Dottore in Scienze della Politica, si è laureato nel 2020 presso la Scuola “Cesare Alfieri” dell’Università degli Studi di Firenze con una tesi dal titolo “Populisti si nasce: mentalità, azione e cultura populista nella democrazia americana”, relatore Prof. Marco Tarchi.
Attualmente è borsista del “Seminario Silvano Tosi” promosso dall’“Associazione per gli Studi e le Ricerche Parlamentari”, dove si occupa dello studio dei provvedimenti adottati in riposta alla crisi pandemica SARS-CoV-2.
Dal 2019, partecipa alla pubblicizzazione degli eventi dell’associazione “Sottosopra; Idee per ripensare il futuro”. I suoi ambiti di ricerca concernono la teoria politica, la storia delle istituzioni e la filosofia normativa.

Recensione a
L. Ricolfi, La notte delle ninfee. Come si malgoverna un’epidemia
La nave di Teseo, Milano 2021, pp. 192, €17.00.

«La responsabilità di aver sistematicamente ignorato le richieste è enorme, e ci restituisce solo il dramma in cui siamo stati gettati. L’Italia è stata messa in ginocchio, e gli artefici del disastro sono ancora lì, indifferenti, apparentemente inconsapevoli di quel che hanno fatto e di quel che ancora ci riservano» (p. 140).

Affilato come il bisturi di un chirurgo, e asettico come l’ambiente in cui questi opera, il capitolo conclusivo, “E adesso?” (pp. 136-156), del libro La notte delle ninfee è il perfetto compendio della rabbia che anima la penna dell’autore; penna che per tutta l’opera viene brandita come una lama e che serve a squarciare il velo della narrazione che per un anno ha celato l’impreparazione e l’inadeguatezza del governo e del Paese nella gestione della sindemia da SARS Cov-19.

Luca Ricolfi, professore ordinario di psicometria presso l’Università degli Studi di Torino e presidente della Fondazione David Hume (di cui è uno dei fondatori), in La notte delle ninfee mette a disposizione del lettore la sua esperienza di analista di dati, affrontando temi complessi, con un ormai noto metodo prettamente quantitativo, in una forma agile e facilmente comprendibile anche ai profani della materia. Un libro dall’intento divulgativo ma accurato, snello nella forma e nella prosa, che con i suoi capitoli brevi si lascia leggere agevolmente e coinvolge per tutte le sue 192 pagine, grazie ad un taglio quasi giornalistico nella scelta e nel modo di affrontare gli argomenti. Durante la trattazione, e in specie nei capitoli conclusivi, l’autore (un passato da sociologo e politologo che ha saputo anche spaziare negli ambiti dell’economia politica e della filosofia, senza lasciarsi limitare da asfissianti barriere disciplinari) si concede anche delle escursioni in ambiti più prettamente sociologici; brevi riflessioni che hanno l’intento di instillare il dubbio che, nonostante le palesi e primariamente imputabili mancanze di chi ha (mal)governato l’epidemia, lasciarsi andare ad orazioni autoassolutori sulle buone abitudini e l’irreprensibile condotta dei cittadini del Bel Paese è fuorviante, oltre che di nessuna utilità.

Il testo si può suddividere in due sezioni: una prima metà, più narrativa, che illustra i presupposti teorici e traccia la cronistoria degli eventi salienti e degli interventi del governo, dalla prima ondata sino al rientro a scuola e alla tornata elettorale delle amministrative del 20-21 settembre 2020; ed una seconda metà, più corposa e parte sostanziale dell’opera, che si concentra sulla comparazione degli interventi adottati dai 25 Paesi del campione selezionato, in cui a farla da padrone sono i grafici e i numeri che servono a dare una base empiricamente solida alle responsabilità della nostra classe dirigente.

Archiviata rapidamente una breve introduzione che definisce temporalmente l’ambito d’analisi (dall’8 marzo, proclamazione del primo lockdown “soft”, l’ultimo aggiornamento dei dati è del 13 dicembre 2020), il libro si apre con ciò che l’Autore definisce «una digressione assolutamente necessaria» (p.17): la spiegazione dell’«aritmetica di un’epidemia» (ibidem). Attraverso la semplice metafora dello stagno (il Paese e la sua economia), delle ninfee (il virus), il cui numero raddoppia ogni notte, e dei tempi di lavoro del contadino-pescatore (il governo) per ripulire lo stagno quanto basta ad evitare che «lo stagno sia saturo e tutta la vita animale e vegetale che contiene muoia» (p.18), si illustra in maniera semplice e intuitiva la naturale crescita esponenziale di un contagio e si anticipa il leitmotiv ideologico ricorrente dell’opera: la mancanza di coraggio, di competenze e il ritardo nel prendere decisioni. Tuttavia, secondo l’autore, la scelta di una «strategia LGS (lockdown, stop and go) totalmente inadeguata […] che ha condotto ad ignorare le alternative […] peggiorata dall’adozione di misure del tutto errate, che certamente hanno aggravato il bilancio dei morti» (pp.22-23) non si può ricondurre al solo governo italiano, ma deve essere calata all’interno del contesto in cui tali decisioni sono state prese. In tal senso, il frame cognitivo incentrato sulla cosiddetta “ideologia Europa”, i cui capisaldi sono «la subalternità assoluta rispetto agli organismi internazionali (Oms, Ecdc, Ue) e la sacralizzazione della globalizzazione, del commercio e della circolazione delle persone» (ibidem), è una variabile dalla quale non si può prescindere.

Lo schema decisionale individuato, «più poteri – attesa e rassicurazione – terrorismo – lockdown – riapertura» (p. 46), che ha guidato la gestione della prima quanto della seconda ondata, le levate di scudi contro chi chiedeva più tamponi, l’esaltazione indiscriminata operata dai media per tutta l’estate per celebrare un fantomatico “modello italiano” a cui tutti si sarebbero ispirati, sono errori condivisi con molti altri Stati, tutti figli dell’ideologia del “sistema occidentale” (eccezion fatta per Danimarca, Finlandia, Norvegia e, parzialmente, Germania), frutto delle scelte operate da governanti piegati, anche in questa tragica situazione, più alle logiche del consenso elettorale che al contenimento degli effetti dell’epidemia. I Paesi “lontani” del campione esaminato (Nuova Zelanda, Australia, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Hong Kong) non soltanto non hanno seguito lo stesso schema decisionale, riuscendo, inoltre, ad imporre il rispetto di misure molto più restrittive e lesive della libertà, tanto dei cittadini quanto degli stranieri che si spostavano verso questi Paesi, di quelle adottate da noi; ma, meno proni ai dettami degli organismi internazionali, hanno saputo, sin dalla prima ondata, mettere in atto quella che il consigliere per la gestione della pandemia del presidente francese Macron, Tomas Pueyo, definisce “swiss cheese strategy”, o “strategia del formaggio svizzero”, ossia l’idea che «per impedire la formazione di nuove ondate non basti un unico strato di formaggio (leggi: lockdown come misura di contrasto) per via dei buchi in cui l’epidemia può trovare un varco: occorre invece giustapporne più d’uno, alternandoli di modo che, dove uno strato non funziona, possa intervenire uno dei successivi ciascuno con i suoi buchi sparpagliati in modo irregolare e casuale» (p. 147). Incapacità nel chiudere realmente le frontiere, assenza del certificato di negatività, congestione e rinuncia della campagna di tracciamento elettronico e ricerca dei contatti, tamponi mirati, sono solo alcuni dei tanti provvedimenti che l’Italia, e la gran parte dei Paesi occidentali, non sono stati capaci di mettere in atto.

Il fine di un tale lavoro non è però certamente solo la critica in astratto: nella seconda parte dell’opera, nei capitoli dedicati alla «guerra dei tamponi» e al «tergiversare costa» (pp. 96-136), grazie al lavoro della Fondazione Hume, l’autore tenta di stimare, attraverso l’elasticità del tasso di mortalità rispetto al «tasso di tamponamento» (p. 104), quanto l’impietoso confronto tra i numeri raggiunti nel tracciamento e nella prevenzione dal governo italiano rispetto a quello tedesco sia costato in termini di vite che potevano esser salvate. Quante settimane di ricercata normalità avremmo potuto ottenere se si fosse avuto sufficiente coraggio nel prendere decisioni, che non  potevano esser rimandate, invece di tergiversare fino a quando l’opinione pubblica non fosse stata disposta ad accettarle, perché terrorizzata dai media, optando, magari, per un lockdown risoluto sin dalle prime settimane della prima, così come della seconda, ondata, invece di scegliere un approccio incrementale nel tentativo di non turbare interessi economici ed enti locali?

La notte delle ninfee è un libro schietto e anche coraggioso che, per ovvi motivi, non tratta dei fatti che sono incorsi nell’arco di questi successivi sei mesi. Ma a noi, che questi sei mesi li abbiamo vissuti e che ci sono, in magna pars, risultati uguali (perlomeno fino all’arrivo del vaccino nel quale abbiamo riposto tutte le nostre speranze), nonostante il proclamato “cambio di passo” dovuto all’ennesima permuta al vertice dell’esecutivo e all’inclusione in maggioranza di praticamente tutti i partiti dell’arco costituzionale, risulta ancora più amaramente semplice comprendere lo sconforto di Ricolfi che, scrive, «come cittadino mi ha portato ad assistere impotente alla gesta di una classe di governo che non si è accontentata di sbagliare molto di fronte alla prima ondata, ma ha preteso – con spensierata arroganza – di ripetere gli stessi errori nella seconda» (p. 136). Inoltre, aggiunge, il «pessimismo della volontà avverte […] che per decine di migliaia di morti evitabili, decine di miliardi di Pil andati in fumo […] niente cambierà veramente e nessuno sarà chiamato a rispondere. Né ora né mai» (pp. 153-154).

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