialismo marxiano attraverso le lenti del mathema di Jacques Lacan e analizzare il presente attraverso la produzione artistica, cinematografica e letteraria.

Libertà, una malattia incurabile rinuncia all’approccio teoretico che aveva contraddistinto il precedente lavoro – il sistematizzante Il Sesso e l’Assoluto – e torna a miscelare filosofia e prassi politica. Due sezioni, “La libertà in generale” e “La libertà umana”, ognuna composta di tre capitoli e quattro appendici, dedicate rispettivamente alla specificazione della libertà come concetto e alla sua salvaguardia e rinascita come applicazione pratica. Questa seconda parte, soprattutto, si discosta totalmente dalla supposta enfasi della Critical Theory per l’individuo abbracciando invece temi più cari alla teoria politica. Il protagonista, l’agente della libertà da salvaguardare ad ogni costo, senza mai rinnegare i suoi presupposti – per quanto scabrosi e terrificanti alle sue estreme conseguenze possano essere – non è infatti l’individuo, ma lo Stato. I maggiori sforzi dell’autore, le parti più intense dell’opera, sono infatti tese a riscattare la prima “grande invenzione europea” (l’altra è ovviamente il capitalismo) evolutasi nei secoli tra dolori e successi.

In questo sforzo, troveranno posto persino il Terrore giacobino come lo stalinismo, in quanto parti imprescindibili del progetto di uno Stato progressivamente sempre più democratico. Fedele alla sua interpretazione in chiave psicanalitica della dialettica hegeliana, Žižek argomenta che questi due momenti (così come altri) sono insiti, sintesi inevitabile sebbene spaventosa (il “residuo del Reale” per dirla à la Lacan), nel processo di emancipazione avviati da quella stortura del linguaggio e del pensiero – la malattia incurabile – che prende il nome di libertà.

Libertà, una malattia incurabile contiene evoluzioni interessanti e ardite, rimanendo, al tempo stesso, un’opera “di mantenimento” (soprattutto nella sezione prima): più accessibile del precedente Il Sesso e l’Assoluto e ricco di riferimenti alla nostra caotica attualità per i lettori meno “zizekiani”, da un lato; filosoficamente meno complesso e sorprendente, dall’altro. Nelle sue spiegazioni l’autore non ingaggia “battaglia” (come in passato) contro i suoi classici e numerosi oppositori, ridimensionando anche il supporto alle sue teorie proveniente da altri campi, quali la fisica – ad es., attraverso la teoria della relatività speciale – e la matematica dei piani proattivi – attraverso le note costruzioni ontologiche basate sul nastro di Möbius e la bottiglia di Klein. Piuttosto, il libro è teso al continuo confronto/miglioramento con autori affini, afferenti al c.d. “Consortium of Critical Theory Program”, ormai avanguardia egemonica del pensiero filosofico nel mondo anglosassone (come dimostrano le citazioni, le partecipazioni e i sostegni da parte delle Università della California di Berkely, Northwestern ed Essex).

Nondimeno, il valore profondo dell’opera è chiaro: tutti abbiamo il precipuo dovere di non abbandonare la libertà al (neo)liberismo e al suo pendant di invivibile individualismo. Per Žižek l’individuo liberale, che si percepisce autonomo e non alienato, è in sé, paradossalmente, un prodotto dell’alienazione della società capitalistica: «l’odierno soggetto narcisista post-patriarcale è un soggetto che pratica la servitù volontaria», cita l’autore. Quando oggi i singoli e i soggetti collettivi si concentrano sui propri “desideri di libertà” nella convinzione che questi siano istanze solidaristiche e abbiano valore di emancipazione per intere categorie, si illudono. Non vi è nessun progresso in tale atteggiamento “pseudo rivoluzionario”, perché la struttura dell’ideologia del capitalismo odierno, “sempre meno sintomo e sempre più feticcio”, cattura e si nutre proprio di tali istanze: «quando mi concentro sul mio Io, in ogni forma, sui suoi potenziali bisogni, interessi, sono tutt’altro che libero, perché rimango schiavo dello spazio socio-simbolico all’interno del quale il mio Io ha preso forma». Soltanto esautorando la libertà dal ruolo di mera aspirazione o comportamento e capovolgendola nel ruolo di soggetto performativo permette la sua sintesi più elevata – ossia la sua evoluzione da predicato ad ente, in un processo dialettico che muove dalla liberty alla freedom. Solo allora, nella “contingenza radicale”, è possibile esperire la vera libertà e sfruttare le sue conseguenze rivoluzionarie: è questa, secondo l’autore, l’unica via per salvarci dalle numerose catastrofiche crisi che si riversano su di noi da ogni parte. In alcuni rari casi, magari lontani dalla nostra esperienza quotidiana, ci viene così offerta la possibilità non di esser liberi, ma di agire come oggetti-strumenti di libertà: «[…] la libertà è il soggetto e noi – lottando per la libertà – siamo i suoi predicati, persino i suoi strumenti […] Come già scrisse Deleuze, io scelgo solo se vengo scelto».

Per poter compiere questa trasformazione, tuttavia, è necessaria una rivisitazione fondamentale della figura del “Padrone” e, dunque, dello Stato. Soltanto l’accettazione/opposizione a questa figura può permetterci di adottare una vera posizione morale, aiutandoci a resistere alle pressioni dei simili e di un contesto sociale ormai corrotto da forme di libertà paranoiche che sono in realtà sottili e inediti metodi di censura. Dapprima, attraverso una puntuale critica ai c.d. “universalisti”, come Ulrich Beck e Jürgen Habermas, l’autore avvalora e specifica le recenti intuizioni di Frédéric Lordon, aiutandoci a «liberarci dell’idea pericolosa che qualsiasi territorializzazione sia in sé un fatto quasi protofascista»: la Storia dimostra, dopotutto, che la difesa patriottica può anche servire a difendere concetti progressisti, «tutto dipende da quali valori la propria Nazione porta con sé».

Successivamente, a differenza del filosofo ed economista francese, che nella più classica delle invettive marxiste stigmatizza lo Stato in quanto apparato universale, Žižek enfatizza proprio il portato liberatorio che tale universalità, capace di ergersi al di sopra degli specifici modi di vivere, reca in sé, in quanto spazio pubblico che protegge il bene comune. Ultimo baluardo del Grande Altro lacaniano, terreno simbolico neutro all’interno del quale diverse appartenenze possono coesistere senza deflagrazioni conflittuali, lo Stato risulta oggi più fondamentale che mai per la nostra libertà. L’autoritarismo dilagante, il rafforzamento anarcocapitalista degli organi finanziari, di controllo e di polizia a cui stiamo assistendo, non sono i mezzi di repressione dello Stato – perlomeno non nella sua teorizzazione democratica – quanto i sintomi, le conseguenze, della sua progressiva sparizione. Inevitabile, dunque, tutelarlo e, soprattutto, reinventarlo: se da una parte è necessario abbandonare le velleità anacronistiche del controllo regressivo della legge simbolica tradizionale – che ci ha condotto ad un’interpretazione non più elettoralistica della rappresentanza democratica – dall’altra è doveroso non cedere alla lusinga dei leader che si spacciano per “servi del Popolo” (poiché tale popolo non esiste) e dal loro nuovo Simbolico-osceno (il riferimento è a Donald Trump): le apparenze del potere vanno protette, per la buona ragione che servono e che dobbiamo poter continuare a goderne.

Partendo da tali premesse e accettata una concettualizzazione lacaniana dello Stato, la strada per la ridefinizione simbolica finale è spalancata. Mezzo prescelto per garantire il radicale e difficile compito di accesso all’universalità di ogni gruppo e, al tempo stesso, strumento del “lavoro del negativo” che demolisce ogni identità particolare, lo Stato può assolvere al suo salvifico compito solo se accettiamo di ripensare il “Padrone”. Consapevoli dell’ondata di illibertà che la distruzione dei vincoli ha generato è necessario abbandonare le remore che finora ci hanno paralizzato; non si può più evitare di accettare il rischio della minaccia arbitraria del potere, dell’eccesso onnipotente, che è, in fin dei conti, l’ingrediente necessario della sovranità: bisogna smettere «di giocare a vincolarlo (lo Stato) alla misura razional-democratica: dobbiamo accettare pienamente quest’eccesso». Ammettendo che il soggetto libero emerge solo dalla tensione fra individuo ed universalità, è allora ovvio che, per procedere su quel cammino, l’individuo ha bisogno di una mediazione, di un’autorità: dal sonno dogmatico della pseudo libertà, secondo Žižek, si esce soltanto grazie alla spinta del Padrone. Il vero progresso emancipatorio che conduce alla “Libertà” sta dunque nel sovvertire la vecchia logica del fondamentalismo: accettando che l’autorità sulla quale facciamo riferimento non ha nessun fondamento reale, bensì «si edifica autoreferenzialmente da noi e sopra un abisso». Questa consapevolezza ultima è la vera azione dell’oggetto-strumento della libertà, l’apice dell’impegno soggettivo emancipatorio a cui tendere, che ci porta a comprendere il nostro nuovo ruolo: identificarci come falla del Grande Altro Simbolico – come crepa della sua Struttura – così da costringerci a “muoverci”, ad agire per sostenere il potere di esser liberi.

Con quest’opera Žižek coglie probabilmente uno dei suoi più importanti successi recenti, ricordandoci anche i motivi della sua unicità nel panorama mondiale. Egli non si limita più a servirsi delle categorie proposte da Lacan per le sue interpretazioni, ma riesce ad espandere, arricchire e attualizzare le teorie del grande psichiatra, illustrandoci come, oggi, l’estrema e più radicale posizione soggettiva non sia più quella dell’analista. Piuttosto, una volta “traversato il fantasma” l’unico modo rimastoci per evitare il vuoto cinismo, e salvare così la nostra libertà, è decidere di passare alla posizione di un nuovo Padrone autonomamente:

nel collasso delle due necessità sovrapposte, solo una si realizzerà: in ogni caso la storia sarà (sarà stata) necessaria. Nessun dibattito democratico può indurci alla giusta decisione: solo un nuovo Padrone può spingerci a farlo.

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